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Diario politico. Minacce Br a premier, Fini Bossi. Alfano a Anm: “Guerra preventiva”

ottobre 18, 2009 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma, oggi, è di Ginevra Baffigo. I magistrati annunciano lo “stato di agitazione” per contrastare le velleità di riforma della Giustizia del Governo: «Difenderemo la Costituzione». Il ministro: «Inspiegabile e pretestuoso». Questo il cuore del dibattito politico di oggi, che vi raccontiamo. Ma la notizia che fa più rumore riguarda la lettera recapitata al Riformista dai nuovi brigatisti. Il presidente della Camera: «E’ solo il delirio di un folle». E poi la replica di Rosy Bindi al premier che tenta di giustificare («Ma così peggiora le cose», commenta l’ex ministro) le frasi offensive rivolte all’esponente Democratico. Il racconto.           

Nella foto, il ministro della Giustizia Angelino Alfano

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di Ginevra BAFFIGO

«Lasciate la politica e il primo (Berlusconi, ndr) si consegni alla Giustizia comune perché in quella comunista la sentenza sarà inevitabile». Queste parole e la stella a cinque punte, con sotto la firma delle Brigate rivoluzionarie per il comunismo combattente, chiudono la lettera di minacce nei confronti del presidente del Consiglio, del presidente della Camera Gianfranco Fini e del leader della Lega Umberto Bossi. Quella firma in chiusura riapre però uno dei capitoli più sanguinosi del nostro recente passato, e terribili spettri tornano ad agitare la già complicata vicenda italiana. La missiva è stata prontamente consegnata alla Digos di Roma, ma aveva come primo destinatario il quotidiano “Il Riformista”. Si indicavano le 23.59 di venerdì come termine ultimo entro il quale i tre avrebbero dovuto rassegnare le dimissioni. Si è riusciti a risalire al giorno di spedizione ed alla città di provenienza. L’8 ottobre da Milano: proprio all’indomani della decisione della Corte Costituzionale sul lodo Alfano. Ma al civico 52 di Piazza Barberini è stata aperta solo stamane. «Dopo la sentenza della Consulta, il presidente del Consiglio non vuole dimettersi», si legge ancora nella lettera, «noi diciamo basta». Tuttavia i mittenti rassicurano in parte: non intendono ricorrere «a bombe o coinvolgere innocenti», ma sono pronti a una vera e propria rivoluzione armata come a Cuba. «Berlusconi, Fini e Bossi – capo delle nuove camicie nere – se volete evitare un nuovo 8 settembre dimettetevi entro le 23:59 del 16 ottobre». Fini non perde il suo stoico autocontrollo, nemmeno in questa situazione. Dice semplicemente: «Auspico non si apra un dibattito sul nulla perchè l’ho letta ed è chiaramente il delirio di un folle».
Solidarietà dal mondo politico tutto. Massimo D’Alema è fra i primi ad esprimerla nei confronti dei tre destinatari delle minacce. E va oltre: “Apprezzo la serenità con cui Fini ha espresso la sua reazione. Si pensa a volte che se si alzano i toni la gente si appassiona, io penso che si appassiona alla qualità dei contenuti. Tutti i grandi uomini politici non gridavano quando parlavano anche perché quando parlavano c’era silenzio. Restituiamo questo alla politica”. Ma il sotegno arriva anche da molti altri: dai ministri Zaia e Calderoli fino a Casini e Chiti. Il Pd si unisce alla maggioranza ed in una nota giudica il “fatto grave e allarmante”. Piena solidarietà giunge infine dall’Associazione nazionale magistrati a Silvio Berlusconi e alle altre vittime della lettera di minacce.

Riforma della Giustizia. Ben altra, la dichiarazione dell’Anm che «ha tutto il sapore di una guerra preventiva alle riforme» oltre ad essere «inspiegabile, sorprendente e dunque pretestuosa». Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, commenta così la forte presa di posizione a difesa della Costituzione del sindacato delle toghe. L’annuncio è arrivato al termine del Comitato direttivo centrale di oggi e sembra non lasciare spazio ad ulteriori interpretazioni: il sindacato ha infatti deciso di «indire assemblee in ogni distretto, aperte a tutti i magistrati, per la valutazione delle iniziative da intraprendere, nessuna esclusa, riservando alla prossima riunione la relativa programmazione». Una corsa agli armamenti, dunque? Il Guardasigilli non ne sembra affatto preoccupato; d’altronde «l’idea di porre mano alla Costituzione – commenta il ministro – è stata annunciata decine di volte in questi mesi di Governo, e i contenuti di fondo dell’ipotesi di riforma sono ben scritti nel nostro programma». «Inoltre di riforma costituzionale della Giustizia – aggiunge – si parla da oltre un decennio poichè già nella Bicamerale presieduta da D’Alema si intervenne robustamente in materia di Giustizia». Citato il programma condiviso con gli elettori e la volontà di mettere mano alla Carta, a suo modo di vedere, bipartisan, Alfano sembra infine rispondere alle trombe di fanfara difendendo il premier: «il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha tutto il diritto e anche il dovere di realizzare il programma di governo. E se la riforma della Costituzione avrà necessità di una validazione popolare referendaria è perchè proprio ciò è scritto nella Carta costituzionale, che non si può leggere un rigo sì e un rigo no». Una schiacciante verità quest’ultima, che però è ben lungi dal placare gli animi ormai belligeranti dei giurisperiti. Le toghe infatti, come spiega il presidente dell’Anm, Luca Palamara, difenderanno «a oltranza i valori della Carta costituzionale». «Noi – aggiunge Palamara – diciamo no alla riforma della Carta costituzionale, a difesa dell’indipendenza della magistratura, nell’interesse dei cittadini». Un’interesse che, secondo il presidente del sindacato, andrebbe piuttosto espletato attraverso «una riforma della giustizia che renda più veloci i processi e metta al centro dell’attenzione i cittadini». Sull’ipotesi di un Csm sottoposto al controllo del ministero della Giustizia, poi, Palamara fa avanzare la fanteria: è già in atto «un’autoriforma» per individuare i candidati alle prossime elezioni. «Altro è – chiarisce – tornare indietro, collocare il pubblico ministero alle dipendenze dell’esecutivo». Palamara, dopo essersi soffermato sul «clima di tensione», non esclude l’ipotesi di uno sciopero. Ma poi sembra provare la gittata dei cannoni: commenta duramente il servizio andato in onda su Canale5 sul giudice Raimondo Mesiano (nome impostosi alla cronaca per il verdetto sul lodo Mondadori). Gli «attacchi mediatici di questi giorni – dice il presidente dell’Anm a difesa del collega – sono ignobili e indecorose aggressioni. Non ci intimidiscono, ma stanno creando un forte malcontento nella magistratura».

A scuola di Islam. La scuola quest’oggi sembra destinata ad assumere un ruolo nel dibattito politico ben più determinante rispetto a quello che di solito le si concede. A far suonare la campanella, ben prima del faticoso lunedì mattina, è stato un finiano per definizione, Adolfo Urso. Il viceministro per lo Sviluppo economico ai Dialoghi Asolani (workshop delle fondazioni Farefuturo e Italianieuropei) avanza candidamente la proposta di introdurre, sia nelle scuole pubbliche sia nelle private, un’ora di religione islamica facoltiva ed alternativa a quella cattolica. Subito, cori discordi si sollevano in protesta; dalla Lega, che grida allo scandalo, ai vescovi, che bocciano così un’idea non ancora partorita. Ed anche parte del Pdl delinea con forza una posizione di assoluta condanna. Non è chiaro se in linea di principio o per una circostanza pratica, ovvero la mancanza di fondi per garantire l’ora alternativa a quella di religione, quale che essa sia. Un nodo, questo, che il dicastero non è riuscito ancora a sciogliere. Ma l’onorevole Urso non sembra perdersi d’animo e spiega alla platea asolana che “ad insegnare l’ora d’Islam dovrebbero essere docenti riconosciuti italiani, al limite anche imam a patto che abbiamo i requisiti e siano registrati in un apposito albo”. Ed il promotore dell’iniziativa e la proposta stessa sembrano ottenere il beneplacito di Farefuturo, la fondazione presieduta da Gianfranco Fini, come si apprende su Ffwebmagazine, il periodico online di FF: “Non è una provocazione. Se si vuole un islam moderato e integrato, lontano dalla predicazione radicale, si deve partire dalla scuola dove si forma il cittadino futuro”. Partire dalla scuola dunque. Una posizione che trova anche il sostegno di Massimo D’Alema: “E’ giusto perché l’insegnamento della religione è un diritto da parte dei ragazzi. In un mondo ideale – prosegue l’ex ministro degli Esteri – sarebbe opportuna un’ora di insegnamento di tutte le religioni insieme”. Dalle file del Pdl si alzano invece voci di protesta. Per Gaetano Quagliariello, vicepresidente dei senatori del partito del premier, “è la ripetizione stantia dei canoni del multiculturalismo. L’integrazione – ammonisce – si ottiene promuovendo la nostra specifica identità, rispettando le nostre leggi e non offendendo il nostro senso comune”. Per la Lega parla il viceministro per le Infrastrutture, Roberto Castelli: “E’ solo una provocazione, una proposta strumentale che arriva pochi giorni dopo l’attentato alla caserma di Milano, proprio per seminare zizzania”. Gli fa eco il collega di partito Luca Zaia, che rilancia con una controproposta: introdurre l’ora di religione cattolica obbligatoria per tutti gli studenti islamici: “servirebbe a fargli capire meglio la nostra cultura”.
Secondo le cifre della Cei ancora il 91% degli studenti iscritti alle scuole statali scelgono l’insegnamento della religione cattolica. Ma una flessione è in atto: in 15 anni hanno rinunciato all’insegnamento, o optato per una materia alternativa, il 2.4% della popolazione studentesca e queste rinunce si verificano più spesso al Nord (dove riguardano il 4,5% degli studenti), poi il Centro (9.7%) ed infine le regioni del Sud (1.7%).
Sulla questione dice la sua anche la Chiesa. Ersilio Tonini: “E’ un’idea impraticabile. Capisco le intenzioni ma dietro queste proposte c’è pressapochismo. Ci vuole massima prudenza nell’approccio con l’Islam”.

Bindi vs Berlusconi. Quelle di Berlusconi non sono scuse, anzi, aggravano la sua posizione. Rosy Bindi non accoglie le parole pronunciate ieri dal premier, tentativo, evidentemente fallito, di rimediare all’infelice frase rivolta nei giorni scorsi al vicepresidente della Camera definita da Berlusconi “più bella che intelligente”. “Non erano delle scuse – insiste Rosy Bindi- addirittura ha aggravato le cose dicendo che era una battuta di largo consumo. Come a dire: lo dicono tutti, lo pensano tutti, quindi…”. Ma Bindi non si limita a questo: “Soprattutto non le accetto – prosegue – perché ancora una volta il premier ha pronunciato le frasi che mi riguardano in un contesto generalizzato di attacco alle istituzioni”. Infatti il presidente del Consiglio “ha invitato gli italiani a non pagare il canone del servizio pubblico, oltre ad avere ancora una volta attaccato la Corte costituzionale e la magistratura, e a parlare di cambiamento della Costituzione e di riforme a maggioranza”. “Si tenga le sue battute di largo consumo – conclude il vicepresidente della Camera – Io l’ho interrotto nel suo interesse perché se qualcuno interrompe un presidente del Consiglio che lancia un conflitto istituzionale durante una trasmissione televisiva, dovrebbe essere ringraziato. Non insultato, ma ringraziato. Ma bisogna conoscere il lessico fondamentale della democrazia per capire queste finezze”.
Rosy Bindi i ringraziamenti li riserva perciò a quanti in questi giorni hanno espresso solidarietà nei suoi confronti, sottolineando come non siano casi di simpatia a titolo personale: «Nel dire “Non sono una donna a sua disposizione» non c’era solo il solo rifiuto ad essere a disposizione di Berlusconi da parte delle donne, ma anche da una parte d’Italia che non ci sta».

Ginevra Baffigo

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