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Il ritratto del personaggio della settimana LA FILOSOFIA DI SCALFARI di Luca Lena

ottobre 16, 2009 di Redazione 

Affresco del venerdì dedicato oggi al fondatore di Repubblica e al suo confronto-scontro, dalle pagine dei due quotidiani, con il direttore del Corriere Ferruccio de Bortoli. Scalfari che sarebbe intervenuto, scrive Lena, non tanto per mostrare «gli effetti di ingerenze viziose e omertose tra politica e giornalismo, quanto per ribadire la scarsa professionalità morale del direttore del Corriere di fronte a tale affondo politico. Una guerra di uomini, dunque, non di giornalisti». Sentiamo.

Nella foto, Eugenio Scalfari

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di Luca LENA

All´interno di una guerra spesso si consumano battaglie marginali, che non trovano giustificazione tra le reminiscenze dei sopravvissuti. Impercettibili schermaglie confuse nelle retrovie di plotoni in disfacimento, agglomerati di potenti che tentano un ultimo disperato assalto mentre il corpo già protende alla fuga. E quello che il giornalismo italiano vive in questo periodo somiglia in parte a isolati focolai che tremolano tra le coltri del buio. La guerra, appunto, quella tra quotidiani, quella del giornalismo che pretende di indottrinare all´etica, ma poi finisce per coincidere con la “moralità dei furfanti” di montanelliana memoria.

I veleni che hanno intossicato le pagine di Repubblica e del Corriere in questi giorni, e che in realtà seguono un filone univoco legato a quelle del Giornale, di Libero e altri ancora, rappresentano un costante disgregamento tra la comunicazione e la politica, tra i rappresentanti e le voci che ne descrivono l´operato, lasciando lo spettatore ad osservare il mutismo lontano dei barbagli bellici.

Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica, adesso messianico editorialista della domenica, si è trovato intruppato in un convoglio di insipidi dissidi, dove è difficile distinguere la causa dall´effetto, l´offeso dall´offensore. Tutti, indistintamente, protesi a far valere un vittimismo orgoglioso su cui non abbattersi ma, al contrario, imbastire un rovesciamento delle ragioni su una base d´indignazione etica che spetterebbe più alla didattica che all´informazione. Il duello con De Bortoli, scoppiato in funzione di un liberismo espressivo in macerie, paradossalmente tende a rimarcare l´inutilità del pericolo stesso attraverso la libertà di poterne manifestare la funerea deriva. Per Scalfari, che in vita ha già vissuto una pienezza di esperienze, tra gioie e dolori, tali da raccogliere in una sola esistenza lo spirito compromissorio e rassegnatamente assennato di un uomo, in gioventù vicino a gruppi fascisti, e poi cresciuto in politica con il PSI. Un uomo che ha visto scorrere la seconda guerra mondiale e che tra i banchi di scuola si è trovato gomito a gomito con Calvino. L´ascesa nel giornalismo cominciò con la direzione dell´Espresso nel 1963, fino alla creazione di Repubblica che in breve tempo divenne il principale quotidiano nazionale. Prima di ritirarsi dall´incarico principale e lasciare il testimone ad Ezio Mauro ha fatto in tempo ad assistere all´ingresso di De Benedetti ed al fugace e vano assalto di Berlusconi alla proprietà del giornale: eventi che ancora oggi, come maleodoranti ruggini del passato, tornano ad infarcire l´astio tra gli stessi personaggi.

Ed è forse questo che più sorprende nella struttura di un giornalista, politico e scrittore di tale livello quando lo si vede rivaleggiare tra le pagine del giornale come fosse un machete da estrarre sulla veridicità dei fatti. L´aura di saggezza che non si limita ad arieggiare attorno alla candida barba ma sprigiona un senso di laicità e liberalismo così attuali, parlano di un uomo che pur ancorato alle pesantezze di un passato ineludibile, sembra più moderno di molte giovani menti. La capacità di preveggenza verso intrugli politici, la disamina psicologica di personaggi che nel corso della carriera hanno ceduto a sciaguratezze – come ad esempio in riferimento a Craxi – il pericolo che sovente Scalfari rimarca in Berlusconi, considerandolo l´archetipo di quel populismo superficiale che vocifera senza mai aver bisogno di parlare. Il fondatore di Repubblica è dunque di diritto un´eminenza tra i virtuali salotti dell´intellighenzia nostrana, poco frequentatore degli spazi pubblici, se non in occasioni eccezionali, eppure accusato di una magniloquenza espressiva che rasenta l´egocentrismo e la presunzione. La superbia silenziosa di chi, cosciente dei propri mezzi e delle dinamiche sociali in reazione ad esse, si limita a velare con una riservatezza erudita la propria prestigiosa posizione. E dunque i suoi articoli, raccolti in fiumane di parole sciabordanti tra le colonne arginate della domenica, arrischiano una pacata veemenza nel legiferare attraverso quell´etica filosofica che avviluppa ogni prospettiva di pensiero e della quale non si può fare a meno. La rapidità espositiva che si intreccia con la complicata maestranza di nozioni e conoscenze, in un concentrato di logica che stride nella fluidità naturale in cui sembra scivolare. E´ facile dunque per i detrattori sorridere e inarcare le sopracciglia di fronte alle estenuanti omelie di un giornalista che non può fare a meno di portare avanti le proprie idee, rischiando anche di manifestare un ego che nemmeno nelle sue opere ha deciso di accantonare, come nel libro del 1994 “Incontro con Io”.

Ma da qui, al rischio che il mezzo divenga più importante del messaggio la distanza è breve. La critica a De Bortoli che mellifluamente tentava di discolparsi dalle accuse berlusconiane di essere di sinistra, sono state prese a modello da Scalfari, non tanto nel mostrare gli effetti di ingerenze viziose e omertose tra politica e giornalismo, quanto per ribadire la scarsa professionalità morale del direttore del Corriere di fronte a tale affondo politico. Una guerra di uomini, dunque, non di giornalisti, una guerra tra letterati che si appoggiano al mezzo, per comunicare un assolo indipendente dal contesto generico e che, per questo, viene scambiato per vanesio individualismo. La ricerca di una moralità che si trova facilmente nella mancanza di etica altrui, stropicciata tra le pagine di quotidiani che divengono il terreno fertile per un confronto primario sull´onorabilità di una professione, sulle capacità di gestire il proprio operato. Ecco che l´etica di Scalfari, per i detrattori, diviene una pantomima, lo scudo dietro cui inveire la propria posizione come fosse l´apodittica mano divina che dispensa sapere. Lo stesso tipo di cognizione che raggranella la Chiesa, ovvero i poteri ecclesiastici che Scalfari ha sempre osteggiato ma verso i quali si è rassegnato a concedere uno spazio vitale non solo laicamente doveroso ma naturalmente esistente. Poiché la Chiesa e la Scienza – come scrive lui stesso – perseguono il medesimo obiettivo: cercare la verità ultima, anche se attraverso una chiave diversa. E la porta che Scalfari cerca di aprire si trova tra le feconde selve della collettività, ma le indicazioni per trovare la via, così come spesso accade agli uomini più elevati, risiedono in lugubri e solipsistiche abluzioni di spirito, lontano dalle verità oggettive, in lotta con i codici esplicativi troppo limitati per la complessità del pensiero che deve riempirli.

Luca Lena

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