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Il Times: “Mazzette italiane ai talebani”. Ai tempi di Prodi. Ma La Russa: ‘Spazzatura’

ottobre 15, 2009 di Redazione 

I servizi avrebbero pagato per salvaguardare le nostre truppe impegnate nella missione Isaf. I fatti risalirebbero alla precedente legislatura. Palazzo Chigi smentisce. Il ministro della Difesa annuncia una denuncia del Governo nei confronti del quotidia- no britannico e accusa: «Opera con un sentimento di anti-italianità». Ce ne parla la nostra Désirée Rosadi. Sentiamo.

Nella foto, un soldato italiano in Afghanistan

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di Désirée ROSADI

Nel giorno in cui muore un militare italiano in Afghanistan nell’ennesimo incidente stradale avvenuto a bordo di un mezzo blindato Lince, a scatenare il dibattito politico sulla missione dell’esercito è un’altra notizia. Il fatto incriminato riguarda alcune rivelazioni del Times: stando a quanto riportato dal giornale britannico, i servizi segreti italiani avrebbero pagato i talebani in modo tale da salvaguardare le nostre truppe dagli attacchi nel corso della missione Isaf. Palazzo Chigi ha immediatamente smentito con una nota ufficiale l’accusa, mentre La Russa ha dato incarico al capo di Gabinetto di denunciare il giornale. “Spazzatura”, così il ministro della Difesa ha descritto la notizia del Times, testata che “sta operando con un sentimento di anti-italianità”. Una notizia “offensiva per i nostri morti e per i nostri militari”, ha continuato il ministro, che ha accusato la testata di non aver chiesto quale fosse la posizione italiana sul caso e di aver dato una notizia senza verificarla.

Nonostante la smentita della presidenza del Consiglio, sul sito internet del Times vengono ribadite le accuse. E i fatti portati a sostegno della tesi contestata sono chiari. La questione è emersa successivamente a una serie di attentati compiuti dai talebani nell’area di Sarobi, ad est di Kabul, a metà del 2008, quando le truppe italiane di stanza lasciarono il controllo della zona alla Francia: nella regione, fino a quel momento, regnava un clima abbastanza pacifico, ma soltanto perché, come sostiene il Times, gli 007 italiani avrebbero pagato i talebani locali affinché restassero inattivi. È per questo che i francesi, ignorando la consuetudine italiana delle “mazzette”, sarebbero risultati più esposti agli attacchi. Le pesanti accuse sono sostenute da alcune intercettazioni telefoniche dell’intelligence statunitense, nelle quali spuntano riferimenti a questo metodo di pagamento. Non finisce qui. Una fonte Nato avrebbe confermato la tesi, precisando però che a sborsare non era personale dell’esercito italiano. Non a caso nell’ottobre 2007 due agenti italiani “erano stati uccisi proprio mentre stavano effettuando dei pagamenti ai talebani”, come precisato nell’articolo del Times.

Eppure, come riportato dalla testata britannica, a difendere la posizione italiana arriva la testimonianza di Haji Abdul Rahman, un rappresentante tribale di Sarobi, il quale sostiene che l’assenza di attacchi in quell’area è dovuta alle buone relazioni che intercorrevano tra la popolazione e le truppe. In difesa dell’operato degli italiani arriva anche Kabul: Fawzia Koofi, vicepresidente della Camera bassa del Parlamento afghano riferisce delle molte accuse che circolano tra le forze Nato, “con i Paesi che puntano il dito uno contro l’altro”.

Dal canto suo, la Nato, attraverso le dichiarazioni del suo portavoce, fa sapere di non essere al corrente dei pagamenti effettuati dai servizi segreti italiani. È evidente che la versione ufficiale dell’Alleanza atlantica stona con le voci che arrivano da oltremanica, avvalorate da certe consuetudini: come spiega il generale Eric Tremblay, portavoce della missione Nato, “il Governo afgano può a volte stringere accordi locali”. “Se viene praticato – prosegue Tremblay – viene più da parte del Governo afgano che con le forze internazionali”. E poi sono molte le fonti militari che, se pur nell’anonimato, hanno ammesso questo genere di pratiche, in particolare con i soldati canadesi dispiegati nella provincia meridionale di Kandahar.

È destinata a continuare la serie di polemiche sulla missione in Afghanistan. La necessità del proseguimento della missione italiana, l’ingaggio dei militari, la pericolosità dei mezzi Lince che non tutelano la sicurezza dei soldati, e ora i dubbi sulle “mazzette” degli agenti segreti italiani, sono tutti gli elementi che mettono in discussione il lavoro svolto dalle nostre truppe. Pur tuttavia, va precisato che il periodo incriminato non riguarda il governo Berlusconi, bensì quello Prodi, in carica fino all’aprile 2008. A questo punto è chiamato a rispondere il predecessore di Berlusconi, sostenitore da sempre della missione Isaf. Soltanto un mese fa aveva ribadito la necessità della presenza militare in Afghanistan: l’obiettivo per Prodi è quello di “parlare con tutte le forze in campo, sapendo distinguere e isolare chi non è disposto a dialogare”. Un dialogo a suon di “mazzette”?

Désirée Rosadi

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