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L’endorsement. Voto a Marino per modernizzare l’Italia di M. Patrone

ottobre 14, 2009 di Redazione 

Editoriale del direttore per la dichiarazione pubblica di appoggio del giornale della politica italiana al chirurgo genovese candidato alla segreteria del Partito Democratico. Nella migliore tradizione dell’endorsement americano, il nostro giornale continuerà naturalmente a dare spazio non solo al racconto della campagna di Bersani e Franceschini ma anche all’opinione di autorevoli sostenitori delle altre due mozioni. E manteniamo, ovviamente, il nostro profilo superpartes: la stessa scelta di (metà)campo faremo nel centrodestra quando si tratterà – se mai accadrà… – di eleggere il successore del presidente del Consiglio. Prese di posizione che si inseriscono nel solco della linea del nostro giornale di favorire la promozione di alcuni valori condivisi – responsabilità, onestà – e la modernizzazione del nostro Paese, ben incarnata, per noi, dalla candidatura di Marino. Ma ci spiega tutto, in questo fondo, il nostro direttore. Sentiamo.

Nella foto, il senatore Ignazio Marino

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di MATTEO PATRONE

Come ben sanno tutti gli appassionati di politica americana (ma non solo loro) è tradizione dei grandi quotidiani d’oltreoceano esprimere la loro preferenza per uno dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti alla vigilia delle elezioni del capo della Casa Bianca. Una tradizione che non impedisce agli stessi giornali di fare benissimo il loro mestiere, ovvero di raccontare tutto ciò che meriti di essere raccontato affinché i lettori abbiano modo di farsi liberamente una propria opinione.

Dal momento della scelta del “loro” candidato i grandi quotidiani americani non smettono neppure di dare il necessario spazio alle posizioni e alle vicende degli altri competitor, e non soltanto attraverso il doveroso racconto delle loro campagne elettorali e di tutto quanto li riguardi – nel bene e nel male – ma anche nella proposizione di commenti e opinioni che siano a favore degli altri e, dunque, automaticamente “contro” il loro uomo.

Una tradizione americana, quella dell’endorsement, che – lo ricorderete – alla vigilia delle elezioni politiche del 2006 fu ripresa per la prima volta in Italia dal “Corriere”. Il giornale allora diretto da Paolo Mieli fece una dichiarazione pubblica di voto all’Unione di Romano Prodi, allora contrapposta alla Casa delle Libertà guidata da Silvio Berlusconi; una scelta che, peraltro, in una democrazia italiana fortemente polarizzata creò non pochi sussulti, in seguito, al quotidiano e al suo direttore; al punto che è forse possibile far risalire a quel momento l’interruzione del rapporto di stima e di rispetto tra Berlusconi e lo stesso Paolo Mieli, che un paio d’anni più tardi sarebbe stato costretto a lasciare la direzione del “Corriere” dopo essere stato colpito dalle critiche del presidente del Consiglio.

*

Il giornale della politica italiana, lo sapete bene, cari lettori, è un grande giornale libero, indipendente, sopra le parti. Ed è il giornale della nostra politica. Da perfetto interprete giornalistico della democrazia (un po’ meno) liberale italiana è chiamato assolvere allo stesso compito dei grandi quotidiani generalisti declinato, però, nella nostra politica. Ed è nell’assumere e nell’assolvere a questo compito che, anche, il Politico.it sceglie oggi di dire trasparentemente la propria, di prendere posizione rispetto ai tre candidati in lizza per la segreteria del Partito Democratico a ormai dieci giorni dalle primarie.

Qualcuno obietterà che si tratta di un’elezione “interna” (e nemmeno di vere primarie, in realtà), e non della scelta di chi governerà il Paese. In realtà di “interno” in tutto questo non sembra esserci assolutamente nulla: tutto ciò che avviene dentro i partiti – tanto più se sono i due maggiori partiti del Paese – è propedeutico – è, o dovrebbe essere – all’assolvimento della loro funzione di strumenti della democrazia, e dunque del popolo, per il Governo del Paese.

E’ chiaro poi che senza aderire ad alcunché – e faremo, quindi, la stessa identica cosa con il Pdl nel momento in cui si presenterà l’occasione nell’altra metà del campo – un giornale specializzato ha il dovere di monitorare, controllare e indirizzare, per quanto può, per quanto riesce – e a partire dall’ascolto dei propri lettori – la vita del proprio settore di riferimento e quindi nel nostro caso della politica italiana. Nel solco di quella tradizione americana ripresa dal “Corriere”, anche di prendere posizione rispetto ad una scelta che gli elettori di una parte – e quindi anche una parte dei nostri lettori, che vivono ogni giorno la nostra politica, in un campo e nell’altro – saranno di qui a poco chiamati a fare.

La Scelta, dunque.

Ebbene, a mio modo di vedere In queste ultime ore di campagna congressuale del Partito Democratico è apparso ancora più chiaro come la più democratica, efficace, modernizzatrice delle proposte in campo sia quella incarnata da Ignazio Marino.

Il “sospetto” lo abbiamo avuto da subito. E tuttavia potevano esserci dei dubbi riguardo alla complessità della proposta e alla solidità del candidato. Era cioè palese come Marino incarnasse sicuramente il cambiamento ma non era certo che, qualora fosse assurto alla guida dei Democratici, avrebbe potuto attuarlo in una maniera utile al Pd e quindi al nostro Paese.

Il cambiamento che si vedeva a colpo d’occhio è comunque quello ben rappresentato dalla prima parte della mozione, quella dedicata al Pd e al sistema-Paese: leggetela, è un “trattato” di moderna, efficace, equa democrazia liberale; una di quelle in cui tutte le persone hanno le stesse possibilità di partenza e in cui l’unico motore della macchina si chiama Merito.

Ma settimana dopo settimana, incalzato sulle più diverse questioni all’ordine del giorno della politica italiana, Marino si è mostrato sempre di più come portatore di un’idea completa – e per nulla eccessivamente radicale, nella sua chiarezza – per il nostro Paese. Un’idea in coerenza e continuità con l’idea di ristrutturazione democratica in senso liberale di cui parlavamo, nel solco della modernità e della maturità civile e politica di un Paese nuovo.

E’ l’Ignazio Marino che dice «dei sì e dei no» che sono poi i sì e i no del popolo Democratico che per sperare di raggiungere il 50 per cento più uno – da “soli” o con altri e con chi, è una questione che discende da questo e non che lo precede – e di vincere quindi le elezioni e tornare a mettere il proprio progetto al servizio del Paese deve cominciare a dire come la pensa, senza estremismi ma anche senza annacquamenti, con equilibrio ma anche con il coraggio – e la responsabilità – delle proprie idee.

Ignazio Marino che, come dice Bersani, «ha più ambizione di me», vuole cioè dare un senso a questa storia traendolo naturalmente dal passato – tutti i Democratici sono del resto figli più o meno “diretti” di quelle culture e di quelle storia, il salto non è nel buio con nessuno dei tre candidati – ma a partire dalla volontà di costruire un Paese appunto nuovo, e non già dalle piccole opzioni su come aggiustare questo Paese. Non tanto «l’alternativa a Berlusconi», che dà un senso di subordinazione psicologica e di dipendenza concettuale, dunque, ma “l’Italia del Pd”. L’Italia del futuro.

Una differenza che è emersa in maniera chiara come mai prima in queste ore iniziali di campagna per le primarie. Quando cioè lo scontro ha cominciato a radicalizzarsi e i nodi – e le verità – sono venuti al pettine. Mentre Marino circostanziava sempre più e con sempre maggiore sicurezza e autorevolezza la propria proposta complessiva per il Paese, dalla pochezza e dai riti triti e ritriti della Convenzione nazionale e dallo scontro mediatico tra D’Alema e Franceschini veniva la prova che gli altri due candidati – o i loro potentati – continuano ad essere intrisi delle logiche della politica vecchia, quella che continuerebbe a rigirarsi su se stessa, o su Berlusconi (c’entra poco il discorso sull’anti-berlusconismo, il problema è semmai l’eccessivo legame nei confronti di Berlusconi), e rischierebbe di non cambiare mai, davvero, l’Italia.

Beninteso: sia Bersani sia Franceschini sono due uomini politici di valore e persone serissime – lo hanno riconosciuto tutti, un Marino inizialmente molto portato all’offensiva in primis -. Bersani in particolare è senza dubbio il più solido dei tre, l’unico in grado di arrivare a Palazzo Chigi e di potere da quello stesso momento cominciare a governare, con abilità ed esperienza, questo Paese.
E Franceschini ad oggi è più efficace di Marino (e di Bersani) «in televisione», come gli riconobbe il Cavaliere. Ma entrambe queste prerogative – l’esperienza e la capacità per governare; l’efficacia nella comunicazione televisiva, che sarebbe ora il Pd smettesse di snobbare, visto che nell’era e nella società della comunicazione anche la politica è inevitabilmente comunicazione, e la televisione il suo canale più diffuso e funzionale, ad oggi: rigettare l’idea, non tenerne conto, non “adeguarsi”, significa solo consentire di continuare a vincere a chi, con meno puzza sotto il naso, maneggia efficacemente e come si vede con grandi risultati, non solo per conflitti di interessi vari, il mezzo da sempre – non potranno che essere acquisite, nel tempo, da una persona di chiara intelligenza ed elasticità quale Marino, nel momento in cui assurgesse alla guida del Pd e avesse peraltro altri tre anni per prepararsi, eventualmente, al Governo dell’Italia.

Ma Marino sarà in grado di realizzare il proprio progetto? Diciamo subito che è molto difficile che vinca queste primarie, anche se la partita è ancora in gran parte da giocare (e il meccanismo arzigogolato del gran ritorno alla Convenzione, specie nel caso che nessuno dei candidati avesse superato il 50% può riservare delle sorprese, anche clamorose). E se le vincerà dovrà comunque riuscire a dimostrare – cosa sulla quale non metteremmo la mano sul fuoco – che la freschezza del nuovo è esente, anche per il futuro, dai vizi e dai condizionamenti della politica che fu.

Dovranno dimostrarlo lui e, soprattutto, la nuova classe dirigente che, con lui, salirebbe – naturalmente integrata e mescolata alle persone, alle nuove leve che si sono riconosciute anche nelle altre due proposte – alla guida del partito.

Ma a nostro modo di vedere scegliere Marino è l’unico modo, oggi, per sperare in un cambiamento possibile.

Un cambiamento del Pd naturalmente. E quindi dell’Italia. Quel nostro povero – ma in realtà ricchissimo – grande e tanto bistrattato Paese. A cui vogliamo bene.

MATTEO PATRONE

Commenti

2 Responses to “L’endorsement. Voto a Marino per modernizzare l’Italia di M. Patrone

  1. Lucio on ottobre 15th, 2009 17.01

    Direttore, che combini?
    invece che passare il tempo a litigare con Scalfari e De Bortoli ti metti a scrivere di politica? :)
    Complimenti

  2. Lidia Beduschi on ottobre 15th, 2009 19.54

    Marino è la nostra Glaznost, i nostri limpidi vetri rifatti tersi. Tanto onesto da rifiutare un “Inciucio” (come non mi piace questa parola, sa di osceno!), quel cambiare le regole mentre si gioca (mi riferisco, come avrete capito, al suggerimento di Scalfari subito “apprezzato” da D’Alema, Bersani e Franceschini, di far vincere chi alle primarie prenda il maggior numero di consensi) che forse non gli sarebbe stato “contro”. Per questa onestà, ancora di più invito giovani e vecchi, donne e fanciulli (anche i sedicenni possono votare portando la carta d’identità) a VOTARE MARINO il 25 OTTOBRE.

    Abbiamo bisogno di speranza, e di costruire un’Italia nuova.

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