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Il commento. Partito Democratico, disastro-convenzione di L. Crespi

ottobre 12, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana af- fida al numero uno dei sondaggi e maggior esperto di comuni- cazione politica nel nostro Paese l’analisi della convenzione nazionale di ieri del Partito Democratico, della performance dei tre candidati alla segreteria e più in generale dello stato di salute del principale partito del centrosinistra italiano. Una disamina impietosa, quella di Crespi, che mette in risalto la totale incapa- cità di comunicare dei Democratici e le furberie o le inadeguatezze della corsa alla leadership. Solo sul giornale della politica italiana. Sentiamo.               

Nella grafica,  il grande Luigi Crespi. Il blog personale all’indirizzo http://luigicrespi.clandestinoweb.com

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di LUIGI CRESPI

Prima di parlare dei contenuti della convenzione del Partito Democratico, devo dire che mi piacerebbe conoscere il “genio” che ieri ha dato il meglio di sé per rappresentare la manifestazione: quella molletta verde con lo slogan “ci tengo” appartiene ad una metafora che qualsiasi persona normale fa fatica a capire: “la molletta che tiene i panni lavati e puliti” quindi l’idea del “fresco bucato, delle lenzuola candide che sventolano sulle terrazze assolate”.

I comunicatori del PD non hanno ancora capito che la comunicazione è tanto più efficace quanto più è diretta, immediata, coerente, quando apre alla comprensione e crea le condizioni per capire, non quando diventa un ostacolo, una fatica.

D’altronde Veltroni poco più di un anno fa ha avuto la straordinaria idea di presentarsi con lo slogan di un altro, mutuando le parole d’ordine della campagna di Obama, e Bersani ha scelto come slogan “Voglio dare un senso a questa storia” citando la canzone di Vasco Rossi che però conclude con “….anche se questa storia un senso non ce l’ha”. Marino invece ha scelto “la politica che fa bene” e passando davanti ai manifesti ci si domanda: a chi? Per non parlare di Franceschini che uno slogan non ce l’ha ma forse è meglio così, perché lo slogan per sua natura è una parola d’ordine, una sintesi emotiva che non è patrimonio della sinistra.

Ma a parte le battute veniamo ai contenuti degli interventi dei tre candidati: francamente tre “pippe” come direbbe Mara Maionchi! Tre “pippe” non solo dal punto di vista dei contenuti, ma anche della capacità di comunicare e di generare emozioni, esaltate dal contesto, un semi-congresso che non ha manco il avuto coraggio di chiamarsi congresso, ma convenzione di cui non si capisce la funzione politica.

Non c’è stato un confronto tra i tre, in un’occasione perfetta per un dialogo anche duro davanti ai propri iscritti. Invece si è preferita una versione asettica, dove per 40 minuti ognuno ha detto la sua, più o meno bene, dopo che per mesi il confronto è avvenuto solo sui media. Ed è il confronto la base del dialogo, della sintesi, capace di creare un’identità comune che invece rimane censurata, violentata da una vocazione plebiscitaria che resta minoranza nel Paese e che il Paese non sente.

Dei tre sicuramente escludo l’impacciato Marino, evidentemente non è al suo posto, quello che sta facendo non è nelle sue corde, non è credibile. Devo dire che Franceschini in versione arruffa popolo ha vinto la gara dell’applausometro, dando l’impressione di essere ancora in gioco, ma è il portatore di un’operazione subdola, sbagliata perchè ha la responsabilità politica, al pari di Veltroni, della caduta del governo Prodi e di avere generato la più dolorosa, drammatica e sanguinante sconfitta del centrosinistra italiano.

La sua colpa quindi non è quella di essere stato il portaborse di Zaccagnini, ma di avere avuto un ruolo importante nella gestione Veltroni su cui nessuno ha sentito la benché minima autocritica. Simbolicamente la maggiore responsabilità di quel gruppo dirigente è stata quella di aprire un’autostrada ad un fenomeno che fino a quel momento era marginale, il Dipietrismo, determinando inoltre uno spostamento del centrosinistra verso una destra populista, sfregiando ogni processo identitario storico e arroccando l’opposizione su posizioni conservatrici e anti-riformiste.

Mi piace, quando Franceschini difende Rosy Bindi: fa bene, anche se rispondere con un altro insulto lo mette sullo stesso piano di chi ha insultato, ne più ne meno come Berlusconi, come del resto si distingue nella difesa del presidente della Repubblica dagli attacchi di Berlusconi ma dovrebbe avere la stessa fermezza nel difenderlo dagli attacchi di Di Pietro.

Ma proprio questo svela l’operazione eversiva: l’unica speranza per Franceschini di rimontare lo svantaggio che ha su Bersani è quello di spingere i dipietristi, i grillini, i manettari italiani che si identificano nel “Il Fatto” di Padellaro e Travaglio a tentare un golpe ed andare in massa a votare per controvertire l’esito scontato delle primarie.

Se questa operazione riuscirà, Franceschini potrà mai definirsi il segretario del PD? Come faranno i democratici a sentirsi a casa loro? Insomma il prezzo che deve pagare per la vittoria è quello di un imbroglio che porta a chiamare gli elettori di altri partiti a votarlo contro la volontà degli elettori del suo.

Rimane Bersani, un funzionario di partito, serioso, noioso, pedante ma quadrato, coerente, con una visione precisa della società, si capisce quello che dice, ma sostanzia ancora una volta che l’idea bipartitica nel nostro Paese è malsana, è una forzatura. Bersani pensa all’Ulivo, alle grandi alleanze, ma non può esserne la guida quando Prodi manda messaggi dal Sudan o Veltroni preferisce andare da Fazio piuttosto che alla convenzione democratica.

Complessivamente mi pare un disastro, ed è un grande problema perché il sistema democratico si regge quando c’è una maggioranza forte e una opposizione altrettanto forte che deve avere la speranza e la legittimazione ad essere alternativa di governo.

Qui invece siamo di fronte ad un Governo forte nei numeri ma debole nel profilo e ad una opposizione senza speranza. A uno come me che non si riconosce nella maggioranza, non trova asilo nemmeno in questa opposizione non resta altro che essere clandestino.

LUIGI CRESPI

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