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Settegiorni. Violante, Rondolino, Armeni e primarie di M. Adinolfi

ottobre 12, 2009 di Redazione 

Un’altra, bellissima puntata del giro d’orizzonte in sette punti del vicedi- rettore di Red e grande blogger, membro della direzione nazionale del Partito Democratico e sostenitore della mozione Franceschini al congresso, sul giornale della politica italiana. La rubrica più amata dai nostri lettori. Una puntata monografica sul dibattito che si è aperto dopo la convenzione nazionale Democratica di ieri sull’istituto delle primarie e sulle forme della democrazia interne (o esterne) ai partiti nel nostro Paese. Un fuoco di fila, in realtà, dell’area della mozione Bersani contro una soluzione che già dal prossimo 25 ottobre potrebbe riservare sorprese a chi punta tutto sulla fedeltà e sui giochi del controllo delle tessere. Una soluzione osteggiata, oggi, forse anche proprio con lo scopo di disincentivare al voto fra due settimane e, in questo modo, favorire la continuità di risultati tra primo e secondo turno al congresso Pd. Ma il risultato potrebbe essere l’opposto. Ce ne parla comunque la grande firma de il Politico.it in questo ennesimo pezzo da non perdere. Buona lettura.

Nella foto, Mario Adinolfi

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di MARIO ADINOLFI

1. E’ partita un’incredibile offensiva: contro la democrazia diretta e lo strumento delle primarie. Un’offensiva stimolata dal fatto che con ogni probabilità milioni di persone il 25 ottobre si metteranno in fila, spenderanno tempo, pagheranno persino dei soldi per votare e decidere. Per decidere il nome del segretario del più grande partito riformista d’Europa.

2. Luciano Violante oggi in un’intervista a La Stampa fa l’eco a Massimo D’Alema e ripete: “Il segretario di un partito devono deciderlo gli iscritti, non gli elettori”. Qualcuno mi spiegherà perché una legittimazione più ampia è così esecrabile rispetto a una legittimazione più ristretta. O meglio, non spiegatemelo. So perché D’Alema, ma anche Violante e Bersani e Visco e tutti quelli con cui ho parlato preferiscono che a scegliere siano i signori delle tessere. Perché altrimenti il gioco rischia di sfuggire loro di mano.

3. Dovevate vedere lo sguardo torvo di D’Alema, la faccia incredula del mio amico Franco Marini, il sincero stupore di Rosy Bindi che non finiva di voltarsi verso una platea congressuale che doveva essere a maggioranza assoluta bersaniana e invece inondava di applausi Dario Franceschini. Dovevate vederli e capire.

4. D’Alema ha provato a dire che gli iscritti non avrebbero accettato una leadership diversa da quella di Bersani, che secondo l’ex segretario del Pds è “incommensurabilmente più credibile” di Franceschini. La risposta ieri gliel’hanno data non gli iscritti. I delegati. Su chi sia il più credibile. Su chi sia il leader potenziale che più sa infiammare i cuori. E su quel che potrebbe accadere se a quegli iscritti e a quei delegati, a questo popolo democratico, fossero scippate la democrazia diretta e le primarie per la scelta del leader.

5. Eppure la vulgata dei sedicenti intellettuali che ieri si sono tenuti lontani dalla Convenzione del Partito democratico, continua a giocare cercando di salire sul presunto carro del presunto vincitore. Non mi sorprende che l’ex lothar dalemiano Fabrizio Rondolino nella puntata di oggi di Omnibus abbia speso buona parte del suo tempo a provare a smontare la figura di Dario Franceschini. Mi infastidisce di più sentire Ritanna Armeni, che una volta cantava il bertinottismo della necessità della partecipazione più ampia possibile, affermare che le primarie sono il frutto dell’antipolitica. Antipolitica? Persone a milioni in fila per votare un segretario di partito è antipolitica? Ma vi siete bevuti il cervello?

6. Non sopporto più questi elitisti che si proclamano cantori della sinistra ed è una sinistra immobile, conservatrice, che ha paura della sua stessa ombra e il terrore di aprire e spalancare le porte, abbattere i suoi confini. Elitisti che si fidano solo delle consuete nomenklature, pur se si atteggiano a iconoclasti e invocano il rinnovamento.

7. La frontiera delle primarie, la conquista che è stato frutto di un percorso lungo e complicato, è l’essenza stessa del Partito democratico. Combatterla, negarla è come voler negare il proprio dna. Rimettere le decisioni più importanti nelle mani di nomenklature che detengono i pacchetti di tessere mi pare una follia, un suicidio politico rispetto all’unico passo avanti compiuto nell’elaborazione politica del campo progressista: l’idea di affidarsi alla partecipazione più ampia possibile e alla democrazia diretta. Difendere questa frontiera è un obiettivo vitale, sconfiggere chi vuole tornare indietro è il motivo principale per cui io domenica 25 ottobre voterò Dario Franceschini.

MARIO ADINOLFI

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