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Diario politico. La stampa estera dura con il premier. E lui: “Sputtanano me e l’Italia”

ottobre 12, 2009 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma, oggi, è di Ginevra Baffigo. NYT, Times, Financial Times, persino il conservatore Le Figaro attaccano da tempo Berlusconi reo, a loro modo di vedere, di avere gettato la democrazia italiana in una condizione di anomalia. Dalla Festa della Libertà di Benevento lo sfogo del presidente del Consiglio: «Vogliono fare come nel ’94, ma non ci riusciranno». Poi l’affondo sulla giustizia e i magistrati: «Riforma pronta: separazione delle carriere e intercettazioni solo per reati gravi. Consulta sleale. E sul giudice che ha condannato Fininvest (al risarcimento di 750 milioni di euro alla Cir di De Benedetti, ndr) ne sentirete delle belle». Alfano: «Difficile non pensare ad una riforma del Csm». E poi torniamo sulla con- venzione nazionale del Pd, con un ulteriore approfon- dimento dopo il racconto in tempo reale di oggi. Sentiamo.

Nella foto, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla Festa della Libertà oggi a Benevento

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di Ginevra BAFFIGO

E nel giorno del riposo la politica italiana impugnò le armi e scese in un’arena infuocata. Decisamente un’atipica domenica di ottobre quella che ci siamo lasciati alle spalle; una concitata Festa della Libertà a Benevento, un congresso del Pd ormai preso nel count-down per le primarie, e il tran-tran riformatore sulla giustizia.

Berlusconi&la stampa estera. “Le accuse sui giornali italiani e certa stampa estera sputtanano non solo il presidente del Consiglio, ma anche la nostra democrazia e il nostro Paese”. Così il premier ha definito quella che emerge come una preoccupazione per la situazione italiana espressa ieri dalle principali testate occidentali. Berlusconi non si limita tuttavia alla stampa, ma schiera nel “blocco rosso” anche l’opposizione: “Noi oggi ci troviamo di fronte a un’opposizione che non si sa più cosa sia, di certo non corrisponde al suo nome “Partito Democratico”, sono ancora i comunisti di sempre e non credono nella democrazia. Un partito che vede come leader outsider l’editore dell’Espresso”.
E’ noto come negli ultimi mesi il presidente del Consiglio abbia avviato una serie di azioni legali contro alcuni giornali nazionali e stranieri, accusati di diffamazione per ciò che hanno scritto sulle ultime vicende del presidente del Consiglio, dal Casoria-gate alle rivelazioni di Patrizia D’Addario. Cause legali sono già state avviate in Italia, Francia e Spagna, e sono in fase di preparazione in Gran Bretagna. Malgrado le querele, i giornali, specialmente quelli d’oltranpe, insistono nel denunciare una realtà che giudicano diversa rispetto a quella raccontata dal Governo. Il Times, il Financial Times, perfino Le Figaro oggi parlavano di una democrazia italiana in cattive condizioni. Berlusconi che, secondo la stampa estera, sarebbe ormai prossimo a dimissioni che vengono giudicate obbligate. All’indice vengono messi gli ultimi attacchi alla Corte Costituzionale ed al capo dello Stato; a seguire, ancora, le vicende personali dello stesso presidente del Consiglio che, come chiarisce il New York Times, “in un altro paese avrebbero probabilmente messo fine alla sua carriera politica”. In Francia, Le Figaro allarga il quadro al Lodo Mondadori: “Paradossalmente l’uomo politico Berlusconi è stato messo in crisi dall’uomo d’affari”. Attacchi forti al leader del Pdl, ma i timori più grandi della stampa estera non riguardano la sorte del premier bensì quella dell’Italia: secondo Charles Grant, direttore della think tank Center for European Reform, “Se un paese in cui un uomo possiede tutte le televisioni chiedesse di entrare nella Ue, verrebbe respinto”.

Berlusconi&i giudici. Nel suo discorso alla Festa della Libertà a Benevento tuttavia il premier non si ferma qui. Evocando l’avviso di garanzia ricevuto a Napoli, durante il G8, nel 1994, che lo costrinse alle dimissioni, denuncia: “Stanno cercando di fare la stessa cosa”. E poi riapre un capitolo difficile della nostra storia politica, quello di Tangentopoli: “Venendo qui ho letto i giornali italiani e mi sono chiesto cosa davvero sia cambiato da quando l’intervento della magistratura fece fuori tutti i partiti e tutti i protagonisti furono costretti a lasciare la politica e qualcuno anche l’Italia”. Posta la domanda, Berlusconi risponde: “Oggi di diverso c’è il fatto che abbiamo il consenso del 68% degli italiani e il fatto che abbiamo il Pdl”.
Secondo il premier la bocciatura del Lodo Alfano è un atto di sleatà nei confornti del Parlamento e ora “qualcosa dovremo fare”, dice Berlusconi, senza entrare nello specifico. L’attacco alla magistratura si estende poi anche al giudice civile estensore della sentenza che ha condannato Finivest a risarcire la Cir di Carlo De Benedetti con 750 milioni di euro. Colpito perciò anche il giudice Raimondo Mesiano, che ha presieduto il processo civile sul Lodo Mondadori, e dal quale “se ne sentiranno venir fuori delle belle”, promette il premier.

Berlusconi&la riforma della giustizia. “Abbiamo allo studio, ma è pronta, la riforma del processo penale con la separazione dei giudici che devono giudicare dagli avvocati dell’accusa”. Si tratterebbe di una misura “fondamentale” che equiparerà la difesa e l’accusa nei processi, dove ora, secondo la tesi del Governo, i pubblici ministeri avrebbero un vantaggio. Berlusconi ha poi annunciato che il ddl sulle intercettazioni, bloccato al Senato prima dell’estate dalle perplessità del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, introdurrà delle norme tali da permetterle solo per i reati gravi. Non mancano delle novità in tema di carceri: “Mercoledì con Alfano metteremo a punto un piano per realizzare in meno di due anni carceri civili dignitose per 20.000 posti”, ha annunciato Berlusconi. “Così l’Italia tornerà ad essere uno stato civile”, rimediando all’allarmante stato dei nostri istituti penitenziari da anni sovraffollati.

Il Guadasigilli fa eco al premier in un’intervista a “Libero”. Sebbene in un primo momento Alfano si sia dimostrato incline ad accettare il verdetto dell’Alta Corte, oggi quell’iniziale imperturbabilità sembra aver ceduto il passo ad un vis politica ben più vivace. La bocciatura del Lodo, che prevedeva la sospensione dei processi per le quattro più alte cariche dello Stato, “ha riaperto lo scontro politico e esacerbato gli animi tra maggioranza, opposizione e giudici. Con l’aggravante che, d’ora in avanti, ogni legge o riforma del Governo di natura penale correrà il rischio di essere tacciata di influenzare i processi che riguardano Silvio Berlusconi”, dice il ministro della Giustizia. “Non è così – chiosa – stiamo riformando la giustizia in modo chiaro e trasparente”. Poi, smentendo le intenzioni del Governo di cambiare i criteri di nomina dei giudici costituzionali, si lascia sfuggire: “E’ difficile non prendere in considerazione una riforma del Csm”. Mentre sull’eventuale ripristino delle immunità parlamentari Alfano è cauto: “Non fa parte del programma di governo, né l’esecutivo ha alcuna intenzione di presentare disegni di legge sulla materia”. “Ma – continua il Guardasigilli – quando il Partito Democratico avrà un assetto consolidato, occorrerà svolgere una riflessione per pensare a un nuovo equilibrio dei poteri che, lasciando inalterata l’indipendenza della magistratura, renda il potere legislativo altrettanto capace di evitare interferenze da quello giudiziario”. Il ministro rivendica il proprio operato in questi primo anno e mezzo di legislatura, leggi antimafia e processo civile, e annuncia quanto si farà nei prossimi mesi: riforma dell’avvocatura, intercettazioni e processo penale. Ed inifine sul ddl intercettazioni: “Il Senato potrà migliorarlo, ma difendiamo l’impianto generale del testo”.

Congresso Democratico. La convenzione nazionale si tiene a Roma, Hotel Marriott, in una piccola sala gremita dei circa mille delegati. Ratificata la vittoria di Pierluigi Bersani tra gli iscritti (con il 55% dei voti), via alla campagna per le primarie aperte a tutti i simpatizzanti.
L’inno di Mameli ed un minuto di silenzio per le vittime di Messina aprono la giornata. Segue l’applauso di solidarietà a Giorgio Napolitano e a Rosy Bindi, ultimi bersagli delle parole dal Premier. Alla convenzione non mancano nemmeno degli illustri assenti: Walter Veltroni, che lascia a far le sue veci un aforisma speranzoso e Arturo Parisi che diserta polemicamente «una convenzione lampo». I tre sfidanti sfoggiano tre stili diversi, ma la platea li applaude caldamente, malgrado le differenze molto marcate, sulla forma partito e le alleanze future. Bersani parla di un «Pd fortemente radicato» sul territorio che dia la priorità agli iscritti sull’elezione del segretario, quindi niente primarie. Mentre sulle alleanze, l’ex ministro per lo Sviluppo economico evoca Prodi promettendo di «riaprire il cantiere dell’Ulivo» e riformare un quadro ampio di alleanze. La vocazione del Pd deve essere quella di un partito «popolare» che guardi a quei ceti deboli che hanno premiato il centrodestra. Operai, precari, disoccupati e le piccole imprese sono le fasce verso cui orientarsi. Pronta la benedizione di Guglielmo Epifani: «Voterò per lui».
Ma la vocazione popolare del partito ritorna anche nell’intervento di Franceschini, che non vuole più un Pd dei “salotti”. Il segretario uscente ricorda di aver assunto la guida in un momento di massima difficoltà, «è stato un onore» dice. Mentre tornando al presente chiarisce: “Mi sono ricandidato perché il Pd vada avanti” e con questo sembra alludere al “ritorno al passato” di cui viene accusato spesso Bersani. Per Franceschini la prima cosa da ribadire è la necessità di fare una dura opposizione al Governo «perchè essere anti-Berlusconi non vuol dire essere anti-italiano». E la linea dura, che si riflette anche sul piano verbale, lo porta a definire il presidente del Consiglio «un ominicchio». Al segreDario, secondo posto nella corsa interna, non resta che puntare tutto sulle primarie. Di Bersani boccia anche il progetto sulle alleanze in difesa di «bipolarismo e dell’alternanza». Riguardo all’ipotesi di un nuovo centro, Franceschini è duro: «Di tattica si muore. Non credo a un nuovo centro, magari creato ad arte, mandando qualche persona di là, per poi fare alleanze di governo. Così il Pd non avrebbe più senso. Tanto valeva restare Ds e Margherita». E infine: «Si lasci la scelta sul come morire alla persona e ai suoi familiari e non allo Stato». Prima di lasciare il palco, promette: «Se vincerò le prime due persone che chiamerò nella mia squadra saranno Pierluigi e Ignazio».
Giunto il momento di Marino l’atmosfera si fa tesa. Il chirurgo prestato alla politica non ha paura denunciare ad alta voce responsabilità in negativo vere o presunte: il tesseramento gonfiato al sud, la cattiva amministrazione sempre nel Meridione, le liti interne, le «appartenenze che hanno mosso l’adesione alle mozioni». Prima di parlare del suo programma, Marino ne ribadisce anzitutto il metodo, che sarà quello della «laicità dello Stato perchè è lì che deve esercitarsi la nostra capacità di dialogo». Dopo, “primarie sempre” e un no secco al “ritorno all’Unione”.

Ginevra Baffigo

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