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Il ritratto del personaggio della settimana L’IMPERTURBABILE ALFANO di Luca Lena

ottobre 10, 2009 di Redazione 

I nostri lettori lo hanno atteso un giorno di più, per la priorità data ieri alla più stretta attualità, in giornate caldissime per la politica italiana. Ma, vi anticipiamo, cultori dell’affresco del venerdì, ne è valsa la pena. Il nostro vicedirettore traccia un ritratto dei suoi migliori, sul ministro della Giustizia autore della legge che la Consulta ha giudicato incostituzionale mercoledì. Un profilo che trae dalla fisicità del possibile successore di Silvio Berlusconi (per il quale l’ex coordinatore di Forza Italia in Sicilia avrebbe preparato una bozza di riforma del sistema giudiziario che partirebbe dal Csm, i cui componenti verrebbero eletti tra una lista di candidati sorteggiata: un’idea già respinta come «irrazionale» e giudicata incostituzionale anche da figure vicinissime al premier – e alla sua sensibilità in tema di giustizia – come Gaetano Pecorella. Ne riparleremo) spunto e chiave di lettura per andare a fondo nel personaggio Alfano: un pezzo da non perdere, che accompagnia- mo come sempre con la bella illustrazione da collezionare del nostro Pep Marchegiani. Buon piacere della lettura.

Nell’illustrazione di Pep Marchegiani, il Guardasigilli Angelino Alfano

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di Luca LENA

Si vede muovere la sua figura nei pressi di Montecitorio. La falcata composta e sobria, lo sguardo fiero, mai rigidamente improntato ad un egocentrismo vanaglorioso. Poiché, in alcune professioni pubbliche, è più importante manifestare autorevolezza nella capacità di non offrire agli sguardi altrui l’esigenza di ostentarla. Angelino Alfano lo sa, ha dovuto impararlo. Come uomo di legge, o meglio, di Giustizia, condivide con altri suoi colleghi l’arcigno e bilioso sguardo, la fronte arcuata a raccogliere ogni segnale esterno, come se in qualsiasi istante le lambiccate logiche della politica venissero messe in dubbio. Le stesse logiche che il Ministro della Giustizia deterge in un linguaggio fermo e inflessibile ma non solenne, mai ricercato in un’ossessiva perseveranza della forma. Nella sua dialettica la verità è l’unica forma, anche se spesso nel labirintico vortice forense rappresenta una retorica interpretativa che assottiglia i cunicoli di libertà oggettiva e offre al linguaggio una capacità creativa inusitata e potente. E’ interessante scorgere in Alfano una confluenza allettante tra le empiriche propensioni di avvocato e le naturali tendenze da ex ragazzo prodigio, precoce sia nell’interesse politico che nelle attitudini oratorie.
Ad appena quattordici anni già assisteva alle sedute del Consiglio comunale di Agrigento dove il padre è stato vice-sindaco con la DC. Lo stesso partito in cui inizierà la sua partecipazione politica, prima di abbandonarlo per Forza Italia nel 1994, l’anno della svolta berlusconiana. Ed il Cavaliere, che certo ha fiuto da vendere nello scorgere personalità competenti e potenzialmente affini nel vogare per la galea politica, scorse negli occhi di un Alfano appena trentenne una scintilla singolare per i risvolti futuri della propria ascesa politica. Ai detrattori sorge spontaneo chiedersi per quale strana coincidenza, già quindici anni fa, il leader del Polo si trovava a tassellare la squadra governativa di avvocati in erba, ma in fin dei conti se il gioco di lungimiranza non fosse stato predetto a dovere oggi forse non parleremmo di Alfano. Prima di diventare deputato nel 2001, già conosceva Montecitorio da qualche anno, quando poco più che venticinquenne inizia a lavorare con altri coordinatori forzisti. Infine, nel 2005, succedendo a Miccichè diventa coordinatore della regione Sicilia, per giungere al 2008 quando con l’avvento del Berlusconi IV, ad Alfano viene assegnato il Ministero della Giustizia, diventando ad appena trentasette anni il più giovane in assoluto a guidare uno dei più delicati dicasteri della Repubblica.

La sua precocità naturale si è palesata pochi mesi dopo l’elezione nel maggio 2008. Non si era ancora attraversata l’estate che il nome del neo Ministro della Giustizia già pulsava sulle prime pagine dei giornali. Anche se sulla scena politica da alcuni anni, solo con il famigerato “lodo Alfano” – che in realtà era una legge a tutti gli effetti – il Ministro produsse una spinta improvvisa alla propria immagine pubblica. Chi tra le fazioni amiche ne difendeva l’autorevolezza, la competenza, la sagacia professionale, e vedeva nel “lodo” la democratica e necessaria tutela di un “bene”, Silvio Berlusconi, altrimenti distratto dagli obblighi in tribunale per i processi in corso. Chi, invece, nell’opposizione, oltre a rimarcare ironicamente l’eventualità per cui qualche distrazione extra-politica del Cavaliere avrebbe potuto giovare al popolo, consideravano Alfano l’ennesimo scudiero scalcinato di Berlusconi, magari valido e preparato per meritare il rispetto degli avversari, ma ancora lontano dal mantenere un’indipendenza etica che anticipasse gli interessi primari del leader. Per cui si è assistito allo strano caso in cui un “lodo”, dunque una creazione, è divenuta l’immagine stessa della figura che ne è stata fautrice. Osservando la serietà indissolubile dall’immobilismo espressivo del giovane politico, si poteva immaginare lo scudo brandito a due mani dietro al quale proteggere la legittimità del governo, che secondo una logica opinabile poteva permettere sul proprio leader la sospensione della legge per ottemperare la volontà del popolo che l’aveva eletto. Sarà forse per questo che l’incostituzionalità della legge enunciata dalla Consulta spoglia Alfano dell’armatura rugginosa di cui si era vestito nell’ultimo anno, quasi come se il lodo omonimo avesse fornito un’indiretta e ideale protezione al proprio operato, oltre ad offrirne una più concreta alle quattro più alte cariche dello Stato. In parte perché probabilmente a beneficiarne sarebbe stato solo il Presidente del Consiglio, dato che Fini, l’unico oltre Berlusconi ad essere implicato in un caso giudiziario, aveva scelto anzitempo di rinunciare all’immunità in segno di rigoroso rispetto per la Costituzione ed il popolo. Con il passare del tempo, dunque, l’arcigna e in parte macchiettistica fisicità di Alfano, divenendo parte della stessa opera legislativa, ha finito per marcire sotto i colpi giudicanti la liceità del provvedimento. E la cicatrice profonda inferta dal giudizio negativo la si è scorta nell’ancor più cupo ed incavato volto dell’avvocato-politico Alfano, di fronte alla scomparsa di un’opera alla quale, volente o nolente, aveva prestato il proprio nome.

Sulla sua scrivania rimangono comunque altri lavori degni di nota: il tentativo di riformare la giustizia ed i processi penali, la digitalizzazione del procedimento giudiziario e l’obiettivo di parificare pm e difesa.

Eppure anche in questo caso, per quanto siano provvedimenti dalla profonda valenza politica, sembrano scolorire di fronte ad altre inchieste più o meno rilevanti che hanno fatto sussultare di nuovo il nome del Ministro sui quotidiani. Pare essere questa infatti la condanna dei politici restii all’apparizione scenica che però sono costretti a maneggiare questioni scottanti, rischiando di marchiarsi la pelle nelle rare ma decisive occasioni in cui vengono chiamati in causa. E’ il caso dell’indagine “Why Not”, scaturita dall’ipotesi di un gruppo di potere sotterraneo collegato ad una loggia massonica, che scatenò un vero e proprio putiferio tra le procure di Salerno e Catanzaro. Anche se per legge solo la procura campana può indagare su quella calabrese – e non è possibile il contrario – le dichiarazioni di Alfano che giudicò “abnorme e carente di equilibrio il provvedimento di perquisizione e sequestro emesso nei confronti dei magistrati inquisiti di Catanzaro” permisero ugualmente il trasferimento di sette magistrati di Salerno, alzando un polverone mediatico per ciò che concerne l’intreccio tra politica e magistratura.

Angelino Alfano è un personaggio relativamente nuovo e giovane sul panorama politico italiano; uno di quelli che sembra consolidare il proprio attaccamento alla professione come a un dovere civico e sociale, piuttosto che nell’asservimento a un obbligo particolare che implichi dovizia di moralità e indipendenza intellettuale. In fondo è un po’ la prerogativa degli uomini di legge, il sostentamento di ruoli attraverso un tecnicismo etico che sovente permette oscillazioni pericolose alle oggettività democratiche che ci si avventa di considerare acquisite. E’ il lavoro di erosione nascosto che accorcia alcune strade, lasciando franare sentieri comuni ad ampio respiro: indispensabile pare oggi conoscere questo codice linguistico, nella politica che delle esteriorità fa la sua condotta, dove avere il potere di mappare una nuova genetica nelle radici intorpidite dai clamori diviene sempre più importante. Alfano è l’uomo che concentra nella sua intelligenza le facoltà di avvocato, fisiologicamente lontano dallo scenario politico moderno, ma plasmato dalla prematura vicinanza con gli ambienti istituzionali che ne hanno modificato le attitudini e affinato la visione d’insieme. Si vede muovere ancora la sua figura nei pressi di Montecitorio. Imperturbabile, immutabile, inavvicinabile nella vittoria e nella sconfitta.

Luca Lena

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