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Diario politico. Berlusconi: “Sono io il più perseguitato. E giudici sovvertono voto”

ottobre 10, 2009 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma, oggi, è di Carmine Finelli. La più completa, la più approfondita. Lasciato spazio all’editorialino di Torchiaro sul possibile divorzio del Pd da Di Pietro e alla rivelazione dei maldipancia degli ex An dentro la maggioranza, apriamo con il consueto racconto della giornata molto amato dai nostri lettori che ne fanno uno strumento per vivere di più ogni giorno la politica italiana oltre che di lavoro. Berlusconi contro tutti, la proposta da ambienti del centrodestra di reintrodurre l’immunità parlamentare, l’offesa del presidente del Consiglio a Rosy Bindi (con la reazione del ministro Meloni), la risposta di Mancino alle rivelazioni di Martelli giovedì sera ad “Annozero”, i temi che affrontiamo e sviluppiamo in questo pezzo come sempre da non perdere. Sentiamo.

Nella foto, Silvio Berlusconi

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di Carmine FINELLI

Il presidente del Consiglio è un fiume in piena. Affronta tutti i temi caldi dell’attualità politica, a margine del Consiglio dei ministri di questa mattina. E torna a ribadire quale sia la sua posizione sulla bocciatura del Lodo Alfano: “Non darò le dimissioni sono il miglior premier di sempre. Sono stato sempre assolto, la prescrizione non è una condanna. I processi di Milano sono autentiche farse. Andrò in tv e lo spiegherò agli italiani. Io sono un argine alla sinistra e vogliono sovvertire il voto degli elettori. Sono in assoluto il maggior perseguitato dalla magistratura di tutta la storia di tutte le epoche del mondo”. La conferenza stampa a termine del Cdm assume subito i toni duri che hanno contraddistinto questi giorni immediatamente successivi alla bocciatura del Lodo Alfano. E raccoglie lo sfogo accorato di Silvio Berlusconi: “Sono un perseguitato dalla magistratura. Il più grande perseguitato della storia, visto che sono stato sempre assolto, con due prescrizioni. Ho speso 200 milioni di euro per i giudici… scusate, per gli avvocati”. Poi Berlusconi ne ha anche per Napolitano: “Non bisogna essere ipocriti. Io sono di destra, Napolitano è di sinistra. Non si deve offendere”. Accuse anche contro la Consulta, che, per il premier, “è stata sleale con il Parlamento”. Il tentativo della mattinata di smorzare i toni aggressivi dei giorni scorsi allorquando Silvio Berlusconi spiega che è ancora possibile una “leale collaborazione con il Colle”, non trova seguito nella parole di questa sera. Il premier conferma la sua idea che “in Italia non c’è nessuno che si può considerare super partes. Bisogna sgombrare il campo dalle troppe ipocrisie perché la coabitazione tra due parti politiche non è mai facile”. Poi Berlusconi conclude: “È un fatto che il presidente è sempre stato un protagonista della sinistra e nulla può cambiare la sua storia politica. Per il futuro – aggiunge – sono convinto che sia possibile una leale dialettica tra Quirinale e Governo e sono certo che non ci sarà nessun ostacolo al nostro programma di riforme per cambiare l’Italia”. Ai microfoni del Tg5 il primo ministro rinnega boccia l’ipotesi di una manifestazione: “Siamo al governo – dice il presidente del Consiglio – abbiamo il consenso popolare, un consenso che è aumentato. Se c’è un governo legittimato dal sostegno degli elettori è il nostro. È chiaro che siamo maggioranza e governeremo per cinque anni”. Anche se su questo punto, il Cavaliere è contraddetto da uno dei suoi alleati più fedeli: Umberto Bossi. Secondo il Senatùr “il governo è compatto e forte e il problema è non andare a votare perché altrimenti salterebbe il federalismo e questo mi farebbe veramente incazzare”; e tuttavia, l’idea della manifestazione “è un’ipotesi che non è mai tramontata. Per la Lega che dispone di migliaia di uomini disposti anche a battersi. La piazza è sempre pronta però noi siamo gente che preferisce trattare”.
C’è modo, per Berlusconi, anche per un attacco al Corriere della Sera: “Il Corriere della Sera per nostra sfortuna è passato da essere un foglio della borghesia conservatrice ad essere un foglio di sinistra. Questo ci dispiace molto: sentiamo la mancanza del Corriere che fu”.

Immunità parlamentare. Intanto il guardasigilli Angelino Alfano assicura che “non perseguiremo ancora una volta questa strada che è stata dichiarata, a nostro avviso in modo sorprendente, illegittima dalla Corte Costituzionale” ribadisce alla festa del Pdl di Benevento. Sulla proposta di reintrodurre una nuova immunità parlamentare il ministro della Giustizia risponde che “non fa parte del nostro programma. Se si aprisse però con il Pd rinnovato dopo il congresso un’ampia fase di dibattito pubblico, sarebbe nel bene del Paese”. Ma è Dario Franceschini, sulla sua pagina di Twitter a smontare l’ipotesi di ampie convergenze sull’immunità. Un secco commento: “No, mai”, che sbatte la porta in faccia a Marco Follini – che aveva giudicato percorribile la soluzione – e all’apertura di Alfano. Al contrario il politologo Alessandro Campi, direttore scientifico della Fondazione FareFuturo, vicina al presidente della Camera Gianfranco Fini, rilancia la proposta: “Serve una proposta seria – spiega Campi – Invece di vivere di espedienti, inventare leggi e leggine, suggerisco di ripristinare l’articolo 68 della Costituzione, modificato nel ’93 sull’onda di Mani Pulite. Nessuno potrà dire che non è costituzionale. Se ne discuta in un dibattito parlamentare”. Per il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, “oggi è del tutto inappropriato parlare di immunità. È invece il momento di parlare dei problemi degli italiani, non dei problemi dei parlamentari o di alcune categorie o dei vertici dello Stato. Solo chi pensa che gli italiani non abbiano problemi può pensare ai suoi sempre prima che a quelli degli italiani: adesso risolviamo i problemi degli italiani poi pensiamo al resto”.

Le offese alla Bindi. Tra gli ambienti di Camera e Senato non monta solo la polemica sull’immunità. Anche quella per l’insulto del presidente del Consiglio a Rosy Bindi. Nella puntata di mercoledì di “Porta a porta”, Silvio Berlusconi, intervenuto per telefono in trasmissione, aveva definito l’esponente del Pd “più bella che intelligente”. In giornata, la prima, e sola, esponente a smarcarsi dalle parole del premier è stata il ministro per la Gioventù, Giorgia Meloni: “Mi dispiace per la frase. È una battuta che non avrei mai fatto”. “Mi dà fastidio – aggiunge poi il ministro – questa presunta solidarietà a senso unico. Sto ancora aspettando che una esponente del centrosinistra esprima un parere sull’osservazione che le donne della destra hanno un rapporto orizzontale con la politica”. Poi ricorda un episodio che l’ha toccata personalmente, ovvero quando “il grande esponente dell’intellighenzia della sinistra italiana, Giorgio Bocca, ha definito la sottoscritta gallinella del potere. Sto ancora aspettando che una qualunque delle esponenti del centrosinistra esprima solidarietà a qualcuna di noi – conclude la Meloni – Pertanto non accetto lezioni né da Livia Turco né da nessun altro”. In effetti la Turco, capogruppo del Pd in commissione Affari sociali della Camera, ha chiamato in causa le ministre del governo Berlusconi: “Dopo le offese del premier e di Castelli all’onorevole Bindi, è ancor più grave il silenzio delle donne della destra. Le ministre Carfagna, Gelmini, Meloni e Prestigiacomo insieme alle loro colleghe del Pdl e della Lega non hanno niente da eccepire se un uomo dice a una donna di non essere intelligente e che non gli interessa se lei ha da dire qualcosa. La mobilitazione spontanea di migliaia di donne è un segno di speranza per il futuro, il premier risponda all’interpellanza che ho presentato il 30 luglio”. Alla Meloni, fanno seguito le dichiarazioni del ministro per il Turismo Michela Vittoria Brambilla: “Non credo a distinzioni di genere quindi alla solidarietà o tra donne o tra uomini. E poi, verso il presidente del Consiglio sono state usate parole vergognose che io non mi sarei mai aspettata da esponenti politici che hanno una grande esperienza”. In serata la stessa Rosy Bindi si fa sentire commentando la battuta: “Berlusconi ha passato il segno, come sempre. Ma almeno, come conseguenza, si è avuta una straordinaria manifestazione contro un sentimento radicale che si covava da tanto tempo e che è riesploso – dice la vicepresidente della Camera durante un incontro a Como – Le donne del Pdl non mi hanno difeso? Non hanno difeso nemmeno lui e poi si deve considerare che il Pdl ha un modo diverso di reclutare la classe dirigente. Nel Pdl una donna ha accettato la regola di essere a disposizione del premier, e non mi riferisco al letto di Putin. Berlusconi ha questa concezione delle donne e non accetta di confrontarsi con loro. Sono contenta di avere fatto la buccia di banana”. L’esponente del Pd ha poi diffuso una nota per ringraziare gli autori dei “migliaia di messaggi di amicizia e di affetto che mi hanno commosso. Non sono affatto annientata dalle parole offensive e gratuite del presidente del Consiglio – assicura – Anzi, sono più che mai felice di essere una donna. Con quelle espressioni da cabaret ha cercato di colpire me ma ha offeso tutte le donne e le stesse istituzioni”.

“Annozero” e la mafia. Il polverone sollevato ieri dalle dichiarazioni di Claudio Martelli durante la puntata di “Annozero”, quando l’ex ministro del Psi ha sostenuto che Paolo Borsellino sarebbe stato a conoscenza di una trattativa tra stato e mafia dopo la strage di Capaci nel maggio del 1992, continua ad alimentarsi in un susseguirsi di smentite e dichiarazioni. Oggi interviene anche il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Nicola Mancino: “Ad evitare che i titoli di alcuni quotidiani di oggi, virgolettati, accreditino una trattativa Stato-mafia nel 1992, desidero far presente che intanto si può parlare di una trattativa intavolata con lo Stato in quanto ad autorizzarla abbia dato il suo consenso chi del Governo all’epoca aveva la legittima rappresentanza: il capo del Governo, il ministro dell’Interno o il ministro della Difesa” dice Mancino a proposito della puntata di ieri del programma condotto da Michele Santoro. All’epoca dei fatti Mancino era ministro dell’Interno e proprio per questo precisa che “per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell’Interno confermo che nessuno mi parlò di possibili trattative”. “Il riferito incontro, come ricostruito ad “Annozero” dall’onorevole Claudio Martelli, fra il capitano Giuseppe De Donno e la dottoressa Liliana Ferraro, all’epoca responsabile dell’ufficio del ministero della Giustizia già ricoperto dal giudice Falcone, incontro durante il quale il capitano De Donno rappresentava la disponibilità di Vito Ciancimino a collaborare a fronte di garanzie politiche, si concluse – prosegue Mancino – con l’invito rivolto dalla dottoressa Ferraro al capitano De Donno di parlarne al giudice Borsellino, incaricato delle indagini. E’ questa una trattativa? Quale responsabile, all’epoca, della sicurezza posso confermare – aggiunge Mancino – che detti immediato e decisivo impulso sia alla messa a punto e alla approvazione parlamentare di provvedimenti legislativi adeguati a rafforzare l’azione di contrasto alla mafia e delle conseguenti misure di sicurezza per i detenuti più pericolosi, sia alle indagini allora in corso, indicando priorità degli obiettivi da assicurare alla giustizia e fornendo agli investigatori gli adeguati strumenti di uomini e mezzi. Tale azione dette in pochi mesi frutti mai raccolti nel passato”. E ancora: “Circa il presunto incontro al Viminale con il giudice Paolo Borsellino il giorno del mio insediamento, 1° luglio 1992, ribadisco – sottolinea Mancino – le mie ripetute dichiarazioni, confermando di non avere avuto, né quel giorno né successivamente, alcun colloquio con il magistrato. Dal momento che il pentito Gaspare Mutolo è stato citato anche durante la trasmissione televisiva di giovedì 8 ottobre ultimo scorso, allora lo si citi per intero. Infatti, alla domanda di Mutolo, rivolta al giudice Borsellino, sul perché fosse tornato dal ministero tutto arrabbiato, agitato, preoccupato, Borsellino risponde, secondo quanto lo stesso pentito dichiara: “Viceversa del ministro mi sono incontrato con il dottor Parisi e il dottor Contrada”. La ricostruzione di Mancino continua: “La testimonianza di Mutolo è agli atti giudiziari ed è riportata per intero in un volume di cui è coautore uno degli ospiti presenti ieri nella trasmissione. Tutto ciò – rileva Mancino – non è sufficiente per provare che nessun colloquio ci fu tra il ministro e il giudice in quel giorno?”. “La fantasiosa ricostruzione, poi – conclude l’ex ministro – dei motivi della sostituzione del ministro Scotti con altro ministro, più moderato, è superata – rivendica Mancino – da tutto ciò che quel ministro, io stesso, fece, e dai successi ottenuti nella lotta contro la criminalità organizzata, come possono testimoniare i presidenti Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi, Oscar Luigi Scalfaro, il senatore Lauro, il vicecapo della Polizia prefetto Rossi. Altro che linea morbida rispetto all’altra linea dura! Ripeto con fermezza che le fantasiose illazioni di cui sono oggetto sono smentite dai fatti oltre che dalla loro intrinseca illogicità. Se schegge o apparati di servizi deviati hanno commesso azioni illegali, ciò deve essere dimostrato dalla magistratura. La magistratura proceda anche a verificare le eventuali coperture. Sono certo che la verità potrà essere dimostrata dalle indagini giudiziarie e solo da queste”, conclude Mancino.

Il caso Minzolini. Approda in commissione di Vigilanza la scottante questione che riguarda Augusto Minzolini, direttore del Tg1. Mercoledì prossimo in commissione saranno ascoltati i direttori del Tg1 e del Tg2 Minzolini, appunto, e Mario Orfeo. Nella seduta successiva, giovedì 15 ottobre alle ore 9,30, sempre secondo il calendario approvato dall’Ufficio di presidenza, si svolgeranno le audizioni dei direttori del Tg3 e del GR con eventuale proseguimento alle ore 18,00. Seguiranno le audizioni degli altri direttori di testata, dei conduttori dei programmi di approfondimento, dei direttori di Rete e delle trasmissioni di servizio.
Augusto Minzolini è chiamato a rispondere dell’inusuale editoriale col quale ha preso le distanze dalla manifestazione di sabato 3 ottobre scorso per la libertà di stampa. Un commento subito stigmatizzato dal presidente Zavoli che lo aveva definito “non corrispondente allo spirito del servizio pubblico”. Tra mercoledì e giovedì, dunque saranno ascoltati tutti i direttori delle testate Rai.

Carmine Finelli

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