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Pd, il confronto da noi. Mogherini: “Ma con Bersani si torna indietro”

ottobre 8, 2009 di Redazione 

Intervista alla parlamentare Demo- cratica, ex responsabile Istituzioni del partito e membro della segre- teria di Dario Franceschini. E, ovviamente, in trincea con il leader uscente nella corsa alle primarie del 25 ottobre: «Ci saranno sorprese. Tanto più ampia sarà la partecipazione, quanto più verrà premiata la prospettiva di cambiamento incarnata da Dario. No a nostalgie della “prima repubblica”». L’ha sentita per noi Ginevra Baffigo.

Nella foto, l’onorevole Federica Mogherini a Denver nei giorni dell’ultima convention Democratica

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di Ginevra BAFFIGO

Onorevole Mogherini, mancano 17 giorni alle primarie. Il voto dei circoli ha dato un responso netto, assegnando una larga maggioranza assoluta a Bersani (oltre il 55%, ufficializzazione di oggi). Il 25 ottobre, però, com’è noto, si riparte da zero. Ci dobbiamo aspettare delle sorprese?
«Io credo di sì. La straordinaria partecipazione degli iscritti ai congressi di circolo è stata una grande prova di democrazia e di radicamento del PD, di cui tutti noi dobbiamo andare fieri. Ma sarebbe sbagliato pensare di fermarci lì. Il Partito Democratico è nato innanzitutto per essere uno strumento di partecipazione aperto, a disposizione di tutti quegli italiani che hanno voglia di cambiare radicalmente questo Paese che è sempre più fermo, chiuso, rivolto al passato e prigioniero delle sue ingiustizie. Le primarie saranno, come lo sono state due anni fa, una grande festa di partecipazione democratica – e sappiamo come di questi tempi ce ne sia bisogno, in Italia… Credo che quanto più si allargherà la partecipazione, tanto più verrà riconosciuta la capacità di Dario Franceschini di dare forza ad un partito di netta alternativa alla destra, in grado di dire cose chiare e di compiere scelte coerenti, coraggiose, anche di discontinuità e di cambiamento. Abbiamo bisogno di cambiare, non di tornare indietro, ai nastri di partenza. E credo che questo sia non solo lo spirito della candidatura di Dario, ma anche il sentire comune del nostro elettorato: opposizione netta, alternativa chiara alla destra, nessuna nostalgia della “prima repubblica” ma tanta voglia di coerenza e di futuro».

Si riferisce alla proposta di Bersani, tra richiamo identitario e politiche delle alleanze (anche) con il centro, quando parla di «tornare indietro» e di «nostalgia della “prima repubblica”»?
«Mi lasci dire intanto che in questo congresso vedo due dati estremamente positivi: innanzitutto la chiarezza delle posizioni in campo. Due anni fa abbiamo dato vita al PD senza che forse tutti coloro che allora sostenevano la candidatura di Veltroni ne condividessero pienamente l’ispirazione, ed il progetto. In fondo, proprio Bersani voleva candidarsi fin da allora, presumo quindi che fosse appunto fin da allora mosso da un progetto almeno in parte differente. Io credo sia stato un errore, allora, confondere le posizioni fino al renderle apparentemente omogenee, ma sostanzialmente contrapposte. Per come ho visto nascere e crescere il PD in questi primi due anni, il freno prevalente alla realizzazione del progetto è stato proprio quell’unanimismo di forma a cui poi corrispondeva un remare contro di sostanza. Che oggi le posizioni si chiariscano, che chi ha sempre pensato che quel progetto non fosse utile, o realizzabile, lo dica apertamente e metta in campo un progetto diverso – sostanzialmente il ritorno ad una sinistra che faccia la sinistra e che deleghi al “grande centro” il compito di prendere i voti “moderati” – credo sia utile. Chi sarà segretario avrà un mandato non solo pieno, ma anche univoco e chiaro, incontestabile, da realizzare. Cosa che evidentemente negli scorsi due anni non è stato.
L’altro elemento positivo che vedo è la grande partecipazione. Segno che i dibattiti di accademia sul partito “solido” o “liquido” sono per l’appunto inconsistenti: abbiamo realizzato, seppure con le difficoltà che noi tutti conosciamo, un partito ben più vivo e radicato di quanto non fossero i partiti che ci hanno preceduti, DS e Margherita compresi. E credo che questa sia una vittoria di tutti, di cui andare forse tutti un po’ più orgogliosi».

Fin qui due risvolti positivi. E le criticità?
«Le criticità… una riguarda i limiti che questa stessa, grande, partecipazione ha riscontrato: molto ampia e aperta in molti luoghi, forse un po’ filtrata e pilotata in altri. E sono cose di cui dobbiamo preoccuparci, serenamente e seriamente, proprio per evitare che questi limiti offuschino la straordinarietà della partecipazione democratica, sia degli iscritti che degli elettori alle primarie.
Un’altra criticità che vedo sta nella complessità (ed a volte nella contraddittorietà) delle regole che ci siamo dati, all’unanimità, con uno statuto che per tenere tutti insieme accostava forme di organizzazione e partecipazione tra le quali, forse, sarebbe stato più saggio scegliere. Ma a questo si lavorerà già a partire da lunedì».

Uno dei temi che più sembra dividervi, oltre a quelli di prospettiva cui abbiamo accennato, è come si prendono le decisioni dentro il partito.
«Io credo intanto che dal 26 di ottobre avremo un PD più forte, qualunque sarà il suo segretario. E credo che sarà compito del segretario attuare in modo coerente, netto, libero e coraggioso, le proposte che lo avranno portato a vincere le primarie. Senza ambiguità, con grande chiarezza e trasparenza.
Credo poi che il metodo debba essere quello che Dario Franceschini ha utilmente seguito in questi pochi mesi da segretario: luoghi interni di discussione e confronto franco, ricerca dei punti di decisione più avanzati, traendo dalle idee di ognuno il meglio, e poi però appunto decisione, se serve anche attraverso un voto a maggioranza. Ed a quella decisione, democratica, del partito, tutti dovranno rispetto: quella sarà la posizione del PD.
Immagino un partito in cui le maggioranze e le minoranze siano dettate dal merito delle questioni che si affrontano, di volta in volta, in modo libero – e non attraverso filiere di corrente, irrigidimenti dietro schemi identitari.
Posso aprire una piccola parentesi? Trovo che le correnti siano la morte della libertà e dell’autonomia di pensiero, ovvero dannose anche per la nostra comunità democratica – perché è solo il pensiero critico a portare ricchezza, idee nuove. Quella è una forma di fedeltà, di affiliazione. Anche, a volte, una forma di protezione individuale. Ma c’è dietro un’idea diversa del fare politica – più come carriera che come servizio -, che non mi interessa. Quello che dobbiamo fare è liberare le energie, di questo partito e di questo paese. Sarà difficile farlo nel paese se non riusciamo a farlo nel partito…
E poi siamo un partito democratico innanzitutto se riusciamo ad esserlo al nostro interno, in modo sereno, laico. Dove ognuno sia libero di portare il suo pensiero senza sentirsi “straniero” o “ospite non grato”, ma senza per questo sentirsi in diritto di condizionare con una sorta di potere di veto le decisioni comuni».

Ma, a proposito di correnti, non crede che il tanto decantato mescolamento non ci sia poi stato così tanto? Se si eccettuano poche eccezioni come la sua, o come quella di Piero Fassino, pare che il grosso degli ex Ds e il grosso degli ex Margherita si siano compattati dietro Bersani e Franceschini…
«Intanto, il primo blocco non è affatto compatto come si vuol far credere. Credo, anche per rispetto a chi ha scelto di sostenere Bersani, che chi ha scelto di sostenere Bersani lo abbia fatto sapendo ciò che sceglieva, e non solamente seguendo l’indicazione di qualcuno, o una vecchia bandiera. Certo, in alcuni può essere scattato un elemento di nostalgia, di ritorno al porto noto e sicuro. Posso capirlo, il passato ci sembra sempre migliore di quello che era effettivamente. Io, proprio perché vengo da quella storia, posso dire che aveva grandi pregi, ma anche grandi limiti. Politici, culturali, organizzativi, ed elettorali. Ogni nostalgia è del tutto illusoria… una coperta calda, niente di più.
Specularmente, credo che la maggior parte delle persone provenienti dalla Margherita abbia compiuto una scelta libera e consapevole. Ma non escludo che per qualcuno sia scattato un meccanismo di “riconoscimento” (e forse hanno avuto qualche sorpresa, ascoltando le parole e gli impegni di Dario…). Ma non vedo, tra chi è stato popolare, o democristiano, ed appoggia Dario, alcuna nostalgia del passato, della politica dei “bei vecchi tempi”. Anzi, tutt’altro. I sostenitori del “grande centro” sono piuttosto con Bersani…».

A questo riguardo, però, Giuseppe Gallo ha scritto sul nostro giornale che il voto di massa a favore di Bersani potrebbe corrispondere invece ad una voglia di solidità e di concretezza da parte della base, a cui si contrapporrebbe la concezione leaderistica all’americana della vostra mozione. Come risponde?
«Forse ho, almeno in parte, già risposto: credo che il nostro PD abbia già dato prova di grande concretezza, di grande solidità. Vada a dirlo ai volontari delle feste, ai coordinatori di circolo, ai tantissimi militanti (alcuni non iscritti, tra l’altro…), che non siamo un partito solido! Vedrete come reagiranno! Con il giusto orgoglio. Ed anche con un po’ di rabbia, perché spesso al loro lavoro non corrisponde una pari presa di responsabilità dei livelli intermedi, o superiori, del partito. Uno va a fare un volantinaggio al mercato, ma è controproducente che ci vada, se quello che c’è scritto sul volantino è smentito dall’intervista del “big” di turno sul giornale o in tv…! Di questo ha bisogno, la nostra “solidità”, per essere rafforzata: di coerenza, di credibilità, di unità e lealtà del gruppo dirigente. A tutti i livelli. E, forse, anche di ricambio generazionale…
Sono iscritta ad un partito da 20 anni, e di derive “leaderistiche” ne ho viste molte… In questi ultimi mesi però ho visto un segretario caricarsi sulle spalle una situazione a dir poco complicata, in un momento in cui non c’era proprio la fila per ritirare su la baracca, e farlo nel modo migliore. Con una generosità che ho visto solo negli anni in cui Piero Fassino, dopo la sconfitta del 2001, aveva lavorato alla ripresa dei DS. E l’ho visto lavorare coinvolgendo tutti, ascoltando tutti, e poi assumendo su di sé la responsabilità delle decisioni, degli errori nel caso. L’ho visto fare quel faticosissimo ma necessario lavoro quotidiano di direzione politica che ha dato i suoi frutti: maggiore unità, maggiore chiarezza. Se è leaderismo questo…».

Fassino, appunto: lui ha fatto la sua stessa scelta.
«Mi ripeto: è la scelta di un uomo libero, che continua con il sostegno a Franceschini la battaglia che ha caratterizzato tutta la sua storia politica. Non credo tra l’altro sia un caso, che i segretari di DS e Margherita che hanno portato i loro partiti a sciogliersi per fondare il PD, sostengano il candidato che con più forza e convinzione indica la necessità di andare avanti nella realizzazione compiuta del progetto. Ci vedo un segno di coerenza».

Gli ex segretari d’accordo. Ma non sentite l’esigenza di un ricambio che la vostra base chiede molto spesso?
«Assolutamente sì. Se guardiamo la foto di gruppo del centrosinistra di 15 anni fa, le facce sono le stesse, solo più giovani. Non sono cambiati i protagonisti (con qualche eccezione), sono cambiati i partiti. E’ un’anomalia a cui dobbiamo mettere fine: il mio sogno è avere il PD tra 20, 30, 50 anni, ed un ricambio sano, normale, senza drammi e personalismi, della classe dirigente».

Infine, ci indichi tre parole-chiave per il Pd del futuro.
«Trasparenza. Credibilità. Coraggio. (Se posso aggiungerne due: chiarezza e semplicità)».

Ginevra Baffigo

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