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Bastardi senza gloria, “Questa potrebbe essere mio capolavoro”

ottobre 7, 2009 di Redazione 

Il nostro giovane e talentuoso critico cinematografico, Attilio Palmieri, ci racconta l’ultimo film di Quentin Tarantino che omaggia il cinema stesso. Sentiamo.

Nella foto, un frame di “Inglorious Basterds”

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di Attilio PALMIERI

La genesi di Inglorious Basterds è lunga quanto travagliata: il film era in cantiere da molto tempo, almeno una decina d’anni, e doveva essere girato prima dei due volumi di Kill Bill e subito dopo Jackie Brown. Il periodo garantiva anche una certa continuità tematica a Quentin Tarantino in quanto se con Jackie Brown andava a ricercare, prelevare e riproporre il cinema della blaxploitation degli anni settanta, con Inglorious Basterds dialoga con il cinema di serie B italiano appartenente allo stesso periodo, che si ispirava a Quella sporca dozzina di Aldrich. Il riferimento principale è Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari, tradotto in America come Inglorious Bastards. Tarantino, da sempre ammiratore di quel film, ne acquista i diritti per farne una sorta di remake (che non si rivelerà tale), ma per anni lascia in sospeso il progetto per la quasi insormontabile difficoltà di trovare un attore in grado di impersonare il personaggio del colonnello Hans Landa. Grazie allo straordinario Christoph Waltz il film può vedere la luce nel 2009 e andare in concorso al Festival di Cannes.

La lunghissima gestazione ha sicuramente giovato all’opera definitiva, in particolare se inquadrata da una prospettiva drammaturgica: la densità narrativa si traduce in un multiplot che mette insieme l’affresco storico, la fiaba personale, il racconto della Shoah, la creazione della vendetta ebraica e il discorso metacinematografico. La struttura a capitoli (cinque) non ha una sola valenza: è un modo per raccontare la storia; è un espediente per separare blocchi narrativi che meritano di essere incorniciati; è un vezzo caratteristico, ma mai fine a se stesso di Tarantino.
Si può però trovare un filo rosso che attraversa tutti i capitoli e rende questo film un’opera discorsiva ed estremamente moderna. Per Tarantino è impossibile parlare di Storia al cinema senza per questo parlare anche di cinema e in quest’ultimo lavoro, che lega a doppio filo cinema e Storia, la prospettiva è addirittura ribaltata perché dietro alla decisione di raccontare la Storia c’è quella (più sottile e meno evidente) di raccontare il cinema e la struttura a capitoli risulta necessaria per rendere il film multiforme e prismatico.

Il primo capitolo inizia come una fiaba (Once upon a time), ma anche come un western (la prima inquadratura riprende l’incipit de Gli spietati), salvo rivelarsi la messa in scena di quello che è a tutti gli effetti il personaggio cardine del film, Hans Landa, il quale diventa, attimo dopo attimo, una vera e propria attrazione – nell’accezione originaria (cinematograficamente) del termine che riprende quel rapporto (di attrazione, appunto) tra testo audiovisivo e spettatore che caratterizzava buona parte del cinema muto. Più di ogni altra cosa però il primo capitolo è una vera e propria lezione di suspence. Tarantino, seguendo procedimenti e convenzioni classiche – in particolare riguardo alle scelte di decoupage – porta all’estremo la lezione hitchcockiana gestendo con grande saggezza lo spazio e il ruolo del soggetto che vi è all’interno, caricando tutta le sequenza di una tensione raramente vista sul grande schermo che mette alla prova anche lo spettatore più navigato.

Il secondo capitolo inquadra il cinema da un punto di vista più intimo lavorando sulla ri-proposizione e sulla ri-figurazione dell’immaginario cinematografico. Il soggetto del blocco narrativo sono i “basterds”, un gruppo di ebrei americani intenzionati ad uccidere più nazisti possibile e a levargli lo scalpo. É evidente in questo caso il rimando a Quella sporca dozzina di Aldrich, sia per la presentazione della squadra sia per le caratteristiche dei componenti. Altrettanto evidente è la consapevolezza dell’autore nel filtrare anche il film di Castellari, soprattutto nell’uso indisciplinato e anarchico delle lingue e nello stile, mai totalmente serio, con cui vengono messi in scena i personaggi.

Il terzo capitolo fa sia da collante tra la prima e la seconda parte dell’opera sia da motore e catalizzatore delle vicende trattate in quanto narra la storia di una donna (un’altra eroina del cinema di Tarantino) che cambierà la Storia. Una ragazza (ebrea e scampata allo sterminio della propria famiglia) che per molti versi è la bocca del regista stesso, incarnazione del suo amore per il cinema e del rispetto che questi nutre per la settima arte, sentimento che scavalca ogni altra istanza. La protagonista infatti, nonostante il suo recente vissuto, è proprietaria di un cinema che proietta film di Leni Riefenstahl (regista del regime nazista), di Pabst (che aderì nel 1939 al nazismo) autore di film ideologicamente ambigui e soprattutto Il corvo di Clouzot che costò al regista pesanti accuse di collaborazionismo. La giovane ragazza alla precisa domanda di un soldato nazista spiega che lei è francese e che “qui amiamo i registi”. Difficile trovare dichiarazione d’amore più incondizionata.

Il quarto blocco narrativo è forse quello più complesso, quello in cui le stratificazioni narrative e sottotestuali si fanno più fitte e sicuramente meno esplicite. Il luogo in cui si svolge l’azione è prevalentemente uno scantinato adibito a taverna in cui alcuni dei “basterds” devono prelevare una star del cinema tedesco interpretata da Diane Kruger. Questo avvenimento si colora di tinte spiccatamente noir, che investono lo svolgersi delle dinamiche tra il gruppo di nazisti e quello dei finti tali con al centro la diva bionda. Quest’ultima ricalca battuta dopo battuta la donna bella e fatale protagonista di tanti noir, sempre in bilico tra realtà e menzogna, bene e male e che proprio grazie a questa logica del compromesso consapevole riesce a definire il proprio ruolo. La recitazione – dell’attrice, ma anche del personaggio – ricorda molto da vicino quella di Marlene Dietrich che in un accumulo di sovrascritture, viene citata, non a caso, in una battuta di dialogo. Il capitolo è anche una messa in discussione teorica della narrazione tradizionale ed in particolare del rapporto tra attesa e azioni: il regista prolunga in modo esasperato l’attesa, dilatando spasmodicamente la durata dei dialoghi, sempre precisi e funzionali al procedere narrativo, per poi arrivare ad una deflagrazione improvvisa dell’azione, carica di violenza e impeto.

Dopo quasi due ore di film si arriva finalmente all’ultimo capitolo come trascinati da un torrente in piena, in attesa di conoscere e soprattutto vedere ciò che mai è stato visto, mai è stato scritto né raccontato. Vedere e vivere lo scarto tra Storia e cinema, un gap in cui Tarantino si inserisce dilatando a dismisura la capacità mitopoietica della propria opera, uno scarto che crea scosse anche all’interno della storia del cinema: la rappresentazione di un mezzo che si annida nel limbo tra realtà e finzione e proietta sullo schermo (ma non solo) un sentimento (popolare), una vendetta, una speranza. Nel cinema di proprietà della giovane francese viene proiettato il docu-film prodotto da Goebbels “Orgoglio di una nazione”, interpretato dal vero protagonista delle morti narrate. Tutti gli alti gradi dell’esercito e della politica nazista vanno in sala con le proprie famiglie a vedere il film, che ben presto si trasforma, grazie ad un contrappasso dantesco, in una carneficina catartica realizzata dalla proprietaria del cinema (e dal suo aiutante) che viene resa immortale dalla pellicola e come un angelo vendicatore scarica la propria ira sul pubblico in sala inondandolo di fiamme in una sequenza che ricorda da vicino un’altra simile di Carrie (tra i film preferiti di Tarantino) ma che già scrive pagine importanti sui libri di teoria del mezzo cinematografico. Il cinema, dunque, come protagonista della catarsi, insignito di un ruolo salvifico e falsificatore e proprio per questo necessario.

Attilio Palmieri

Commenti

One Response to “Bastardi senza gloria, “Questa potrebbe essere mio capolavoro””

  1. Francesco S. on ottobre 11th, 2009 19.41

    Caro Attilio,
    trovo molto interessanti le tue riflessioni sul film, ma vorrei sapere una tua opinione su quelle che saranno le conseguenze di questo film nel cinema?Perche la prima riflessione che è nata dentro di me, dopo la visione del film, è stata quella della forte possibilità creativa che ha il cinema, che in questo film viene utilizzata per riscrivere la storia, immaginando un nuovo scenario politico e sociale. Io credo che questo film possa dare vita, sopratutto in questo momento, ad un nuovo filone cinematografico che a caldo chiamerei “fantastoria”, dove si ricreano storie del passato dando vita a situazioni irreali ed immaginarie, perche in passato a mia memoria si è sempre immaginato il futuro. Credi che questo film possa creare un nuovo genere cinematografico?

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