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Congresso Pd, il confronto da noi Civati: “Berlusconi decide e vince”

ottobre 2, 2009 di Redazione 

Il numero due della mozione Mari- no risponde ad Orlando che sul no- stro giornale aveva accusato i ma- riniani di volere una “dittatura della maggioranza”: «Siamo fermi in un dibattito eterno, così non si capisce cosa pensiamo e i voti vanno a Di Pietro. La strada è quella delle scelte». La (lunga) intervista è di Ginevra Baffigo.

Nella foto, Giuseppe Civati

=> La prima intervista, ad Andrea Orlando

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di Ginevra BAFFIGO

Civati, finalmente si apre la corsa verso le primarie. Ci dica la verità: avete temuto di rimanerne esclusi?
«Noi eravamo convinti di superare la soglia del 5%, eravamo preoccupati soltanto del dato del Sud. Nel mezzogiorno soffriamo molto, come palesato da certi numeri. Eravamo però convinti di superare il 5%, anche alla luce dei risultati che sapevamo di ottenere nelle grandi città e nel centro nord. Di contro, in alcune regioni, abbiamo ottenuto solo il 2-3 %, ed un po’ di pensieri ci sono venuti».

Adesso comunque si riparte da zero. Ci aspettano delle sorprese il 25 ottobre?
«Certo che ci aspettano delle sorprese. La prima novità che noi vogliamo auspicare è che tutti gli elettori del centrosinistra vengano a votare alle primarie del Pd, anche chi vota Idv e Sinistra e libertà. Noi vogliamo una vocazione maggioritaria in questo senso: un ruolo egemone per il Pd, capace di rappresentare tutte le sensibilità del centrosinistra. Altro che partito piccolo! Io lo voglio aprire in tutte le direzioni. Poi bisogna misurare le nostre proposte non solo con un modello che non vogliamo derogare, ma soprattuto con il consenso delle persone. Mi pare che sia una sfida di una bellezza unica, direi che è appassionante per una volta. Se la faremo però in questi termini».

A questo proposito, un certo radicalismo proposto dalla vostra mozione, ad esempio sul tema della laicità, ma non solo, non rischia al contrario di restringere il campo elettorale di riferimento del Pd?
«”La laicità è un metodo”. E’ un metodo, il che significa guardare le cose che succedono, abbandonando i propri pregiudizi e valutando come organizzare al meglio la convivenza tra le persone. Non capisco da una parte quale sia il radicalismo della posizione di Ignazio Marino. Io abbandonerei perfino la dicitura “eticamente sensibile”, perché nella stessa rientrano gli operai sulle gru, i ragazzi che lavorano senza un futuro, gli immigrati in nero nei cantieri. Noi chiediamo che se uno decidesse, nel caso gli succedesse qualcosa, che gli sia riservato un certo tipo di trattamento medico, lo abbia. Non capisco veramente quale sia la radicalità. Mi sembra una cosa di un’onestà e semplicità straordinaria. Se due miei amici omosessuali decidono di vivere insieme e uno si fa male, non capisco cosa ci sia di radicale nel far sì che sia il suo compagno la persona a cui naturalmente lo si affidi. Se penso a come è stata bistrattata la scuola pubblica poi…la scuola! che ha un ruolo fondamentale sia nella mobilità sociale che nell’integrazione degli stranieri, ci vorrebbe un don Milani adesso! Un cattolico non un radicalista!
E poi non capisco come una posizione ampiamente radicata fra i nostri elettori venga giudicata parziale. Lo voterebbe un partito che non ha una posizione sul nucleare, sul testamento biologico, sul mercato del lavoro, sule unioni civili? Io no. Non bisognerà dare risposte troppo tranchant ma io non lo voterei sinceramente un partito così, e ho visto tante persone vicino a me non votare Pd per questo motivo. Noi abbiamo bisogno di prendere una posizione molto netta, molto precisa, dopo averne discusso. La differenza sta in questo, anche se viene sempre dimenticata; tutta la mozione spiega come si deve far partecipare il popolo del centrosinistra, l’elettore, il cittadino. Abbiamo un’idea alta di cittadinanza attiva, che bisogna cercare però di assorbire a cause politiche. La cosa che ci sconvolge, e che io ho scritto nel mio libretto, è che la politica di questo Paese stia dietro alle cose, mentre una buona politica dovrebbe esserne alla testa».

Ecco: ci sintetizzi una volta per tutte quali sono le “cause” di cui in particolare il Pd di Marino, rispetto agli altri due, si farebbe carico.
«Abbiamo dimostrato di saper affrontare la proposta del contratto unico, abbiamo un’idea di sviluppo del Paese molto più aggressiva di quella degli altri; Bersani sul nucleare non scrive nemmeno una riga nella sua mozione. Noi invece siamo contro al nucleare, perché la green economy non va raccontata, va spiegata: il nucleare, è per pochissimi, le rinnovabili e l’efficienza energetica riguardano tutti. Con i 40 miliardi del nucleare si possono fare tantissime cose a impatto zero. Abbiamo puntato sulla ricerca universitaria: una ricerca competitiva, di merito, che rispetta le competenze, e che soprattutto è un fattore straordinario per la crescita del Paese. Non è fuori dalla partita economica, come non lo è la scuola, di cui le altre mozioni parlano pochissimo. Abbiamo l’idea di un Paese che voglia crescere ed investire su proposte molto chiare».

Eppure nella prima intervista della serie l’onorevole Andrea Orlando, per Bersani, sostiene che la vostra piattaforma è molto forte sui temi eticamente sensibili, sui temi in buona sostanza cari a Marino, ma molto meno sul resto. In particolare, ad esempio, sui temi economico-sociali.
«”A cada insulto” rispondiamo con una proposta, come Zapatero. E noi di proposte ne abbiamo fatte tante. Noi ci siamo sottratti alle polemiche in tutti questi mesi, perciò rispondo a lei, più che a Orlando: noi abbiamo preso l’8% perché non abbiamo correnti, non abbiamo dirigenti auterevoli che ci sostengono, non abbiamo i giornali. Abbiamo fatto un’operazione folle, di lucida follia, candidando una persona che non era negli schemi della politica italiana. Ci pareva una cosa necessaria, per far capire che ciascun cittadino può diventare segretario del Pd, non solo chi è lì da tanti anni. Anzi essere lì da tanti anni non sempre è un pregio. Si creano dissidi tipo “I duellanti” di Conrad, D’Alema contro Veltroni: un duello infinito, di cui, in qualche modo, questo congresso ha risentito, essendo questi i volti delle due culture di fondo. Noi diciamo una cosa un po’ diversa, senza dire male degli altri, perché chiunque farà il segretario verrà da noi sostenuto. Quanto ai rilievi fatti da Orlando sulla questione economico-sociale io rispondo con un nome e con un cognome: Pietro Ichino. Questi ha deciso di aderire alla mozione Marino e non mi pare una persona che sulle questioni economiche, sul mercato del lavoro, sulle relazioni con le imprese, abbia poco da dire. Insomma, lo portavano come una madonna pellegrina».

Ha citato Zapatero…
«Che è molto simile ad Obama per una cosa soprattutto: ama la Costituzione. Entrambi hanno un approccio molto legato al socialismo repubblicano, attento perciò ai valori fondanti una comunità, che è anche ciò che noi proponiamo. Zapatero ha fatto una cosa molto semplice: ha stabilito che ci fosse la possibilità, per chi avesse degli orientamenti omosessuali, di vedere concretizzato il proprio sogno di vita. Nel nostro Paese non si può fare perché ci sono condizionamenti diversi, noi chiediamo con la stessa semplicità e con la stessa forza, che altri usano in altri Paesi del mondo, che si faccia una legge sui diritti civili. Non usiamo la parola matrimonio che spaventa sempre! Non vogliamo ledere la sensibilità di nessuno, ma dare diritti a chi ora non li ha, cosa che non li toglie agli altri. La politica poi deve sapere interpretare e accompagnare la società e la laicità sta anche nel rispetto della vita delle persone. Non deve spiegare alle persone come vivere, deve dare loro delle opportunità per vivere pienamente. Questo è lo Zapatero de’ Navigli, su questo io sono molto determinato, perché non si capisce perché in Italia due persone che si vogliono bene e decidono di vivere insieme non possano avere dei diritti normali».

Ma torniamo alle primarie. Sempre secondo Orlando, si dimostrerà invece una certa omogeneità di sensibilità tra base militante e base elettorale.
«Non penso che ci saranno risultati sconvolgenti. Il problema è quello di capire che si tratta di una competizione, nel senso buono del termine, che riguarda persone diverse però. Intanto molte più persone. Siccome siamo un partito politico, quando i numeri crescono, dovremmo divertirci di più.
In fondo l’organizzazione interna serve a questo; a organizzare il consenso fuori. Non a capire chi fa il segretario di circolo».

Come giudica allora l’uscita di Penati?
«La visione di Penati, che tra l’altro non ha ancora smentito, è una visione inquietante. Una settimana fa sul mio blog scrivevo “stanno iniziando a sparare sulle primarie” e tutti mi dicevano in risposta che ero polemico. Purtroppo così è successo. Non c’è nessun contrasto fra organizzazione interna ed esterna, anzi, l’una deve funzionare insieme all’altra. Le do una misura di quanto sto dicendo attraverso l’esempio della mia città, c’è una proporzione che è utilissima per fare anche altri ragionamenti. Gli iscritti al Pd di Monza sono 400, 8mila gli elettori che hanno votato alle primarie di Veltroni nel 2006, 24mila i voti espressi dagli elettori del Pd alle ultime elezioni. Forse a Monza siamo troppo pochi come iscritti, ma capisce che, sebbene in alcune parti del Paese le proporzioni siano ribaltate, quello che si decide fuori è almeno altrettanto importante rispetto al parere espresso dai circoli. Poi è chiaro che le primarie cambiano il senso della competizione: non è una conta interna tra addetti ai lavori, ma è un dibattito a grande giorno in cui si misura il centrosinistra italiano».

Ma allora chi deve votare cosa, tra iscritti ed elettori?
«Ma io da regolamento non farei votare due volte la stessa cosa. Se si scegliesse di mantenere le primarie allora il voto dovrà essere solo quello delle primarie. Nei circoli si discute, si approvano i documenti di programma, è inutile dividersi anche su quello. Si possono eleggere magari gli organismi dirigenti dei circoli, ma sul voto nazionale della politica, sulla scelta della persona che la interpreta meglio, io sono per votare solo alle primarie. Lo dico chiaramente, anche se questa è una mia interpretazione personale. Votando due volte la stessa cosa si creano solo tutti questi dibattiti assurdi, che parlano solo di noi. La linea Penati, per cui uno è più importante dell’altro, i circoli più delle primarie, non ha senso. Le persone sono importanti. Se le fai votare non è che poi puoi dire che sono più importanti alcuni di altri. Poi bisognerebbe regolamentare questo benedetto art. 28, perché le consultazioni periodiche con gli iscritti, il rapporto diretto con gli elettori, per noi sono decisivi».

Per ciò che riguarda invece le decisioni a livello di gruppo dirigente, o in Parlamento, Orlando, e i bersaniani, sostengono anche che sia giusto votare, sì, ma senza scadere in “dittature della maggioranza”.
«Chiedo a tutti, chiedo a Orlando, a tutto il popolo del Pd, perché vince Berlusconi? Perché è un decisionista. Interviene, anche quando non ha fatto le cose che dice di aver fatto. Noi all’opposto, siamo fermi in un dibattito eterno, nel quale non siamo in grado di dire quale sia la nostra posizione sul testamento biologico. Se c’è qualcuno che non è d’accordo, ci dispiace, ne abbiamo discusso fino in fondo. Ma anche l’altra volta è successo così: la posizione prevalente era la posizione di quasi tuti, quindi doveva essere la posizione del Pd. Nel caso Englaro, per solidarietà alla famiglia ma soprattutto alla Costituzione italiana, ho dovuto organizzare una manifestazione a Milano, a titolo personale. E, a titolo personale, sono venute 20mila persone e mi si chiedeva come mai il Pd non facesse lo stesso. Ed allora io chiedo ad Orlando, a Bersani, a Franceschini perché il Pd non le ha fatte certe cose? Secondo me la strada è quella lì. C’è un cortocircuito al momento. Di Pietro, che personalmente non mi piace, occupa uno spazio politico che noi gli abbiamo lasciato. Ed anche qui Orlando direbbe “non è giusto assumere un piglio troppo deciso, bisogna dialogare”, va bene, ma poi nessuno prende le decisioni e non si capisce cosa pensiamo».

Quindi nessuna aspirazione di “dittatura della maggioranza”, da parte vostra…
«Ma la cosa più importante è aprire il dibattito. Il voto di coscienza non ce l’hanno solo i parlamentari, è un diritto concesso anche ai cittadini che ci votano. Perciò se sul testamento biologico si vuole prendere una posizione, chiaramente condivisa dal gruppo dirigente, si può chiedere cosa ne pensino le persone che votano il Pd. Non con un sondaggio ma con una vera e propria consultazione. L’art. 28 della statuto, che citavo prima, dice chiaramente che ci devono essere delle consultazioni periodiche degli iscritti sulle questioni di merito. Una volta che il partito ha preso una posizione, non esiste che non ci sia la possibilità di un voto di coscienza, anche rispetto al gruppo; ma noi sosteniamo con forza che questo voto non debba essere strumentalizzato, né possa impedire agli altri di prendere una posizione precisa. E’ evidente che l’espressione di un voto non può mettere in discussione il voto del gruppo cui appartiene. Se non si usa come ricatto, “se non si fa così me ne vado”, argomento frequentissimo, dalla Binetti a Rutelli, non lo nega nessuno. Dico però lo stesso che lo si deve esprimere responsabilmente, riconoscendo anche che il proprio voto è in minoranza nel contesto del partito. Il voto di coscienza, in sostanza, non va usato come una clava, non va brandito in aria, ma va adottato in momenti di reale difficoltà».

Ancora sulle primarie. E’ possibile, anzi, probabile, che nessuno dei tre candidati ottenga più del 50% dei consensi. In quel caso lo Statuto prevede il ritorno alla convenzione nazionale, a cui spetta di decidere il nuovo segretario. Nell’ipotesi che il ballottaggio sia tra Bersani e Franceschini, i vostri delegati chi sosterrebbero?
«Il nostro approccio è quasi esclusivamente programmatico. Per quanto mi riguarda, ma penso che sia un po’ per tutti quelli che hanno sostenuto Marino sin dall’inizio, non c’è nessuna ambizione di ricoprire incarichi. La posizione della mozione di Ignazio Marino è di confrontarsi con le mozioni sul programma, cercando di capire chi più si avvicina alla nostra visione del Pd. A titolo personale, per me chi vince le primarie deve fare il segretario. Certo, se la distanza fosse poca varrebbe fino ad un certo punto questo ragionamento, ma se ci fosse la netta affermazione di uno dei candidati io credo che sia giusto che faccia il segretario, nel rispetto del voto degli elettori. Se Bersani prendesse 45 e Franceschini 38, o viceversa, io non credo che il secondo possa fare il segretario con i voti del terzo. Chi vince fa il segretario, altrimenti diventiamo matti».

Che idea vi siete fatta sulle ragioni dell’ampio successo di Bersani al primo turno? Giuseppe Gallo ha scritto sul nostro giornale che ciò è dovuto ad una esigenza di organizzazione e di definizione d’identità, alla quale l’ex ministro per lo Sviluppo economico risponderebbe bene.
«Guardi, il nostro è il Pd del come. Perché se trova uno che le dice “io non voglio un partito radicato nel territorio, non voglio un partito che parli con gli elettori, che non organizzi bene i circoli” me lo segnali perché lo ricoveriamo subito! Tutti stiamo dicendo di volere un partito definito in tal senso, il punto è il come. Allora noi abbiamo presentato una proposta sui circoli molto densa; senza figli unici. Le altre due mozioni non lo hanno fatto, fanno solo delle dichiarazioni di principio più o meno condivisibili. Sul piano poi della percezione psicologica è evidente che Bersani rappresenti una storia, “Un senso a questa storia” è pure il titolo della sua mozione, che già la dice lunga su quanto fosse entusiasta del Pd di Veltroni. La storia della politica degli ultimi 20 anni Bersani la rappresenta bene, anche nei confronti di un partito molto anziano: io sono stato al congresso Carpi, nella gloriosa Emilia, e l’età media era di settant’anni. Mi ha un po’ preoccupato, perché anche dove siamo fortissimi abbiamo il problema della partecipazione delle persone più giovani. Poi, sicuramente il richiamo psicologico, nonché il richiamo politico c’è. Bersani è una persona straordinaria, non lo discuto da un punto di vista personale, quello che mi preoccupa però è sapere cosa farà poi. Perché io sono anche un po’ stufo di partecipare a discussioni dove le due mozioni usano ormai i nostri argomenti, essendo quelli più comprensibili; la laicità come metodo lo dicono tutti, sono diventati tutti antinuclearisti, tutti per il contratto unico… ma allora io voglio sapere come lo farà Bersani il segretario, come lo farà Franceschini e per Marino il “come” abbiamo provato a spiegarlo e ci pare questa la cosa più importante».

A quanto pare non ci siete riusciti abbastanza…
«Questa è una conferma di com’è l’informazione in Italia, è troppo condizionata. Non è un caso che noi abbiamo più spazio sui media più liberi, più coraggiosi diciamo. Quelli che vogliono capire se c’è qualcosa di nuovo oltre all’eterno ritorno dell’uguale, siamo un partito nietzchiano in questo senso, ci affezioniamo alla ripetizione! Noi siamo bravi ragazzi e difendiamo l’informazione libera in prima linea, anche nei confronti di quei giornali che di noi non hanno mai parlato, siamo generosi! Ci dispiace un po’ perché se penso ai grandi quotidiani nazionali, quelli di riferimento per l’elettorato Pd, potevano guardare ai contenuti, non solo alle polemiche sulle pagelle della Serracchiani, alle uscite della Binetti e i libri di Rutelli. E’ tutto giornalismo di costume, legittimo, non critico il loro lavoro devono bacchettarci, però forse sarebbe stato un po’ più utile dire sul nucleare ci sono queste tre posizioni, sul lavoro e sui diritti ci sono queste tre, il linguaggio, il target, sui giovani e sulle donne. Poi, questo modo di concepire il rapporto ci invita a radicalizzare le posizioni, che è sbagliato, perché noi siamo già abbastanza radicali di nostro, perciò perché eccedere! Per finire sui giornali devi fare il matto. Noi per primi abituati a questa dinamica, che se uno provoca, l’altro risponde, i giornali si riempiono e i lettori sono inorriditi. Ma intanto abbiamo un po’ di visibilità personale. Io allora preferisco uno stile più sottotraccia, più “sottoMarino”come avevo denominato la nostra partecipazione alla candidatura di Ignazio, occupandomi delle questioni del territorio. Poi se andiamo sui giornali ci fa anche piacere, ma comunque senza eccedere: perché altrimenti si fa più confusione che altro».

E tuttavia vi siete fatti sentire sul caso delle presunte irregolarità nei congressi di circolo calabresi. Che giudizio dà della vicenda?
«Noi segnalammo il problema sui tesseramenti senza voler passare per antipatici, ma in alcune realtà del Paese sono tesserati tutti quelli che lei incontra per strada, sono tutti tesserati al Pd. Tutta la popolazione attiva! Ci pare eccessivo. Anche perché il tasso numerico dei tesserati supera addirittura il numero dei voti che il Pd ottiene in quelle regioni. Tra l’altro, cosa incredibile, il partito doveva nascere senza tesseramenti, doveva nascere liquidissimo. Io non ero molto d’accordo per la verità, però, quando fu introdotta la tessera del PD, si segnalò come soglia di preoccupazione il 25%, cioè che vi fosse una tessera ogni 4 voti. Sopra quella soglia, chi allora lanciava il tesseramento, gridava all’allarme. Addirittura in alcune situazioni del Paese si è raggiunto il 100%. E noi questa cosa l’abbiamo segnalata duramente, perché alle regole ci teniamo, ma nessuno ha raccolto il nostro invito. Purtroppo la responsabilità maggiore è di chi ottiene quei voti: Bersani, in alcune realtà del Sud va alla grande, meglio che al nord, dove dovrebbe essere più forte. In realtà responsabilità altrettanto grande ce l’ha Franceschini, segretario nazionale che avrebbe dovuto fermare questa macchina che iniziava a sbandare».

Tutte cose che, finalmente, Marino potrà rinfacciare il giorno del confronto tivù…
«Ma è incredibile che non ci sia già stato. Io avevo proposto una piazza, mi sembrava un bel messaggio “a Firenze il 20 settembre”, prima di fare tutti i congressi nei circoli. Mi è stato risposto di no da Franceschini e Bersani non è che abbia detto “non vedo l’ora di vederti”. Adesso pare che ci sia la disponibilità di tutti e tre, ovviamente Ignazio Marino era favorevolissimo ed è stato il primo a parlare di questo confronto. Ciò che era inaccettabile è l’argomento che spesso è stato usato, ovvero che il confronto a tre ci farà sembrare ancora più divisi. Ma chi l’ha detto? Ora è ovvio che è un congresso, è ovvio che è un momento di discussione e di divisione sui temi, ma è una divisione giusta quella che porta a trovare un’unità vera».

Un congresso che la entusiasma?
«Va riconosciuto il tentativo tutti stiamo facendo per migliorarlo, ma il congresso è stato in parte un congresso molto interno, intimo direi. Molto preoccupato nello stabilire chi ha più voti, nomi, numeri, peso. “Dimmi con chi vai ti dirò chi sei”, ma c’è tutto un mondo intorno. E’ per quello che sono importanti le primarie, il lavoro dei circoli, l’organizzazione territoriale. Ma prima di tutto è servito, finora, per “raccontare a noi stessi che”, il mondo che ci guarda assiste un po’ attonito alle nostre discussioni. Si pensi al concetto della vocazione maggioritaria: sono parole che la dicono lunga sulla nostra incapacità comunicativa. Berlusconi non userebbe mai questa espressione per spiegare la propria posizione politica. Il nostro linguaggio ed il modo di concepire la politica credo ci tenga lontano dalle questioni. Noi nel nostro piccolo abbiamo voluto presentare una mozione che parlasse solo di cose. Proprio per la fortuna di non avere pesi sulla coscienza, abbiamo voluto dire una cosa chiara sulla laicità, una sulla politica ambientale, sulla politiche economiche e del lavoro, su ciò che riguarda la vita delle persone, perché, qui apro una parentesi, le unioni civili, ad esempio, non sono questioni “eticamente sensibili”. L’Italia è l’unico paese al mondo, tranne forse qualche repubblica islamica, dove non c’è una normativa sulle coppie di fatto. Queste cose noi le abbiamo volute dire, perché il Pd si costruisce rispondendo alle domande delle persone, non a quelle che ci facciamo da soli. C’è l’esempio di una persona che fa così, si chiama Barack Obama, non è poi così difficile da ricordare!».

Per chiudere tre parole-chiave per il Pd del futuro.
«Partecipazione, trasparenza e qualità della proposta politica, e quando dico qualità intendo qualcosa che si capisca, che sia comprensibile non solo tra di noi anche nei confronti degli italiani».

Ginevra Baffigo

Commenti

One Response to “Congresso Pd, il confronto da noi Civati: “Berlusconi decide e vince””

  1. Marco, Milano on ottobre 3rd, 2009 13.31

    Non condivido il discorso sui diritti dei gay.
    Le cose infatti sono due: o si vuole trattare chi è omosessuale da persona allo stesso livello di tutte le altre… e allora non si può negare loro il diritto al matrimonio di tipo civile… o si vuole continuare a trattare chi è omosessuale come una persona tutto sommato inferiore… e allora sì che si vede la logica del continuare a negare loro il matrimonio di tipo civile ghettizzandoli in ‘altro’, marchiandoli quindi come altra cosa rispetto al resto della popolazione, indegni di quel riconoscimento tanto amato radicato e universale, divenuto sinonimo di fusione in quanto appunto indica due vite che diventano una cosa sola davanti alla legge e alla società. E’ assurdo, indegno e completamente contraddittorio, ipocrita, dire che ai gay devono essere garantiti diritti normali come a qualsiasi altro, in nome della libertà di ognuno di vivere realizzandosi pienamente, e contemporaneamente che è accettabile che ai gay continui ad essere negata la libertà di contrarre matrimonio di tipo civile… E’ ipocrisia allo stato puro… a maggior ragione se ci si cerca di giustificare affermando di non voler ledere la sensibilità di qualcuno… come se permettere a due fidanzatini dello stesso sesso di presentarsi in Municipio a sposarsi come possono fare tutti fosse un qualcosa di terrorizzante, o che minaccia qualcuno o qualcosa… e come se la dignità dei gay valesse così poco da venire dopo le sensazioni di repulsione di chi, “poverino”, non può proprio vedere due uomini o due donne che si amano e vogliono divenire una cosa sola di fronte alla legge e alla società.
    Civati, proprio non ci siamo.
    Basta con queste frasi che sono un’offesa ad ogni persona omosessuale.
    Uguaglianza = fine dell’esclusione dei gay dal Matrimonio di tipo civile
    Uguaglianza subito. Ora. Basta con scusette assurde come se fossimo scemi.

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