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Il ritratto del personaggio della settimana LE DUE FACCE DI TREMONTI di Luca Lena

ottobre 2, 2009 di Redazione 

Affresco del venerdì del nostro vicedirettore, che analizza la figura del ministro dell’Economia. Austero quadratore dei conti ma, oggi, anche arcigno comunicatore. Il pezzo di Lena è accompagnato, come sempre, dall’illustrazione di Pep Marchegiani da collezionare. L’approfondimento specializzato in un’altra giornata di grande racconto in tempo reale. La politica italiana è solo sul suo giornale.         

Nell’illustrazione di Pep Marchegiani,

Giulio Tremonti

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di Luca LENA

Tra i fedelissimi di Silvio Berlusconi pochi sono quelli che hanno potuto mantenere ruoli di rilevanza politica nel corso degli ultimi governi di destra. In molti casi si tratta di figure marginali, prodighi ammaestratori di consensi o fulgidi martiri per vocazione in un mondo politico sempre più improntato in dogmatismi di facciata e lontani dalle disamine ideologiche. Ma dietro al polverone delle sacrificate prime linee, mantiene la propria mimica compatta e austera Giulio Tremonti. Presenza irrinunciabile per Berlusconi dal 1994 ad oggi, Tremonti ha ricoperto l’incarico di Ministro dell’Economia in ogni legislatura del Polo, seguendo un percorso professionale difficile a causa di due dimissioni e dell’abbandono anticipato del ruolo in seguito alla crisi di governo nel 1996. Nonostante il ruolino parlamentare incidentato e l’apparente aura salvifica con la quale sacrificarsi per il bene del gruppo, Tremonti da buon economista persegue un contegno ortodosso e indipendente, lontano dalle onorificenze al leader: quasi una pietra fuori posto nell’arcigna piramide con cui si è soliti gerarchizzare il PdL. Sarà forse anche per questo che tra i vocii di una futura successione alla guida del partito si fa anche il suo nome, additando il rispetto e la stima che Berlusconi ripone nel ministro, e facendo emergere aspetti della personalità tremontiana simili a quelli del Cavaliere. Una caratterizzazione a tratti macchiettistica quella rivolta a Tremonti, che nel corso degli anni ha subito numerose imitazioni nelle quali si accentuava l’irosa disperazione a far quadrare i conti dietro la solidità espressiva di facciata che sovente ostenta tranquillità e sagacia. Ma, a differenza di Berlusconi, il Ministro dell’Economia difficilmente lo si vede scendere in proclami accompagnati da logiche di plenario ottimismo; l’inderogabile attività economica e finanziaria lo pongono sopra le logiche mediatiche, aggrappandosi alla gravità di tecnicismi che lo trattengono scostato dagli assetti politici più attinenti al riscontro pubblico. Nonostante questo, data la lungimiranza espositiva di questi anni, perfino il poco telegenico immobilismo di Tremonti ha saputo adattarsi alle esigenze televisive, divenendo presenza frequente nei più noti salotti d’attualità politica. Ed è proprio attraverso i meccanismi mediatici che ha potuto affinare le tecniche di abbordaggio pubblico, dove le parole si frantumano in peso indifferenziato ma costante, ed i significati giungono sottoforma di percezione.

Un cambiamento notevole se si parla di un Ministro dell’Economia, costretto a lavorare con i numeri e in essi a fondare le proprie disposizioni attuative. Il rischio, come sovente accade a coloro che si palesano con frequenza entropica, è quello di cadere nel tranello dell’incoerenza. Come quando nel 1991 sulle pagine del Corriere della Sera descriveva il condono una “forma di prelievo assolutamente fuorilegge”, per poi ritrovarsi nel 2003 a promuovere quello edilizio ed oggi a giustificare, anche per via mediatica, lo scudo fiscale come “una forma di calcolo per convenienza”, in quanto “tra il non pagare niente per sempre e pagare il 5% d’aliquota di rientro” la seconda ipotesi pare comunque migliore. Ma si sa che il relativismo intellettuale si erge anche su una duttilità mentale che soverchia la coerenza e, in parte, è giustificabile che in venti anni di evoluzione economica – oltre a considerare la crisi attuale – si possa perfino cambiare idea in modo drastico. Eppure la granitica e velenosa dialettica tremontiana non pare adombrare dubbi sull’attuale posizione in campo fiscale, come se il passato lasciatosi alle spalle fosse stato amnistiato per diritto di proprietà da colui che se ne era fatto portavoce. Anche in questo dinamismo scenico Tremonti ha visto mutare le caratteristiche personali di un timido ventisettenne già docente di Diritto Tributario all’Università di Pavia, in un coagulo indurito di burberi quietismi, pronti ad esalare puntiglio e melliflua cattiveria nelle parole di un politico navigato. E pensare che la sua attività politica inizia solo negli anni ottanta, quando collabora con il Corriere della Sera e si candida nel PSI di De Michelis. Ma così come per tanti altri, anche su Tremonti la fortuna cade nel 1994, quando dalle fila del “Movimento Segni” passa a Forza Italia dove diventa Ministro delle Finanze nel primo governo Berlusconi. E’ qui che probabilmente comincia la mutazione espositiva e sostanziale del personaggio, direttamente proporzionata alle presenze mediatiche di un partito liquido e sostenuto dal magnetismo persuasivo del proprio leader. Ma le esperienze nel ministero con portafoglio non sono fortunate.

Dopo la caduta del governo nel 1996, Tremonti si ripresenta nel 2001 nella seconda legislatura berlusconiana, la più longeva nella storia repubblicana, che però vede le dimissioni del Ministro in seguito a divergenze sulla legge finanziaria. La carriera politica di Tremonti sembra essersi esaurita con quell’episodio, ma nel terzo governo Berlusconi, Domenico Siniscalco, il successore all’Economia nella precedente legislatura, si dimette e al suo posto torna a rampicare l’edera tremontiana che però finisce per essiccare nelle divergenze governative, appassendo in nuove dimissioni un anno più tardi. Infine, lo scorso anno, Tremonti è tornato ad occupare lo stesso scranno, sorprendendo molti addetti ai lavori che non si aspettavano una scelta di questo tipo da parte di Berlusconi. Ma la comunanza di questi due personaggi non si esaurisce nella precoce fisicità, compressa in massicce concentrazioni di individualismi più o meno accentuati. Dal punto di vista politico la lotta alle lobby ed ai sistemi sotterranei che gestiscono l’apparato linfatico del paese come le sempre più peccatrici banche, coniugano un’affinità di interessi che Berlusconi coltiva nella comunicazione oligarchica e Tremonti nei saggi di economia in alcuni casi divenuti veri e propri best seller. Inoltre, con la crisi economica dell’ultimo periodo, alcuni libri di Tremonti sono stati trasformati da ipotesi probabilistiche, connaturate nella ciclica evoluzione sociale umana, in catodiche veggenze da “nobel mancato” in stile Brunetta, come le frasi nelle quali l’attuale Ministro dell’Economia avrebbe previsto la recessione globale in anticipo su tutti. Senza lasciarsi attrarre eccessivamente dalla chiromantica cagione e luogo comune secondo cui chi prevede il futuro pare condannato a non poterne eludere gli effetti sulla propria persona, né avvertire gli altri con un dispaccio ANSA, alcuni più materiali economisti si sono limitati a far notare che “affermazioni reiterate negli anni che presto o tardi vi sarà una crisi, non rappresenta una previsione ma una scommessa a esito sicuro”. Poco importa se la lettura della mano al nostro paese sia stata una causalità colta accidentalmente o invece prevista in minuziose derive socio-economiche improntate sulla “teoria del caos”. In ogni caso Tremonti prosegue il suo operato politico con la convinzione apodittica di marciare nell’unica direzione possibile. Scricchiolando un pochino solo quando di fronte alle generose sovvenzioni statali dei cosiddetti “Tremonti Bond”, Banca Intesa e Unicredit decidono di rifiutare l’offerta. Potrebbe trattarsi di un postumo ammodernamento etico in seguito al disastro finanziario per cui colossi bancari preferiscono andare a cercare altrove i soldi da investire. O magari è invece la solita logica bancaria secondo cui nel lungo periodo i bond finirebbero per divenire un macigno insostenibile, visto e considerato che il regalo del governo può essere accettato solo a patto di aumentare il credito alle piccole e medie imprese. Difficile stabile la verità ma Tremonti, nell’intramontabile orgoglio professionale, somiglia al buon samaritano che esige di salvare la vita a tutti i costi al passante di turno, anche se questi non sembra necessitare di sostentamento. Il sentore incessante che la crisi stia passando sembra innescare una serie di buone azioni sempre meno rischiose in termini economici, e dunque più facilmente offertabili anche e, soprattutto, verso chi la crisi sembra averla già alle spalle. In questa logica si inserisce il Tremonti trasformato dalla politica dell’intrattenimento di quest’epoca: speculazione mediatica innescata dall’ottimismo collettivo per la ripresa, nel vittimistico e sacrificale onere di singoli potenti che diffondono questuanti strenne per rinfocolare il proprio granaio.

Dietro a tutto questo c’è un personaggio difficilmente inquadrabile ma certamente un fulgido esempio di malleabilità intellettuale, in un polimorfismo di ingegno, compromessi e laboriosità nel tenere le redini di un paese incidentato dai debiti e selvaggiamente primitivo nella sua ingenuità corruttibile. Tremonti rappresenta la possibile alternativa al futuro del Polo, ancorata sulle disposizioni di un passato recente non ancora esaurito. Se in molti vedono in Fini il successore di Berlusconi, è probabile che nel sorriso presuntuoso e ironicamente onnisciente di Tremonti si nasconda la previsione di un futuro che, ancora una volta, pare non voglia condividere con gli altri.

Luca Lena

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