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Risponde Mauro: “Respingimenti? Necessari per evitare conflitti”

settembre 30, 2009 di Redazione 

Intervista esclusiva del giornale della politica italiana al presidente dei deputati Pdl al Parlamento europeo. Che difende il Governo e le sue contestate politiche sull’immigrazione: «Solidarietà a chi vive situazioni di fame e di guerra. Ma se mancano le regole a rischio la sicurezza». «Ora i 27 Paesi dell’Unione condivideranno i flussi: merito del nostro esecutivo». E sull’Africa, vero nodo originale della nostra immigrazione, «gli europei hanno sbagliato a pensare di sostituire il colonialismo con gli aiuti – dice Mauro - Il continente nero è diventato un acces- sorio per serate di gala. E i soldi vanno a monocrazie corrotte». Sulla conferma di Barroso: «Schulz lo aveva messo contro Berlusconi ricattandolo. Ma alla fine ha vinto Silvio». Lo ha sentito Marco Fattorini.

Nella foto, l’onorevole Mario Mauro

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di Marco FATTORINI

Onorevole Mauro, prosegue il dibattito, in chiave europea, sul problema dell’immigrazione. Tra critiche, polemiche e il parziale immobilismo degli organi sovranazionali, c’è una soluzione concreta in vista?
«Il fatto di essere riusciti a convincere i 27 paesi dell’Ue a farsi carico di questo fenomeno migratorio epocale costituisce una grande conquista da parte del Governo italiano.
Il piano per la redistribuzione di chi ha diritto all’asilo conferisce finalmente all’Unione europea la facoltà di indirizzare in maniera logica gli immigrati riconosciuti come rifugiati che sbarcano sul fronte meridionale dell’Ue. Si punta così a migliorare la risposta europea al problema e a ridurre il numero di rifugiati che rischiano la vita per raggiungere clandestinamente le coste dell’Ue. Ulteriore obiettivo è quello di semplificare le procedure di accoglienza e ottimizzarne i costi, migliorando nel contempo l’impatto umanitario e politico delle azioni nazionali di reinsediamento».

C’è chi parla dei respingimenti come una pratica disumana, chi invece come un atto dovuto. Lei cosa ne pensa di questa modalità, peraltro già attuata da altri paesi europei?
«Ci sono persone che vengono da noi perché nel loro paese spesso vivono situazioni di fame e di guerra, situazioni estreme di fronte alle quali deve trionfare sempre quello spirito di solidarietà che è prerogativa del modello di convivenza civile europeo. Per fare questo però occorrono delle regole di convivenza civile, perché l’integrazione non si scontri con le esigenze di sicurezza e perché la convivenza avvenga senza conflitti; la pratica dei respingimenti mi sembra concepita su queste basi».

In occasione del Meeting di Rimini lei ha partecipato alla conferenza “Africa: conflitti dimenticati”. Con lei c’erano diversi ministri e importanti uomini politici dei paesi africani. Può descriverci l’utilità e l’esito di questo incontro?
«Il Meeting ha dato la possibilità all’Europa intera di valutare un operato lungo più di 50 anni. 50 anni fa l’Africa ci interessava perché in Africa prendevano forma molti dei nostri progetti di potere. Adesso sembra non interessarci più. Il più grande errore degli europei in questi anni è stato il pensare di poter sostituire la politica coloniale con la politica degli aiuti. Ha ragione il premier keniano Odinga quando riconosce che il problema dell’Africa non è stato il colonialismo, ma il periodo successivo nel quale c’è stato un netto rifiuto di sistemi democratici multipartito a vantaggio di sistemi monopartito che favorivano la corruzione. Ha ragione anche quando dice che non è il caso di essere afro pessimisti, ma afro realisti e di cercare di comprendere come possiamo realmente dare una mano. Se la cultura dell’aiuto è quella che permea gli eventi rock, quella del solidarismo terzomondista dove le star delle tv e del cinema fanno propaganda per gli aiuti e i governi gli vanno dietro per la paura di perdere popolarità, l’Africa diventa un accessorio elegante per le serate di gala, ma nella sostanza questo non ha la capacita di incidere e di essere realmente alternativa alla vecchia logica coloniale.
Perché ci possa essere una nuova logica dobbiamo capire dove sbagliamo nel meccanismo degli aiuti. Capire che se gli aiuti sono per governi corrotti e se questi governi ostacolano lo sviluppo della società civile e scoraggiano istituzioni trasparenti, questo scoraggia oltre alle istituzioni internazionali ogni singola persona in Africa dal diventare protagonista del proprio destino».

Pensa che Josè Manuel Barroso sia l’uomo giusto per questo nuovo mandato alla presidenza della Commissione Europea?
«Sono convinto che Barroso sia l’uomo giusto e mi auguro che l’elezione del presidente della Commissione europea sia l’inizio di una stagione di coraggio e di volontà di affrontare i grandi temi quali la politica energetica, la politica dell’immigrazione e la politica estera comune. La vittoria di Barroso è una vittoria del Ppe e di Berlusconi che l’ha sempre sostenuto.
Il Ppe, che conserva una maggioranza relativa in Parlamento anche dopo il recente risultato elettorale, ha bisogno di vedere ribadite dal presidente della Commissione le ragioni ideali del proprio progetto a servizio di tutti gli europei».

In un’intervista al Giornale lei ha parlato di un ricatto messo in atto da Martin Schulz, presidente del gruppo socialista all’Europarlamento. Di che si tratta?
«Schulz ha spinto Barroso a mettersi contro il presidente Berlusconi in cambio di un’astensione del Gruppo socialista al voto di fiducia al presidente della Commissione europea. Lo ha fatto chiaramente per farsi pubblicità in patria, mi sembra tuttavia che abbia fallito su tutta la linea: Berlusconi ha chiarito i malintesi con Barroso ed è stato uno dei più grandi sostenitori alla sua rielezione e la Spd ha ottenuto il peggior risultato della sua storia…».

Cosa risponde l’on. Mauro a chi vede in Italia una situazione di emergenza e rischio per la libertà d’informazione? Si tratta di una paura fondata?
«Mi limito ad una constatazione: i promotori di questa iniziativa sono gli stessi che accusano Berlusconi di non voler andare sotto giudizio, gli stessi che gli rimproverano di essersi rivolto alla magistratura per bloccare falsità e violenze con cui cercano di sbarazzarsi di lui».

Si è evocata da più parti la necessità di un dibattito politico e culturale all’interno del Pdl, anche e soprattutto per renderlo vivo e plurale. Quale può essere, secondo lei, la ricetta per coniugare tra loro i valori fondanti del Pdl e renderli operativi nella vita del partito?
«Educazione, educazione, educazione».

Marco Fattorini

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