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Libertà di stampa è davvero in pericolo? E, se sì, in che modo? Le nostre risposte

settembre 29, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana, lo sapete, è un giornale libero e superpartes che ama il confronto aperto e scevro da pregiudizi, che è poi quello che si svolge quotidianamente sulle nostre pagine. E’ per questo che il Politico.it annovera tra le proprie firme solo personalità autorevoli e, insieme, palesemente libere, capaci di andare oltre qualsiasi schema preventivo di appartenenza e di dire – onestamente e responsabilmente – ciò che pensano, menando fendenti, se necessario, da una parte e dall’altra indistintamente. E’ il caso di Paolo Guzzanti, battitore libero per antonomasia, o di Luigi Crespi, quasi un “tecnico” della politica per la sua assoluta onestà intellettuale ed equidistanza nel momento dell’analisi se non fosse per la ricchezza del suo background umano e culturale. O di Gad Lerner, costretto dalla propria straordinaria lucidità a colpire spesso anche il “suo” centrosinistra. E potremmo proseguire. Ed è proprio in questa chiave che, mentre altri quotidiani gridano oggi al regime, il giornale della politica italiana cerca invece di capire di più. Come e quanto la libertà di stampa nel nostro Paese sia veramente in pericolo, e perchè. In un confronto con un passato che non ritorna, ma che, come tutta la Storia, ci aiuta a comprendere i passaggi del presente. La firma è del nostro vicedirettore, Luca Lena, che svolge così questo tema delicatissimo, che vi invitiamo a seguire, con noi, in questo sforzo di riflessione e di comprensione. Per integrare, anche, a modo nostro, e per una parte – tutte sono utili e necessarie - il modo di fare giornalismo politico da noi. Sentiamo.

Nella foto, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nello studio di “Porta a porta” per le foto di rito prima dell’ultima, contestata puntata del programma di Bruno Vespa sulla consegna delle case ai terremotati de L’Aquila

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di Luca LENA

Suscitò interesse lo scorso anno l’annuncio di Freedom House, un istituto di ricerca statunitense, nel quale si retrocedeva l’Italia a paese “parzialmente libero” per ciò che concerne la libertà di stampa, assegnandole il 73° posto assieme a Tonga. Tralasciando l’affiancamento con paesi del resto del mondo che inspiegabilmente dovrebbero acuire il giudizio negativo sul nostro, è indubbio che nel sistema informativo del bel paese gli ingranaggi del giornalismo cartaceo e televisivo non siano ben oliati. Il potere, innanzitutto, sembra essere la causa principale di un dissesto tanto intangibile quanto percettibile negli ambienti competenti, poiché spesso sono le velleità di pochi singoli ad irrompere sulla gestione di un gruppo, anche se questo sembra ottenere riscontri positivi. Alla memoria sale il caso del cosiddetto “editto bulgaro” berlusconiano nel 2002: forse la più pervasiva e sfrontata manovra censoria degli ultimi anni. L’allontanamento dalla tv e dal giornalismo di Luttazzi, Santoro e Biagi somiglia al disarmo di un soldato in campo di battaglia, costretto a nascondersi nel cono d’ombra di una mediaticità che accetta solo uno strumento di dialogo, una voce, un linguaggio ben preciso e non condito di sbavature e altisonanti canti fuori dal coro. Eppure, per comprendere la gravità di un diritto fondamentale, quello della libera manifestazione del pensiero sancito dalla Costituzione con l’articolo 21, non basta scoperchiare gli effetti di sibilanti ingerenze politiche nel tessuto sociale e giuridico, bensì si deve attraversare il cornicione dei sospetti, con il dubbio che vi sia una sfasatura tra le inderogabili leggi del nostro paese e la loro solida applicazione. Come se lo spessore caratteriale e di potere pubblico riuscisse a soverchiare la corazza degli scudi costituzionali, ovvero, i dettami giusti e paritetici di una nazione che in passato ha subito destabilizzazioni coatte imposte con la violenza.

I diritti di manifestazione del pensiero che oggi consideriamo acquisiti e che accettiamo con ovvietà hanno attraversato nel ventennio fascista un periodo traumatico in cui, da strumento per la libertà d’espressione, sono stati rovesciati in barriere per la difesa di regime. Da qui l’assunto che senza libertà di pensiero non vi possa essere democrazia. Così riecheggiano fortemente le parole di Franceschini che accusa il premier di attaccare la stampa come un tempo faceva Mussolini, lasciandosi andare ad un paragone irrealistico che però non si esaurisce nella mera provocazione, ma lascia adito ad un’evoluzione interiore puntando il dito su una deriva potenzialmente rischiosa. Il caso delle dieci domande di Repubblica sulla moralità di Berlusconi, il quale si è sempre rifiutato di rispondere, aveva sin dall’inizio accresciuto l’attrito tra il premier ed alcuni quotidiani nazionali, spegnendo le mancate risposte dell’interessato nella riottosa ripicca tra due posizioni inconciliabili. Ma la bufera scatenatasi dopo la querela per diffamazione di Berlusconi al giornale ha accesso definitivamente i fuochi fatui in un clima già di per sé incandescente. Non tanto per l’incapacità di accettare giudizi critici, quanto per la sottile filosofia di fondo che pare minare la completa libertà di espressione nella stampa e sugli altri media. Lontani dai clamori autoritari che fortunatamente non possono essere evocati, il campo democratico fornisce paradossalmente un terreno vergine in cui espletare velleità dialetticamente belliche poiché protette dal manto irrigidito della Costituzione che ne definisce i legittimi confini. La libertà di stampa, dunque, non è a rischio, non vi è un attacco all’effettiva giostra di consensi e dissonanze verso chi manifesta la voce più grossa, poiché anche il tentativo di indebolire un sistema democratico della sua varietà espressiva non potrà mai trovare riscontro nell’applicazione costituzionale. Ma così come per la differenza tra il razzismo della vecchia generazione e l’intolleranza psicologica di oggi, anche l’attacco all’articolo 21 sembra aver subito una mutazione ambientale in seno all’evoluzione culturale, sociale e politica dell’epoca moderna.

Sono fuori luogo, ovviamente, i paragoni tra lo strapotere berlusconiano in campo mediatico-politico e quello imposto dal regime di Mussolini con l’attuazione delle leggi fascistissime. In ogni caso, alcune piccole similitudini appaiono quantomeno curiose: gli assunti fondamentali del fascismo per la tutela della propria immagine riguardavano il controllo della rappresentazione pubblica del regime nel tentativo di smorzare alla nascita eventuali dubbi sul fascismo. Inoltre si inseguiva un controllo anche invasivo sull’opinione pubblica, per evitare che avvenissero affrancamenti ribelli dal blocco governativo. La filosofia berlusconiana di oggi non emula certo questo modello, ma ne avvicina gli effetti partendo da un assunto culturalmente radicato nella strategia imprenditoriale da cui proviene. Mostrare ottimismo, nascondere catastrofismi, sfornare il concetto di libertà di fronte a critiche sul suo operato non sono armi con cui raggiungere un potere probabilmente già inattaccabile, quanto piuttosto il tentativo di mantenere un’immagine prima che il decorso istituzionale ne decreti la fine. Poiché l’obiettivo del premier non raggiunge lo scopo idealistico, sciovinista ed espansivo della mente mussoliniana, ma si limita a mantenere un soggettivismo che assume l’equilibrio della sua governance.

Paradossalmente sembra essere l’ambizione professionale a contenere nei limiti di salvaguardia un comportamento che in altri contesti avrebbe potuto scivolare in deviazioni deleterie. Vanno lette in questo senso, dunque, l’offuscamento della crisi economica – tra l’altro prevista dallo stesso ministro dell’Economia che ha dovuto lasciare lo scettro della veggenza a Roubini – o l’edulcorazione della tragedia in Abruzzo, trasformando l’organo di stampa e televisivo in una diga sempre più rinforzata in cui contenere il gonfiarsi delle acque.
Pur non sfiorando tematiche violente e gravi come quelle del soppresso fascismo, la questione sulla libertà d’informazione rimane comunque al limite della tolleranza, poiché spesso si incunea nelle falle legislative di un sistema che tende ad una duttilità utilitaristica, piuttosto che a perfezionarsi per raggiungere l’equità. Il conflitto di interessi che vede implicato Berlusconi sorprende per l’obliante e silente accettazione di un sistema unico a livello mondiale. Giacché si arriva a criticare il potere di un singolo indotto a sfruttare la propria autorità, senza colpire alla base, con gli strumenti legittimi, ciò che genera il fatto. Se detenere la proprietà del principale blocco privato televisivo e, al contempo, poter influenzare con la carica politica l’assetto dirigenziale della televisione pubblica sono un problema da risolvere, lo è altrettanto l’incapacità di modificare una simile iniquità da parte di chi ne avrebbe il dovere.

Considerando soprattutto che la creazione di un’opinione pubblica cosciente e consapevole è direttamente associata ad un pluralismo informativo che, al momento, si palesa fresco e gioviale ma che probabilmente nasconde un morbo in incubazione.

Anche se è sempre più difficile dividere il fatto dall’opinione e dalla sua interpretazione, non è accettabile la censura di critiche oggettive sulla base di pregiudizi personali che inficerebbero l’onestà di chi provoca l’attacco. Poiché la parola “libertà” non può essere strattonata in colorite interpretazioni, ma deve mantenere una valenza universale. Per Berlusconi, lo abbiamo sentito settimane fa, il presunto pericolo di libertà di stampa “è una barzelletta inventata da una minoranza cattocomunista, intesa a trasformare la libertà in mistificazione, insulto e calunnia”. Dunque libertà e non liberismo, non anarchia di pensiero che leda l’immagine di una persona.

E in queste falle socio-filosofiche, dove la profondità morale umana è ben più profonda di qualsiasi comma o intuizione forense, è facile quanto subdolo infilarsi per veder garantita una protezione mediatica e politica attraverso lo stesso strumento d’offesa. La concentrazione di un potere così forte diviene altresì lo scudo con cui issare la propria posizione e seppellire quella altrui. Critiche in questo proposito sono giunte alle puntate di “Porta a Porta” in cui il premier ha potuto presenziare senza alcun autorevole contradditorio. Allo stesso modo piovono indignazioni in questi giorni per la vicenda “Annozero”, che vedeva imbrigliato il programma in una quasi totale assenza di pubblicità e nell’intrico del contratto di Marco Travaglio, inviso a molti nell’ambiente governativo, e ora viene direttamente colpito dall’inchiesta governativa. Piccoli o grandi segnali di un’insofferenza verso la varietà di informazione, che rimane costantemente nascosta dallo stesso strumento con cui si dovrebbe rivendicare la libertà. Così, l’accesso alle tv o ai giornali risulta poco efficace se non affinato in una comparazione multipla che in pochi possono permettersi. E nell’imbarbarimento di un sottile rapporto tra popolo e operatori mediatici, capita che dall’interno sfuggano dinamiche ormai in circolo da tempo. Quello che viene fuori da un panorama di questo tipo è un quadro malato, non nella conflittualità di segni che innescano dialettiche a volte eccessive – poiché in realtà questo potrebbe rappresentare un bel segnale – quanto nella necessità di dover giustificare simili scontri o di condannarli in un soggettivismo pretestuoso che allontana dal nocciolo della questione oggettiva. La libertà di stampa, o di espressione più in generale, perdurerà anche grazie alle invettive tra fronti avversi, almeno finché gli attori delle vicende non si allineeranno in una direttiva comune per interessi estranei alla filantropia morale.

Luca Lena

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