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Pd, il confronto da noi. Orlando: “No a dittature della maggioranza”

settembre 28, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana ospita le battute finali del dibattito interno al Partito Democratico. Tre interviste esclusive a tre importanti esponenti delle diverse mozioni, che spiegano la ragioni delle rispettive scelte e si confrontano, appunto, sui temi del congresso. Cominciamo con la mozione Bersani. Per l’ex ministro parla il portavoce del partito Andrea Orlando. Che incalza Marino sul tema della democrazia interna: «Sento dire ”alla fine si deve votare”. Certo, ma non è irrilevante come si arriva al voto. No a maggioranze che schiacciano le altre». E sulle questioni etiche: «Invidio chi su certi temi ha risposte pronte in cinque minuti». Sul Paese: «Dobbiamo tornare a rappresentare il “popolo”. E per questo Bersani, che vuole un partito popolare che riscopre la questione della giustizia sociale, è la scelta giusta».      

Nella foto, l’onorevole Andrea Orlando

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Onorevole Orlando, al congresso lei dunque sostiene la mozione Bersani: ci spiega le ragioni della sua scelta?
«Sia il metodo sia l’idea di partito che Bersani propone mi paiono quelli più vicini all’esigenza di dare una leggibilità alla nostra identità politica. In un congresso che non mi entusiasma, mi è parsa la soluzione più credibile ed in questo momento anche la più consapevole. L’elemento fondamentale è, secondo me, la consapevolezza delle difficoltà, perché da queste, che sono proprie della sinistra europea e dei progressisti europei, non si uscirà con degli effetti speciali. Ci sarà perciò bisogno di un lavoro lungo, duro, complicato, ma soprattutto collettivo».

Un congresso che non la entusiasma?
«Mah, secondo me, piuttosto che una contrapposizione artificiale fra nuovi e vecchi, fra filo-centro e vocazione maggioritaria, la vera questione sarebbe un confronto sulla crisi: come si esce dalla crisi, come si costruisce una società più coesa e di conseguenza più giusta».

Eppure Bersani un certo entusiasmo sembra riscuoterlo, almeno tra i vostri militanti. Lei come spiega il divario enorme (venti punti percentuali) che lo separa dal primo degli altri due?
«Mi sembra che in qualche modo sia premiata la critica del leaderismo, che ha caratterizzato la stagione politica del centrosinistra nel decennio precedente, e che ha naturalmente influenzato anche i primi passi del Pd. La gente apprezza il fatto che gli si riproponga l’esigenza di un confronto. La gente ha bisogno di un esercizio della democrazia, ma anche di luoghi in cui la democrazia si faccia Popolo».

Ma tutto verrà rimesso in discussione il 25 ottobre. Si aspetta sorprese?
«Io credo che il risultato finale sarà abbastanza simile a quello degli iscritti, naturalmente bisogna ancora vedere. Hanno votato circa un terzo dei tesserati, perciò non è un verdetto finale. Nonostante ciò, credo che il risultato che uscirà dal primo passaggio sarà molto simile a quello sancito dal secondo, per una ragione: i nostri iscritti, grazie anche alla novità che il Pd ha rappresentato, sono assai più simili agli elettori del Pd di quanto non si ritenga. C’è questa contrapposizione tra un senso comune degli elettori contrapposto a quello degli iscritti, che mi pare un po’ una forzatura. Semmai il vero problema è che il senso comune della composizione dei circoli, di quelli che hanno votato e voteranno alle primarie, non corrisponda esattamente alla società italiana. Ma non vedo un’eccessiva disomogeneità tra questi due cerchi interni. Perché il primo, quello dei nostri iscritti, e questo lo dico anche avendo lavorato un po’ nelle questioni organizzative, è cambiato molto di più di quanto non si supponga. Naturalmente non va escluso che ci sia ancora l’elemento di richiamo identità, ma il voto a Bersani, come quello a Franceschini, è soprattutto un voto di rimescolamento. Conosco molti popolari a livello locale, che stanno facendo campagna per Bersani, così come molti ex diessini, ed anche la parte nuova affluita al Pd, seppure nei grandi centri questa sia molto attratta dalla proposta di Marino».

Andiamo con ordine. Ci dica qualcosa di positivo e qualcosa di negativo sull’attuale segretario.
«A Franceschini va riconosciuto il merito di aver affrontato una fase molto difficile e di averlo fatto con serietà ed impegno. Credo che due siano invece i suoi punti di debolezza: anzitutto l’evocazione della novità, senza che vi sia poi la precisazione esatta del contenuto della stessa. Io credo che se si vuole rinnovamento delle persone e delle proposte politiche, chi lo evoca abbia anche l’onere di indicare come e che cosa rinnovare. Mentre il secondo punto verte, a mio avviso, sulla caratterizzazione fortemente leaderistica. Vedo una forte tendenza ad identificare il progetto politico con la persona, in questo caso concretizzato dal far leva sulle cose che Franceschini ha fatto e detto. Credo invece che noi avremmo bisogno in questo momento di rimettere al centro il tema del progetto e del modo in cui un’elaborazione collettiva lo riesce a definire e realizzare».

E invece cosa apprezza e cosa a suo modo di vedere rende meno adatto a fare il segretario del Pd, Marino.
«Marino secondo me ha il merito di aver posto alcuni temi rilevanti ed avere evitato anche una corsa a due, che avrebbe portato ad una serie di controindicazioni. Il problema è che sui cosiddetti temi eticamente sensibili, che pure hanno una loro rilevanza ed ai quali dobbiamo dare una risposta, non ci si costruisce l’identità politica di un partito di massa. Un partito di massa ha bisogno di avere un profilo chiaro soprattutto sui temi economici e sociali ed, ancora, sull’idea di società che vuole costruire. La caratterizzazione su certi temi etici di per sé non costituisce il profilo di un partito popolare. Marino, al di là della sua proposta complessiva, viene principalmente identificato con questo tema. Poi naturalmente c’è il fatto che una proposta politica di questo tipo difficilmente può tenere uno spettro di posizioni largo, cosa invece quest’ultima che penso debba caratterizzare un partito a vocazione maggioritaria, intesa come funzione-perno di una coalizione ed ambizione di parlare a tutto il Paese».

Ma torniamo a Bersani. Come si coniuga la scelta di campo per lui con la sua posizione iniziale di “non allineato”?
«Il mio aperto sostegno alla mozione Bersani è maturato progressivamenrte, con un percorso individuale e collettivo, nella misura in cui ne ho discusso spesso con altri. Io non sono stato fra quelli che hanno accolto con entusiasmo la candidatura di Bersani quando era in carica Veltroni e non sottoscrivo ogni rigo della sua mozione. Ma queste due mie posizioni si combinano in questi termini: penso che, anche a prescindere dal candidato che si sostiene, ci debba essere un forte impegno di tutti per far sì che, anziché le persone, al centro del confronto ci siano i contenuti. In questo senso devo dire che Bersani è quello con più interesse di tutti a far sì che ciò avvenga. Perché essendo fra i candidati quello che pone più l’accento sul tema della ricerca collettiva e dell’esigenza di una definizione di identità, è spinto a porre le questioni di merito al centro del confronto congressuale, le cose piuttosto che i nomi, le proposte e non le fotografie».

Che cosa convince invece voi dirigenti più “giovani” che rappresentate un pezzo del futuro, della proposta di Bersani.
«La questione è mettere il partito in sintonia con la società. E la crisi pone il problema della redistribuzione del reddito e dell’equità sociale, presupposti questi di una democrazia vera. In sostanza ritengo che il Partito Democratico, per essere nuovo davvero, deve riuscire ad essere una grande forza popolare ed, in questo senso, se Bersani riuscisse nel suo intento, e naturalmente l’esito è tutt’altro che scontato, sarà in grado al di là del costante richiamo al tema del rinnovamento, di produrlo realmente. La vera novità sarebbe perciò la nascita di un partito popolare in questo Paese. Di un partito cioè, che sta nelle periferie, che riparla ad un pezzo di società che non si attende più nulla dalla politica e dalla democrazia, ma che soprattutto che quando rivolge l’attenzione ad esse lo fa perché attratta dai messaggi populistici. Rinnovato si potrebbe dire un partito che nella selezione della sua classe dirigente attende anche ai ceti popolari. Sono molti anni che i quadri delle forze progressiste non vengono da lì».

Da lì sembrano non venire più nemmeno i voti…
«Esattamente, io mi riferisco a quelli che una volta venivano definiti così: settori popolari della società, che quasi in automatico si rivolgevano alle forze riformiste per il loro messaggio sociale e che oggi invece sono più spesso attratte dal populismo. Il vero fatto nuovo, che il Pd deve ancora produrre, è la capacità di ricostruire questo rapporto: essere un soggetto di cui hanno fiducia soprattutto le persone più deboli, quelle particolarmente in difficoltà. E credo che sostanzialmente i dirigenti della mia generazione, che come me si sono formati sul territorio, abbiano avvertito la fine di una stagione politica e di soggetti politici nei quali si era fortemente indebolito il nesso tra loro ed il popolo, ed uso volutamente questo termine desueto. Noi abbiamo vissuto l’asfissia di quei soggetti politici. Se oggi, vincessimo la sfida di riconquistare il “popolo” al nostro progetto politico, dandogli un’idea di vera democrazia, credo che avremmo prodotto la più grande novità ed avremmo allo stesso tempo ottenuto la risposta di fondo alle questioni che abbiamo posto. Non ho assolutamente la pretesa di parlare a nome dei miei coetanei di partito, ne tanto meno credo che gli stessi pensino che un candidato piuttosto dell’altro sia in grado di sciogliere questo nodo. Però questa mi pare comunque una questione cruciale, ed in questo senso credo che sia sbagliato dire che da una parte c’è il nuovo e dall’altra parte c’è del vecchio, c’è chi va avanti e chi torna indietro».

A questo proposito, come risponde alle critiche di chi sostiene che con Bersani si preparerebbe un “ritorno al passato”?
«Penso che il Pd sarà accogliente per tutti se sapremo riconoscere a tutti un ruolo ed una funzione. Se non sarà il partito che si manifesta solo una-due volte l’anno, in situazioni particolari, ma se saprà al contrario essere un luogo nel quale punti di vista diversi possono convivere quotidianamente. Più di quello che è scritto in una mozione, più del segretario che verrà scelto, sarà importante come struttureremo la casa e come la sapremo arredare, piuttosto che pensare che la provenienza da una o dall’altra identità sia l’elemento che rende la casa più o meno ospitale. Il problema fondamentale è come viene costruita la casa e non la provenienza del direttore di cantiere pro-tempore. Il punto da mettere al centro è capire dove questa casa sarà collocata e come ci si vivrà, e come allo stesso tempo, chi dirige il cantiere di costruzione, sarà in grado di renderla accogliente.
Mi pare che il richiamo alle radici non sia un esercizio nostalgico. I partiti popolari in questo paese sono nati dall’esigenza di realizzare più giustizia sociale, che la crisi di oggi pone nuovamente al centro dell’attenzione. La stessa infatti evidenzia in modo drammatico il problema della giustizia sociale, questione sulla quale sono nati i movimenti progressisti nel mondo».

Ecco, riguardo a ciò che diceva poco fa. Al Pd come si prenderanno le decisioni in futuro? E’ un tema posto da Marino, ma non sembra una questione di secondo piano anche per i suoi riflessi sulla capacità attrattiva del partito.
«Se si vuole mantenere un partito con un giusto pluralismo interno, bisogna che questo sia soprattutto a garanzia delle minoranze, di chi in qualche modo rappresenta filoni meno forti quantitativamente, ma altrettanto importanti. E’ fondamentale che ci sia una democrazia radicata e quotidiana. Io sono a favore delle primarie, lo premetto, ma sono contrario all’idea di un partito che risolve il tema del “che si fa?” legandolo ad una faccia soltanto per eventi straordinari ed il resto dell’anno accantona questa dialettica, non offrendo così la possibilità ai propri militanti, ai propri dirigenti politici, di dare un contributo. In politica non sono solo due o tre le domande fondamentali, ci sono questioni che vengono dalla quotidianità. Il contributo che un singolo vuole dare al proprio partito non si risolve perciò nella scelta del proprio leader. Le persone, soprattutto in un mondo complesso come quello attuale, hanno bisogno di potersi confrontare sulle questioni della quotidianità e devono poter trovare delle occasioni per farlo. Questo è anche il modo per evitare che le posizioni minoritarie vengano marginalizzate. Se il partito diventa solo una serie di conte interne e non, invece, anche un’occasione di confronto e di ricerca della sintesi, c’è il rischio che si affermi una dittatura della maggioranza. Con questo metodo un’identità rischia di schiacciare le altre. Per questo voglio un partito radicato, un partito, come dicevo, con una democrazia interna viva, in grado di decidere sui singoli punti a maggioranza, ma al contempo di produrre una dialettica costante con numerosi spunti per il confronto, non semplicemente una resa dei conti una tantum».

E sui temi cosiddetti “eticamente sensibili”, come se ne esce?
«Mah, intanto deve esserci un procedimento individuale, nel senso che ciascuno di noi, nel momento in cui assume una posizione, deve sempre partire dal presupposto che una mediazione deve farla anzitutto dentro se stesso. Chi aspira a rappresentare i cittadini, non ha la facoltà di dire solo ciò che pensa, ma ha in programma anche di tener conto delle opinioni che vivono nella società in una determinata fase storica. Nel caso dei parlamentari si mette sempre l’accento sull’articolo della Costituzione del “senza vincolo di mandato”, mai quello dell’obbligo di rappresentanza della nazione. Questa però è la condizione della coesione sociale, della convivenza di culture diverse. Chi fa politica, chi milita in un partito, chi rappresenta nelle istituzioni, ha il problema di trovare prima di tutto un bilanciamento interiore, fra le proprie convinzioni e l’ambizione di rappresentare un senso comune più ampio. Questo credo che sia il punto di partenza. Poi siamo in una fase in cui tutte le posizioni devono essere rispettate ed il contraddittorio fra le stesse deve essere costruito in modo diverso dal passato. Anche quando si dice, “alla fine si deve votare”: sì, si deve votare ma non è irrilevante come si arriva al voto. Il punto è con quali maggioranze, ma anche sulla base di quali strumenti di approfondimento.
Invidio molto quelli che di fronte a grandi domande di senso sono in grado di dare una risposta in 5 minuti. Mi viene il dubbio però che questa rapidità di reazione sia più il frutto del pregiudizio che della ricerca comune, in un senso o nell’altro. Ovviamente questo non deve pregiudicare il fatto che al termine di un confronto inclusivo possa resistere la clausola di coscienza. Vi deve essere anche la possibilità di manifestare il punto di vista diverso, senza però che questo impedisca ad una forza politica di esprimere la propria posizione».

Come giudica a questo proposito il comportamento di Dorina Bianchi, capogruppo Pd in commissione Sanità al Senato che ha votato e sostenuto la proposta della maggioranza di avviare un’ulteriore inchiesta sugli effetti della “pillola del giorno dopo”, rinnovando le spaccature tra voi?
«Una tempesta in un bicchier d’acqua. La domanda che dobbiamo porci è perché ogni volta che si affrontano, da un punto di vista procedurale, le questioni cosiddette etiche il Pd sia soggetto a crisi di nervi. Credo ci sia il bisogno di definire procedure valide una volta per tutte. Vanno superate anche molte diffidenze nonché le ricerche di visibilità, che spesso si manifestano in questi passaggi. Anche perché il risultato più evidente della giornata di discussione sulla RU486 è stato quello di oscurare le responsabilità del governo nell’introduzione dello scudo fiscale».

Come anticipato dal nostro giornale, in alcuni congressi di circolo calabresi sembra ci siano stati più voti che elettori. Il tutto a vantaggio soprattutto di Bersani. Come giudica questa vicenda?
«Distinguiamo: la vicenda in sé mi pare che non esista, tanto che la commissione di garanzia della Calabria, alla quale compete la valutazione dei fatti, compresi i rappresentanti della mozione Marino, abbiano chiarito che si tratta di un abbaglio. Se invece discutiamo del fatto, che in alcune realtà del nostro partito si discuta poco e si voti molto, il problema è reale e lo si dovrebbe affrontare seriamente. Accorgersene solo quando questo fenomeno ci penalizza, magari avendolo utilizzato precedentemente, mi sembra quanto meno ipocrita. Se ricerchiamo le cause profonde di questi fenomeni, ancora una volta torniamo al tema del progetto e dell’identità. Un partito che ha un progetto ed una fisionomia debole, come ha rischiato di essere il Pd e come sono sicuramente stati i partiti che lo hanno promosso nella loro ultima fase, esalta gli elementi di personalismo, di fedeltà al potente locale, per cui avviene spesso che ci si schieri con o contro qualcuno, piuttosto che per qualcosa. E’ esattamente questo il problema che il Pd deve iniziare ad affrontare e risolvere: la sua ragione sociale».

Ecco: quale dovrà essere per il futuro la “ragione sociale” del Pd?
«Il programma fondamentale del mio partito, a mio avviso, è scritto in modo sintetico nella Costituzione repubblicana, nella quale si afferma che la sovranità appartiene al popolo e poi, ancora, nell’art. 3 indica gli obiettivi dell’eguaglianza formale e sostanziale.
La sovranità appartiene al popolo soltanto se la democrazia riconquista un’effettiva centralità, che ha perduto a favore dell’economia e del potere dei grandi soggetti finanziari. L’obiettivo della giustizia sociale è ciò che dà sostanza ad un progetto di trasformazione democratica della società italiana».

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