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Diario politico. Bossi: “Non votai per la guerra”. La Russa: “Ci difende da essa” D’Alema a Rutelli: “Pd anche di sinistra”

settembre 22, 2009 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma, oggi, è di Ginevra Baffigo. Ieri è stato il giorno dei funerali di Stato per i nostri sei militari morti a Kabul. La politica italiana si stringe compatta intorno ai feretri dei soldati italiani. Vi raccontiamo la mattinata del lutto. Il leader della Lega: “Se a Natale potessimo cominciare a riportarne a casa un po’…”. Ma ieri è stato anche il giorno dell’atteso (nelle file del centrodestra) incontro tra Berlusconi e Fini, a casa di Letta. Un incontro interlocutorio, a sentire i commenti dei colonnelli Pdl; sul tavolo la necessità di “combinare insieme una concezione leaderistica del partito-movimento con quella che richiede sedi permanenti di dibattito e un serio lavoro sul territorio”, spiega Cicchitto. Infine la relazione di Bagnasco ai vescovi: “Chi fa politica deve avere sobrietà. Lo dice la nostra Costituzione”. Il racconto.

Nella foto, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ieri ai funerali

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di Ginevra BAFFIGO

La prima giornata d’autunno ha trovato il Paese immobile nel suo lutto: bandiere a mezz’asta, luci spente, negozi chiusi, minuti di silenzio ed applausi per salutare un’ultima volta i sei paracadutisti italiani, periti nell’attentato terroristico di Kabul lo scorso giovedì. Il cordoglio che oggi si registra unisce gli italiani da Nord a Sud, dalle più alte cariche dello Stato al più umile cittadino. E se il sentimento degli italiani è facile da intuire e riscontrare per le strade delle città, guardando al mondo della politica, a rendere omaggio alle Forze armate ed ai militari caduti, sembra non mancare nessuno: dai più illustri esponenti del governo fino ai singoli parlamentari di tutte le forze politiche. Tutti vogliono dare l’ultimo saluto a questi sei ragazzi. Il capo dello Stato Giorgio Napolitano si inchina al passaggio dei feretri, che al loro ingresso nella Basilica vengono accolti da un lungo applauso, al quale si unisce il premier Silvio Berlusconi, mentre Renato Schifani e il presidente della Camera, Gianfranco Fini, stretti nel cordoglio presenziano anch’essi alla funzione dalla prima fila. Ed ancora fra i tanti, i ministri Ignazio La Russa, Franco Frattini, Giulio Tremonti, Maurizio Sacconi, Altero Matteoli, Renato Brunetta e Giorgia Meloni. La Lega partecipa alla funzione con tutto lo Stato maggiore: oltre a Bossi, Rosi Mauro e il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, i capigruppo di Camera e Senato, Cota e Bricolo. Alle esequie prendono parte inoltre l’ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, il segretario del Pd, Dario Franceschini ed ancora Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani e Luigi Zanda, Pier Ferdinando Casini ed Antonio Di Pietro. Ed infine il capo di Stato maggiore della Difesa Vincenzo Camporini ed altri vertici militari. Anche papa Benedetto XVI a modo suo ha partecipa alle esequie: la cerimonia funebre si è infatti aperta con la lettura di un telegramma in cui Ratzinger si dice “profondamente addolorato” e “si unisce spiritualmente alla celebrazione esequiale”, facendo appello a “speranza e forza per quanti si impegnano ogni giorno a costruire nel mondo solidarietà, riconciliazione e pace”.
Poco prima delle 13, con il passaggio delle Frecce tricolori sulla Basilica di San Paolo fuori le mura, si sono conclusi i funerali di Stato per i sei parà della Folgore e, mentre file di baschi amaranto portavano a spalla le bare avvolte nel vessillo italiano, un interminabile applauso della folla, al quale ha fatto seguito un laconico grido “Folgore!”, si è levato spontaneamente in saluto.
Con la memoria storica, di cui evidentemente il nostro Paese non è del tutto sprovvisto, quest’oggi, sotto una timida quanto incostante pioggia di fine settembre, si è tornati al novembre del 2003, quando su quello stesso sagrato romano si dava l’addio ad altre 19 bare, quelle della strage di Nassiriya. Per gli analisti è chiaro che quella che si combatte tutti i giorni in Afghanistan, ed il motivo a cui si deve la presenza dei nostri contingenti, non è la pace ma la guerra. Una guerra senz’altro atipica, “asimmetrica” come la definiscono i tecnici, ma che infine è tornata a vibrare nel vocabolario della politica nostrana. A richiamar il tetro scenario del fronte è stato Umberto Bossi, che per primo rompe il “protocollo” riproponendo il rientro delle nostre truppe. Finita la cerimonia palesa alla stampa una sorta di ripensamento su quel suo sì dato alla missione Isaf della Nato due legislature fa: “Ho votato anche io. Eravamo convinti che servisse, non certo a farli morire”, rimarca ancora il leader della Lega. “Li abbiamo mandati noi e sono tornati morti”. Non tarda la replica del ministro della Difesa, che ribadisce che i nostri soldati fanno sì che restino “lontani i pericoli della guerra e del terrorismo da casa nostra”. Ma la Lega insiste per riportare a casa i nostri soldati: “Molti ora sono convinti in modo diverso rispetto al passato. Deve passare un po’ di tempo”, spiega ancora Bossi e sul rientro per Natale chiosa con toni sorprendentemente miti: “Ci sono le piccole e le grandi cose, sarebbe un passettino portarne a casa a Natale almeno un po’. E’ un augurio, una speranza”. “Certo – conclude il leader del Carroccio – c’è un problema americano, internazionale… Bisogna quindi chiedere a Berlusconi, che è l’uomo che si trova fra noi e l’America. Le cose, comunque, stanno migliorando”.

L’incontro tra Fini e Berlusconi. Chiamato in causa da Bossi, il presidente del Consiglio lascia la cerimonia senza parlare. Si dirige mesto verso il pranzo a casa Letta, dove il premier ha incontrato il presidente della Camera per il tanto atteso chiarimento. L’incontro è durato due ore e mezza circa. A lasciare per primo la casa di via della Camilluccia è stato il capo di Montecitorio, senza rilasciare dichiarazione alcuna. Sull’incontro si pronuncia invece da subito l’uomo di fiducia di Fini, il vicecapogruppo Pdl alla Camera Italo Bocchino: «Da un lato ha ribadito l’esistenza di due visioni diverse di partito, ma è anche emersa la volontà reciproca di dar vita a quel percorso che abbiamo auspicato negli ultimi giorni e che può portare a un rafforzamento del Pdl e a una sua strutturazione sul territorio con una costante convocazione degli organi e quindi un autentico funzionamento democratico». «Le condizioni ci sono tutte – ribadisce Bocchino – Ora bisogna passare dalle parole ai fatti. Se son rose fioriranno… Fini e Berlusconi sono due persone che lavorano insieme da 15 anni. Sono emerse le condizioni per avviare il percorso che noi avevamo auspicato». Dall’ala ex-forzista si leva invece la voce del capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto: «L’incontro fra Berlusconi e Fini è andato bene. Adesso bisogna combinare insieme una concezione leaderistica del partito-movimento con quella che richiede sedi permanenti di dibattito e un serio lavoro sul territorio». I due protagonisti comunque non proferiscono parola, l’unico segnale a smentire una completa disfatta della diplomazia interna al Pdl lo ha dato il pollice di Berlusconi. All’insù. Se su questo si possa poi fare dell’ermeneutica politica è cosa tutta da chiarire, ma al di là del caesariano gesto, il presidente del Consiglio è parso visibilmente soddisfatto. Gli analisti sottolineano comunque, più che il silenzio, il fatto che ancora una volta casa Letta è il luogo deputato ai vertici di governo.

D’Alema e le “Iene”. E per chi ha buona memoria, non sarà sfuggito come nell’abitazione di via della Camilluccia nel 1997 passò anche l’allora presidente della Bicamerale, Massimo D’Alema, per discutere delle riforme con lo stesso Berlusconi, del quale oggi l’ex leader del Pds parla con un tono vagamente profetico: «La prossima volta Berlusconi perderà le elezioni”. Le ragioni? “Lo batteremo costruendo una coalizione e una proposta di governo», ha detto D’Alema. L’ex ministro degli Esteri sostiene che «il grande centro in Italia non ci sarà» e invitato a rispondere in merito alla corsa alle alleanze (mancano ormai pochi mesi alle Regionali), fa riferimento alle «forze che sono all’opposizione del governo», quindi dall’Idv all’Udc. «Rifondazione non sembra interessata al governo», aggiunge D’Alema, che invece apre ad un’eventuale alleanza con Sinistra e Liberta. Ad Enrico Lucci, la Iena che gli sottolinea come un’alleanza “larga” possa portare a litigi, risponde causticamente: «Meno di quanto stanno litigando Bossi, Fini e Berlusconi». Sul presidente della Camera D’Alema spende qualche buona parola: «Pur partendo da punti di vista diversi, noi vorremmo elaborare delle idee condivise per il bene del Paese». E con toni altrettanto encomiastici, e sardonici ad un tempo, ritorna sui suoi passi nel giudizio sulla Serracchiani: “E’ brava”. In tacito assenso, la stima per la neoeurodeputata torna alla domanda se «esista nel Pd un trentenne con le palle», al che l’imperturbabile D’Alema risponde: «Anche molte ragazze». Tornando poi a parlare di Pd, spiega l’ex presidente del Consiglio come questo sia «un partito di centrosinistra, abbiamo fatto questo partito per togliere il trattino tra centro e sinistra». Quindi, in risposta a Rutelli che in questi giorni, criticamente, aveva sostenuto che si trattasse di un partito di “sola” sinistra, l’ex ministro degli Esteri replica caustico: «Ha sbagliato mira… era il trattino da togliere, non la sinistra». Quanto al proprio futuro, «basta con la politica mai. Basta con gli incarichi, basta con la funzione dirigente… Sono dell’opinione che ad una certa età si va in pensione».

La relazione di Bagnasco. In un intervento al Consiglio permanente della Cei, Angelo Bagnasco richiama alla tensione insorta fra la curia romana e la politica italiana. «La Chiesa – afferma il porporato – è in questo Paese una presenza costantemente leale e costruttiva che non può essere coartata né intimidita solo perché compie il proprio dovere». Pur non facendo diretto riferimento alla delicata vicenda dell’ex direttore di “Avvenire”, Bagnasco parla di «passaggio amaro» e di attacco «ingiustamente diretto a una persona impegnata a dar voce pubblica alla nostra comunità». In un richiamo che sembra indirizzato al premier, ma che più in generale è riconducibile ad un’intera classe politica, il capo della Cei è netto: «Chiunque accetta di assumere un mandato politico dev’essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che esso comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda».
Tornando poi a Boffo, Bagnasco sottolinea la gravità dell’attacco «come segno di un allarmante degrado di quel buon vivere civile che tanto desideriamo e a cui tutti dobbiamo tendere».
«Come vescovi di questo amato Paese – rimarca il cardinale – sottolineiamo anche noi con il Papa l’importanza dei valori etici e morali nella politica a ogni livello e invitiamo tutti – singoli, gruppi, e istituzioni a guardare avanti, a far tesoro dell’esperienza con una capacità di autocritica che sia in grado di superare un clima di tensione diffusa e di contrapposizione permanente che fa solo male alla società». «È urgente e necessario – aggiunge in un’incisiva chiosa finale Bagnasco – per tutti e per ciascuno guadagnare in serenità. Questo oggi il Paese domanda con più insistenza».

Ginevra Baffigo

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