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Diario politico. Kabul, Bossi: ‘Via a Natale’ Insorge La Russa. Berlusconi: ‘Da soli no’

settembre 18, 2009 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma, oggi, è di Ginevra Baffigo. Apertura dedicata doverosamente alle reazioni alla strage di Kabul, nella quale hanno perso la vita sei militari italiani, mentre altri quattro sono feriti (e il giornale della politica italiana vi ha raccontato nei dettagli lungo tutta la giornata, trovate gli articoli in home e all’interno). Il leader della Lega rilancia la sua vecchia proposta del ritiro delle truppe. Il ministro della Difesa: “Non si può fissare una data”. Ma il premier: “Non possiamo decidere noi, ma è meglio per tutti uscire quanto prima”. Tra gli altri temi, il Tar del Lazio ha riaffermato il diritto alla interruzione delle cure: tutti i dettagli all’interno. Il racconto.

Nella foto, il presidente del Consiglio e Umberto Bossi

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di Ginevra BAFFIGO

Un mesto silenzio avvolge in queste ore le stanze della politica italiana. Dopo l’assordante esplosione in quel di Kabul, a causa della quale hanno perso la vita sei giovani soldati italiani, non poteva che seguire un raccolto cordoglio delle Istituzioni. La politica italiana vede così in questa nefasta giornata arrestare il suo animato dibattito interno, e le sue compagini ritrovano una rinnovata comunione di intenti. Anche se solo per un giorno, nessuna discussione o polemica può sostituirsi al silenzio che il dolore impone agli italiani. E mentre le bandiere dei palazzi del potere restano sospese a mezz’asta, cresce la tensione per l’equilibrio internazionale.
L’attentato è stato da subito rivendicato dai talebani afghani, che attraverso il proprio portavoce, Zabihullah Mujahid, si sono pronunciati con chiarezza adamantina sin dal primo pomeriggio. “Con questo gesto – ha dichiarato il portavoce – abbiamo voluto provare ancora una volta che non esiste alcun dispositivo di sicurezza che ci possa fermare. Possiamo arrivare ovunque”. Sul web circolano già inquietanti eco di altri insorti: “Le vittime civili non sono nostra responsabilità, ma dei militari della Nato che hanno cominciato a sparare all’impazzata dopo l’attacco”.
Mentre cresce il novero dei caduti in terra afghana, che dal 2001 ad oggi ammontano a 1.403, di cui 21 italiani, la questione della sicurezza in un paese dove operano ben 100.000 soldati stranieri torna a preoccupare i potenti d’occidente. Nei prossimi giorni si tornerà a parlare della nostra presenza in quella terra devastata da secoli di invasioni, guerre ed ora dal terrorismo talebano che non risparmia neppure i figli di quella stessa terra per la quale si battono, ma intanto da Palazzo Madama il presidente del Senato, Renato Schifani, facente funzioni di residente della Repubblica in assenza di Napolitano, esprime il più profondo dolore e cordoglio per la morte dei sei soldati italiani, ricordando il casus belli che ci portò ben otto anni fa a Kabul: “Il sacrificio di questi eroi costituisce un ulteriore doloroso contributo che i nostri militari, con grande coraggio e professionalità, continuano a dare per difendere la democrazia, la pace e la sicurezza internazionale. L’Italia si inchina davanti a questi nostri ragazzi e si stringe commossa intorno alle loro famiglie”. Lo stesso Schifani, dopo aver rivolto un sincero augurio di pronta guarigione ai militari feriti nel tragico agguato, ha fatto sapere alla stampa che è in contatto diretto con il Quirinale, affinché possa tener informato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano su questa drammatica vicenda, nonché con il ministro La Russa. Quest’ultimo ha riferito al Senato sull’attentato e dall’informativa urgente inviata a Palazzo Madama trova conferma la notizia che i 4 feriti “non sono in imminente pericolo di vita”.
Come sempre il titolare di Palazzo Baracchini si è contraddistinto per un messaggio laconico quanto sentito; “Le parole di cordoglio non sono mai adeguate ma sono sicuro di interpretare non solo il pensiero del governo e delle gerarchie militari ma di tutti gli italiani nell’esprimere la vicinanza alle famiglie dei caduti, ai comandanti, a tutti coloro che operano in situazioni difficili. Recentemente – ha aggiunto La Russa – sono stato a trovarli, colpito dalla loro serenità, dal coraggio, dalla determinazione, dalla consapevolezza del rischio, piena comprensione della missione che stanno svolgendo lontano dalla patria, non solo per la ricostruzione del paese, ma anche per la tutela dal terrorismo”. E infine: “Agli infami vigliacchi aggressori va la nostra ferma convinzione che non ci fermeremo”.
Di diverso avviso pare esser il leader della Lega Umberto Bossi, secondo il quale “il tentativo di portare la democrazia in Afghanistan e’ fallito”. Il senatùr ribadisce la propria posizione: “Io sono sempre dello stesso parere: a casa quanto prima”, e annuncia che su questo tema “si discuterà nel prossimo Consiglio dei ministri”.
In serata arriva la replica del presidente del Consiglio, che apre all’idea della exit strategy: “Non c’è nessuna idea di tempi riguardo al rientro dei nostri soldati dall’Afghanistan, è un problema internazionale, non è un problema che un Paese presente può assumere da solo perché con questo tradirebbe l’accordo. Siamo però convinti – prosegue Berlusconi – che e’ meglio per tutti quanti uscire presto dalla presenza nostra, tra l’altro anche cospicua e che abbiamo aumentato nel periodo elettorale. Ne abbiamo parlato con il presidente Obama durante i giorni di lavoro comune del G8 e stiamo preparando un piano che può essere tanto più veloce quanto migliore risulterà l’addestramento che saremo riusciti a fare alle forze dell’ordine”. In precedenza ol premier, a palazzo Justus Lipsius di Bruxelles per il Consiglio straordinario della Ue in vista del prossimo G20, commentando i fatti di Kabul aveva parlato di “giornata dolorosa che purtroppo ci riporta alla situazione dell’Afghanistan che è un paese veramente difficile, dove noi abbiamo dato tanto in termini di sacrifici umani per mantenere e per far crescere una democrazia essenziale non soltanto in quella regione. La nostra presenza laggiù – prosegue – serve ad evitare le infiltrazioni terroristiche in quella regione e anche nel mondo”.
Intanto la Procura di Roma ha aperto il fascicolo sull’attentato, e lo ha assegnato al Procuratore aggiunto Pietro Saviotti, coordinatore del pool antiterrorismo della Procura di Roma stessa. L’ipotesi di reato è quella di attentato con finalità terroristiche, ma il magistrato prima di pronunciarsi dovrà attendere il rapporto dalle autorità militari italiane e dai Ros sull’accaduto.

Libertà di stampa, in piazza il 3 ottobre. A seguito dell’attentato terroristico di oggi, la Federazione nazionale della stampa, che aveva indetto per questo sabato una manifestazione per la libertà d’informazione a Roma, ha deciso di posticipare la stessa al 3 ottobre, in segno di lutto per la morte di sei militari italiani. “D’intesa con le altre organizzazioni aderenti (Cgil, Acli, Arci, art.21 e numerose associazioni sindacali, sociali e culturali) la manifestazione è stata rinviata ad altra data”, si apprende dal comunicato della Fnsi. “In un momento tragico come questo ci stringiamo attoniti accanto ai nostri morti in Afghanistan”. Ma sulle ragioni della mobilitazione nulla è cambiato: la manifestazione è stata programma per rispondere alle cause per diffamazione intentate del premier contro alcuni quotidiani.

Lodo Alfano. Oscar Fiumara, l’avvocato dello Stato, dopo che il suo pronunciamento in merito al Lodo Alfano era stato definito più “politico” che giuridico, torna ad esprimersi sulla questione: “In 133 anni di attività, l’Avvocatura generale ha sempre parlato in linea di diritto. E infatti la memoria scritta dal collega Glauco Nori non si riferisce mai ad alcuna delle persone attualmente in carica. Noi prendiamo in considerazione solo le quattro cariche interessate dal Lodo chiunque sia oggi o domani il titolare della carica. Perché se la legge verrà dichiarata legittima sarà applicabile anche in futuro”. Fiumara rimarca in queste ore come la pronuncia puntava a contemperare due interessi fondamentali: “Quello generale a che il presidente del Consiglio svolga le funzioni pubbliche previste dalla Costituzione, e quello privato perché possa difendersi nel caso in cui sia imputato” di un reato extra-funzionale. Il ‘lodo’, ribadisce l’Avvocatura, aprirebbe il varco ad una soluzione che non è una mera immunità, ma una sospensione temporale del processo. “Se questa sia la scelta migliore ce lo dirà la Corte Costituzionale – continua Fiumara – Pronostici non ne faccio mai. Ma ci tengo a ribadire che il nostro pronunciamento non è assolutamente fuori dalle righe né ha rappresentato un avvertimento alla Corte per conto di chicchessia”. E quanto all’ipotesi di dimissioni del premier in caso di bocciatura del Lodo (nodo della polemica), non sarebbe altro che “un’ipotesi teorica portata all’estremo per rilevare la delicatezza delle questioni”.
Rincara la dose Italo Bocchino, vicecapogruppo del Pdl alla Camera: “Le dimissioni sono un’ipotesi lunare. Al di là di quelle che saranno le decisioni della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano, il presidente del Consiglio gode del consenso degli italiani e ha il diritto e il dovere di governare per tutta la legislatura”. “Quanto scrive l’Avvocatura – prosegue Bocchino – fa parte di un ragionamento giuridico che non va letto politicamente. Non è assolutamente ipotizzabile una fine traumatica del governo. Questo è un esecutivo di legislatura. Silvio Berlusconi, di fatto, è stato eletto dagli italiani e non esiste un’alternativa nel Paese. Quindi andremo avanti per tutta la legislatura con questo governo e con questa maggioranza”. Gli fa eco il ministro per l’Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi, per il quale “sul Lodo Alfano si sta scatenando un dibattito poco colto: esso protegge quattro personalità con le garanzie previste dai costituenti per tutti i parlamentari, quindi è difficile sostenerne l’incostituzionalità. Del resto, se la sinistra stessa avesse creduto a questa possibilità non si sarebbe mobilitata sulle escort e sarebbe rimasta in barca aspettando il 6 ottobre”.

Il ministro e la scuola. «Alle proteste noi rispondiamo con i fatti». Oltremodo diretta la replica di Mariastella Gelmini che ha così risposto ai cronisti che le chiedevano un commento sulle persistenti proteste degli insegnanti precari. «Ci sono provvedimenti-tampone – spiega Gelmini – determinati dalla necessità di intervenire subito, ma anche provvedimenti che hanno un’ampia visione e che prendono atto che così non si può più andare avanti. Noi – chiarisce il ministro – abbiamo previsto finalmente il numero programmato per gli ingressi nella scuola. La formazione iniziale non sarà più aperta a tutti ma verrà calcolata in base al numero dei posti di lavoro che la scuola sarà in grado di assorbire. Occorre avere la forza di guardare i numeri e quindi pensare alla scuola come ad un servizio che va garantito». La Gelmini ha inoltre ribadito che la riforma dei licei partirà il prossimo gennaio: «La riforma delle scuole superiori non subirà slittamenti: partirà nel 2010, cominciando solo dalle prime classi».

Tar: sì al diritto alla sospensione delle cure. “I pazienti in stato vegetativo permanente, che non sono in grado di esprimere la propria volontà sulle cure che vengono loro somministrate, possono evitare di sottoporvisi nel caso in cui loro volontà venga ricostruita”. Questo è quanto si legge nella sentenza del Tar Lazio depositata oggi, su istanza proposta dal Movimento Difesa del Cittadino, con la quale i giudici amministrativi di primo grado hanno stabilito che occorre riconoscere il “diritto di rango costituzionale quale è quello della libertà personale che l’art. 13 qualifica come inviolabile”, appellandosi perciò all’articolo 13 della Costituzione che tutela la libertà personale e ribadendo che il paziente “vanta una pretesa costituzionalmente qualificata di essere curato nei termini in cui egli stesso desideri, spettando solo a lui decidere a quale terapia sottoporsi”.

Governo e Regioni. La notizia del rinvio dell’incontro con il presidente del Consiglio ha generato un nuovo coro di malumori nella sede del ‘parlamentino’ di via Parigi. Resa ufficiale dalle diplomazie già in mattinata, lo slittamento provoca non poco rumore tra i governatori, che attendevano delle definitive risposte dal governo dopo l’incontro dello scorso 5 agosto, in cui si erano lasciati con la promessa di riprendere le fila dei discorsi il 4 settembre. Il malessere bipartisan dei presidenti di Regione è palpabile. Il presidente della conferenza delle Regioni, Vasco Errani: “Davanti a esigenze di tipo istituzionale non siamo certo noi a sollevare problemi. Siamo però in una situazione di stallo e per questo attendiamo che nel giro di 10 giorni ci sia un incontro che permetta di avere risposte chiare”. “Non c’è nessuna polemica sui tempi e sullo slittamento dell’incontro – precisa lo stesso Errani – dovuto a impegni istituzionali del presidente del Consiglio, ma chiediamo la riconvocazione entro 10 giorni e ribadiamo con forza e determinazione che i punti posti da mesi non sono cose che interessano le regioni e le loro competenze, ma il Paese e i cittadini”. Per questo, sottolinea, “chiediamo risposte certe su una serie di temi che non possono essere ulteriormente rinviati”. Ribadendo infine l’importanza del dialogo e della “leale collaborazione” fra le istituzioni, il presidente della Conferenza delle Regioni rimarca la necessità che non vi sia più “nessun intervento unilaterale, ma un’intesa”. Per il presidente della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi, “se lo slittamento puo’ essere utile a trovare un accordo migliore ben venga. Non e’ un problema di rinvio – spiega – questa non e’ una questione rilevantissima, l’importante è la sostanza”. E venendo alla sostanza, i temi piu’ spinosi che vedono contrapposti governo e Regioni riguardano l’utilizzazione dei fondi Fas (Fondi per le aree sottoutilizzate) e la definizione del nuovo Patto per la salute, nonché gli stanziamenti per il Fondo Sociale dal 2009 e per il Fondo per la non-autosufficienza dal 2010, ai quali va aggiunto il problema dei numerosi precari nella scuola.

Ginevra Baffigo

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