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Attacco Kabul. Guerra o missione di pace? Tutti i nei (e i morti) della presenza laggiù

settembre 17, 2009 di Redazione 

La politica italiana - ve ne renderemo conto tra poco nel Diario politico - già torna a discutere di una possibile, e veloce, exit strategy. Ma da cosa? Le tragiche morti dei nostri soldati, quelle civili, il clima da guerriglia fanno pensare ad un vero e proprio conflitto. Il mandato della missione ISAF (significa Forza Internazionale di Assistenza alla Sicurezza) è, o era, però, un altro: supportare il Governo afghano appena ricostituito. Il tutto nella prospettiva più generale di far uscire il Paese dalla morsa del terrorismo, delle lotte tribali e della dittatura. A distanza di cinque anni, il primo obiettivo è costato tante vite umane (anche civili) e gli altri restano lontani. Ecco tutto ciò che non è andato, e non va, intorno alla presenza internazionale (e italiana) a Kabul. La firma è della nostra Désirée Rosadi.          

Nella foto, uno dei due blindati dei nostri militari colpiti dalla deflagrazione dell’autobomba kamikaze che è costata la vita a sei italiani

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di Désirée ROSADI

Stando alla sigla, ISAF, sembrerebbe trattarsi di uno strano ente statale, ma messa vicino all’espressione “missione”, si intuisce che la parola ha a che fare con qualcosa di costruttivo, o almeno positivo. Per ISAF si intende infatti la Forza Internazionale di Assistenza alla Sicurezza, nata per volontà del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, al fine di supportare il governo Afghano in fasce. Non è tutto: la sigla in questione somiglia molto a un’espressione araba che sta ad indicare la salvezza, la sicurezza. Quali premesse migliori per una missione di pace, così come è stata portata avanti dall’ONU. Eppure, nonostante i buoni propositi, questa esperienza si è andata trasformando in una tragica avventura, che non sta dando dei buoni frutti, anzi, ha tutte le caratteristiche di una vera guerra. Costituita nel dicembre 2001, la forza doveva sorvegliare la capitale, Kabul, dai talebani e dagli elementi di al-Qaeda, proteggendo così il governo transitorio di Karzai. Fino al 2003 ISAF ha operato solo a Kabul, poi il mandato è stato esteso a tutto il Paese e il comando è stato affidato alle forze NATO, le quali si occupano interamente della ricostruzione con i “Provincial Reconstruction Teams” nelle varie province. All’esercito afghano, riorganizzato e addestrato da USA e Germania, compete il controllo di tutte quelle aree in cui mancano truppe internazionali, e quindi a rischio di infiltrazione talebana.

Per quanto riguarda le nostre truppe, all’esercito italiano è affidata l’area di Herat, provincia di un milione di abitanti al confine con Iran e Turkmenistan. Della missione, partita nel 2004, fa parte anche un nucleo di forze speciali, addestrate per lo svolgimento di operazioni sensibili e un gruppo di addestramento della polizia afghana che conta cinquanta carabinieri. In tutto, attualmente 3200 militari italiani sono impegnati in Afghanistan e, in occasione delle elezioni, la missione è stata rafforzata con l’impiego di altri 500 elementi. Stando ai numeri, il contingente italiano è il quarto per numero di soldati: quello statunitense, il primo, conta 28850 militari, quello britannico 8300, mentre la Germania impiega 3380 unità. Purtroppo, anche il triste conteggio dei soldati morti in questi anni ha dei primati, che vede sempre gli USA in testa. Anche l’Italia ha dato il suo contributo umano. Da subito, nell’ottobre del 2004 fu il caporal maggiore Giovanni Bruno a morire in un incidente stradale, e tre mesi dopo, in un altro incidente, ma questa volta aereo, perse la vita il capitano di fregata Bruno Vianini. Per l’esplosione di autobombe e ordigni sono morti il caporal maggiore Langella e il tenente Fiorito, in due episodi diversi. Nel mese di luglio, una violentissima esplosione sulla strada tra Farah e Ring Road uccideva il caporal maggiore Di Lisio. In tutto, contando i sei morti della giornata odierna, le vittime italiane sono ventuno. Non mancano le polemiche sulla sicurezza dei nostri militari. Secondo il Partito per la tutela dei diritti dei militari (PDM), occorre fare chiarezza sulle reali condizioni in cui operano i soldati: i mezzi Lince non sarebbero così inattaccabili, come viene pubblicizzato dalla Difesa italiana, e di questo La Russa sarebbe a conoscenza da tempo.

Tutto iniziò quando… Ricordate Bin Laden? Per mesi e mesi metà della popolazione del globo terrestre ha temuto questo losco personaggio, dalla lunga barba e il viso scarno. Bush imputava proprio a questo militante islamista sunnita, capo dell’organizzazione terroristica al-Qaeda, la responsabilità dei fatti dell’11 settembre 2001. In pochi giorni tutto era pronto per scatenare una guerra in Afghanistan, paese attraversato da montagne impervie nelle quali si nascondeva il temibile Osama. Più volte si disse che era stato catturato oppure che era morto negli scontri, ma alla fine l’erede della famiglia petroliera saudita dei Bin Laden (amici di famiglia dei Bush) compariva sulla rete di al-Jazeera, sbottando contro Israele, l’America e tutto l’Occidente conosciuto. E poi il burqa. Appena gli Stati Uniti intervennero in Afghanistan l’opinione pubblica occidentale si accorse della presenza di donne completamente velate, senza diritti né dignità. Ecco che, dalla ricerca del ricco saudita si era passati alla causa civile: l’Occidente avrebbe finalmente insegnato cosa fossero i diritti umani al tribale Afghanistan. Poi non bastò neanche il burqa “palandrana” di Calderoli e divenne il regime di Saddam Hussein l’obiettivo della politica americana.

La scelta statunitense di intervenire militarmente in Afghanistan e Iraq fu dettata principalmente dalla volontà di aiutare questi Paesi ad uscire dalla morsa del terrorismo, delle lotte tribali e della dittatura. Tuttavia, non si possono trascurare le mire economiche (energetiche) e gli investimenti in loco, anche se meno nobili dal punto di vista morale e civile. All’intervento degli USA, ossia la missione “di guerra” Enduring Freedom, si è andata affiancando la ISAF, per andare a coprire la fase di ricostruzione amministrativa e istituzionale di questi Paesi, sotto la guida dell’ONU e poi della NATO. Nonostante i buoni propositi formulati a suo tempo dall’ONU, questa missione ha incontrato molte difficoltà. Il lavoro dell’ISAF, infatti, non è così semplice: è risaputo che sia la polizia sia l’esercito afghano sono afflitti dalla corruzione, e questo piccolo ma significativo elemento è indicativo della fragilità del progetto NATO. Lo dimostra il fallimento sostanziale delle elezioni presidenziali, che pur avendo decretato vincitore Karzai desta molti sospetti circa la validità del voto. Senza considerare che l’azione di guerra statunitense non ha fatto altro che alimentare le rivendicazioni talebane e dei gruppi di guerriglia locali, e l’odio della popolazione nei confronti di una forza armata straniera. Il quadro così delineato evidenzia una situazione paradossale: da una parte ci sono le nobili intenzioni di chi vuole ricostruire e dare dignità al popolo afghano, ma dall’altra permangono inalterati dei nei che mettono in discussione l’intero lavoro compiuto dalle forze internazionali. E poi, ci sono gli errori che non andrebbero mai commessi: all’inizio di questo mese un raid aereo NATO ha provocato la morte di circa 60 persone, tutti civili, ma la notizia non ha destato troppo clamore. Come si sa, la guerra non porta mai buoni frutti e spesso i buoni e i cattivi non si distinguono più, si confondono, e la strada verso la pace, quella vera, è sempre più in salita.

Désirée Rosadi

Commenti

2 Responses to “Attacco Kabul. Guerra o missione di pace? Tutti i nei (e i morti) della presenza laggiù

  1. jessika 96 on settembre 22nd, 2009 19.37

    grandi eroi siete forti grazie di tt vi dobbiamo la vitaa!!!basta guerra

  2. dj simone on settembre 23rd, 2009 15.41

    grazie di tt….. avete dato la vostra vita x noi…. ADDIO!!!! vi vogliamo bn!!!!!!

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