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ATTACCO KAMIKAZE A KABUL. CHI ERANO I NOSTRI MILITARI ASSASSINATI. ECCOLI

settembre 17, 2009 di Redazione 

Andrea Fortunato, Matteo Mareddu, Gian Domenico Pistonami, Massimiliano Randino, Davide Ricchiuto, Roberto Valente: sono i sei italiani rimasti uccisi nell’attentato taleban di oggi. Il più “grande” aveva 37 anni. Appartenevano tutti alla Brigata Paracadutisti della Folgore. Ieri avevano avuto la notizia della morte di un loro collega britannico. Il racconto, della nostra Désirée Rosadi.

Nella foto, tre dei nostri ragazzi: da sinistra, il caporalmaggiore Matteo Mureddu, il tenente Antonio Fortunato e il primo caporalmaggiore Davide Ricchiuto

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di Désirée ROSADI

Antonio, Matteo, Davide, Roberto, Gian Domenico e Massimiliano. Sono questi i nomi dei sei soldati della Folgore morti nell’attentato di stamani a Kabul. Il più grande tra loro aveva 37 anni. Nomi, volti di ragazzo, volti di uomini in divisa. Il sergente maggiore Roberto Valente era appena arrivato in aeroporto e aveva conosciuto i suoi nuovi colleghi, che lo stavano portando alla base militare, mentre la moglie attendeva la telefonata del suo arrivo. Anche il caporal maggiore scelto Massimiliano Randino rientrava dopo un periodo a casa in Afghanistan. Andrea Fortunato, tenente, viveva e prestava servizio a Siena. Poi il giovane Matteo Mareddu, figlio di un allevatore di pecore sardo. E il caporal maggiore Davide Ricchiuto, di origini salentine. Gian Domenico Pistonami, anche lui caporal maggiore, era nato ad Orvieto e viveva in provincia di Viterbo. C’è chi lascia moglie e figli. Semplici nomi, con dei volti. Uomini che avevano in comune l’appartenenza alla Brigata Paracadutisti della Folgore, forza di fanteria leggera dotata di mezzi per l’aviotrasporto e l’aviolanciabilità, dislocata in Toscana e Veneto. Quattro dei militari deceduti appartengono all’impianto di Siena.

Sei nomi attesi per tutta la mattinata, da tutti. Come se tra quei ragazzi potesse esserci un nostro amico, un conoscente o un parente. E poi le foto. Si riconosce la divisa, quella dell’Esercito Italiano, sorrisi, ma anche facce serie, di chi è consapevole del proprio mestiere. Anche ieri era morto un militare britannico, uno, o meglio il numero 216: chissà cosa avranno pensato i sei ragazzi italiani quando hanno ricevuto questa notizia, di certo per loro era stata normale amministrazione. E tutti quei civili che quotidianamente uscivano per le strade della loro Kabul e non rientravano più a casa. Anche questa volta insieme ai soldati italiani ci sono le vittime civili dell’esplosione made in taleban: “Nessuno può considerarsi di essere al sicuro in Afghanistan” rivendicano i ribelli per mezzo di Al-Jazeera, né i militari stranieri, né i civili afghani.

Désirée Rosadi

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