Top

Il “razzismo” della Lega cos’ha in comune con quelli del passato? Le nostre risposte

settembre 16, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana è, d’accordo, un grande quotidiano di informazione specializzata, la tribuna che ospita ogni giorno il dibattito ai più alti livelli della nostra politica, ma, anche, un centro di analisi ed elaborazione politica e culturale. Cerchiamo di leggere il presente attraverso la lezione della storia: dove ci porta cosa in base a dove ci ha già portato (che cosa). Le politiche della Lega costituiscono – grazie alla presenza del Carroccio al Governo – il punto di estremo avanzamento di un’ondata di xenofobia e razzismo e di richiesta di chiusura delle frontiere che attraversa tutta Europa. Ma questo quanto ha a che fare, ad esempio, con i nazionalismi del ’900? Quanto hanno a che fare le leggi della Lega con le leggi razziali emenate dal fascismo in Italia? Ce lo siamo chiesti ed ecco, in questo bellissimo articolo, la risposta. La firma è del nostro vicedirettore, Luca Lena.           

Nella foto, il leader della Lega Umberto Bossi

-

di Luca LENA

La costante crescita di consensi da parte della Lega Nord assume sempre più i connotati di una modificazione culturale del paese e non quelli della semplice derivazione di precari sentori sociali. Si sa che la vicinanza a posizioni consolidate favorisce paradossalmente la minoranza di culti opposti e, in questo senso, non è un caso se proprio nella fase storica dell’Europa unita stiano emergendo sciovinismi e nazionalismi più o meno marcati in tutto il vecchio continente. Il filo sottile che lega politica ed elettorato, pur costituendo vita indipendente dalle cianfrusaglie istituzionali, diviene lo strumento per valutare il sentimento pubblico in relazione ai risultati elettorali. E la predisposizione di un gruppo politico, avverso agli assestamenti comunitari, lontano dalla tolleranza religiosa e folkloristica di popoli stranieri e severo nel proteggere il paese da una qualsiasi contaminazione culturale, procede in senso opposto a quelle determinazioni etiche e politiche che l’Unione Europea e le disposizioni in termini di diritti umani sembrano portare avanti.
Nella spirale della struttura interna la Lega non ha mai stabilizzato il proprio posizionamento politico, poiché alle finitezze parlamentari ha preferito la libertà espressiva di una concezione politica e sociale aliena da etichettature di fazione. Gli elettori di Umberto Bossi, infatti, si sentono in larga parte di destra, eppure una buona fetta di leghisti non fatica a definirsi del polo opposto. Questa variegata commistione politica è il motivo del successo e la causa delle critiche più aspre. La Lega sembra muoversi all’interno del calderone politico come strumento attuativo di dinamiche culturali già acquisite, che fondano il loro valore sull’irreversibilità delle convinzioni che le esprimono. La caldeggiante e rigida visione dello spazio territoriale interno, la concezione estremistica del federalismo, il disprezzo spesso aprioristico verso gli immigrati non sono il risultato di un confronto politico, ma piuttosto la foggia incancrenita su cui legiferare. E nei confronti dell’Europa senza barriere, sempre più lontana dall’atavismo dei blocchi e delle frontiere eppure evoluta più giuridicamente che culturalmente, molti paesi hanno coltivato un sentimento di contrasto in parte accelerato dalla rapidità della sua evoluzione libertaria. Così, il fastidio verso consuetudini straniere è divenuto xenofobia, la concessione professionale agli immigrati si è trasformata in insostenibile ingerenza, e la facilità di accesso in tutto il territorio finisce per tradursi in limitazione dell’autonomia interna, il tutto in un crescendo di risentimento popolare che ha portato la Lega a raggiungere punte di consensi mai sfiorati in passato.
A questo punto, i denigratori e gli astanti più o meno neutrali hanno cominciato a notare paralleli tecnici e culturali tra il partito verde in ascesa ed alcune specificità di un passato poco edificante. Le accuse di razzismo e omofobia al partito di Bossi non vengono trattenute, né fatte passare in sordina. E non si tratta di rimanere coerenti alle disposizioni del Consiglio d’Europa che, nel 2002 e nel 2006, ha accusato la Lega di fare propaganda razzista e xenofoba, con l’uso intensificato di un linguaggio politico intollerante verso gli extracomunitari. Accuse rigettate al mittente con la più melliflua dialettica politica, estraniandosi da quell’orgoglio razzista, un tempo spirito tronfio e borioso di una parte del paese. Allo stesso modo, quando i fronti politici avversi tacciano la Lega di emulare le leggi razziali fasciste e di ricalcare propositi di estrema destra, il partito di Bossi si affretta ad evocare un’indignazione sprezzante, indirizzando ogni accusa in un patetismo senza fondamento, mirato a destabilizzare la crescita irrefutabile del proprio movimento.
Ed in effetti il paragone con le leggi razziali e l’autoritarismo del fascismo appare una forzatura retorica piuttosto che una critica obiettiva per un reale confronto politico. Il razzismo, un tempo vessillo di una concezione sociale ben radicata e sostenuto dalla sostanziale arretratezza intellettuale di popoli persuasi dalle politiche di regime, oggi ha mutato il proprio ceppo, si è evoluto sia nella conformazione interna quanto nelle espressioni pubbliche. Il razzismo che diveniva elemento portante di politiche nazionalsocialiste, adesso sarebbe debellato all’istante o confinato in minoranze insignificanti. Ma alla superiorità scientifica che si traduceva in divaricazione biologica tra diverse etnie, il razzismo ha raffinato il proprio veleno, tracimando nel campo psicologico, in cui la parvenza di reato sostituisce il fatto, sin dove la legge e il rispetto dei diritti umani non trovano campi applicativi in cui determinare la questione. Oggi il razzismo è sceso al gradino dell’intolleranza, la mancata accettazione di un modello paritetico, e questo non solo per gli orrori perpetrati nel secolo scorso in nome di una presunta superiorità legata ad un preciso modello della specie umana, né per la “dichiarazione sulla razza” approvata a Parigi nel 1950, dove si annunciava l’impossibilità di determinare “differenze mentali innate riguardo intelligenza o comportamento” tra gruppi umani. La discrepanza con il passato risiede in una moralizzazione ed evoluzione intellettuale da parte dei popoli moderni che non hanno più bisogno di giustificare i termini dal punto di vista scientifico. All’opposto, un’improvvisa regressione a concezioni ormai estinte scandalizzerebbe l’opinione pubblica perfino se pronunciata dai più celebri luminari e con elementi conoscitivi validi. E’ il caso delle improvvide dichiarazioni del premio Nobel per la medicina James Watson, che nel 2007 sconvolse il mondo intero affermando l’inferiorità intellettuale dei neri rispetto ai bianchi. Una frase che il pioniere del genoma umano ritrattò poco tempo dopo, incalzato dalle critiche di chi imputava la tesi priva di qualsiasi valore scientifico.
Questo razzismo non esiste più in senso globale, ormai sconfitto sotto la cappa storica di tragedie troppo profonde per essere sostenute da un sentore mondiale. Ed è qui che si inserisce l’accusa alla Lega di essere demagogica. Ovvero di inseguire un sentimento popolare di disprezzo e intolleranza che certamente non procede con l’alterigia e l’ambigua legittimazione del passato ma che, edulcorato dagli estremismi eversivi, asseconda un sentore pubblico sempre più insistente soprattutto nelle regioni d’Italia più a contatto con l’influenza di culture, usi e costumi stranieri. Questa sorta di psicologia spicciola, diretta, accomodante e conveniente nella semplicità d’articolazione riesce a perforare una fetta d’elettorato sempre più grande, e lo fa con una boria intenzionalmente poco diplomatica, tipica di chi si trova ad argomentare su questioni che scadono nel mero utilitarismo. Poiché in definitiva la differenza tra le concezioni intolleranti della Lega e quelle dei regimi passati è questa: se un tempo l’odio razziale era l’assunto per arruolarsi in una determinata schiera politica, oggi è la politica che fomentando un certo impulso tenta di arruolare nuovi adepti, fornendo il pretesto e la cura allo stesso tempo.
Eppure, ad oggi, tra le istituzioni, in molti sono convinti che le leggi razziali del 1938 siano pericolosamente connesse ad alcuni provvedimenti governativi del partito di Bossi. In particolar modo si fa riferimento al pacchetto sicurezza varato due mesi fa e divenuto legge tra le proteste dell’opposizione. Le disposizioni intransigenti nei confronti degli immigrati come il reato di clandestinità, con il quale un immigrato macchia la propria fedina unicamente con la presenza irregolare sul suolo italiano. Inoltre, il prolungamento della detenzione nei “Centri di Identificazione ed Espulsione” fino a un massimo di 18 mesi è per molti critici, tra cui Amnesty International, una violazione dei diritti fondamentali dell’uomo, considerando la precarietà di una permanenza forzosa in ambienti che, secondo gruppi marxisti e libertari, dovrebbero essere chiamati campi di concentramento, alludendo alla scelta settaria con cui si rinchiudevano in carcere individui potenzialmente pericolosi sulla base di pregiudizi o discriminazioni razziali.
Altre critiche sono giunte per le cosiddette “ronde”, che sembravano preoccupare i fautori non tanto per l’annesso rischio di intimidazione sociale, quanto per la definizione linguistica stessa, che i media avrebbero estremizzato ben oltre la reale gravità del progetto. Quelle che alcuni hanno accostato alle squadriglie fasciste non rappresentano un manipolo di esagitati in raccolta per difendere il territorio dalle invasioni straniere, ma in questo senso si sottovaluta comunque la portata psicologia di un provvedimento che mina la stabilità e l’integrazione degli immigrati.
Inoltre ha suscitato polemiche la politica dei “respingimenti”, fortemente avversata dall’Onu che incoraggia a “preservare un equilibrio tra sicurezza e protezione dei diritti umani”.
Ma le analogie con il periodo fascista raggiungono il picco in merito ad altre questioni, che a rigore di logica rimangono identiche nelle applicazioni, modificando unicamente la categoria dei soggetti colpiti: un tempo gli ebrei, oggi gli immigrati irregolari. Per quanto riguarda il divieto ai matrimoni misti, ad esempio, la Lega ricalca uno dei punti delle leggi razziali, impedendo per motivi di nazionalità di convolare a nozze, senza vincoli di etnia e religione, rendendo inapplicabile l’esercizio di un diritto umano fondamentale. In più, soverchiando perfino la gravità del provvedimento fascista, la Lega ha imposto alle donne incinte irregolari l’impossibilità di riconoscere il nascituro. Ed ancora, nel campo della sanità, ha fatto discutere il “diritto dovere” con il quale i pubblici ufficiali sarebbero costretti a denunciare un clandestino se questi dovesse necessitare di una struttura pubblica, obbligando l’irregolare che avesse bisogno di cure ospedaliere a rassegnarsi nell’essere identificato e dunque espulso.
In questo sempre più complicato scenario fa la sua parte anche la Chiesa, da sempre ostile al mancato rispetto dei diritti umani ma storicamente poco volitiva nell’affrontare le leggi razziali del passato, così come oggi restia ad oltrepassare la mera disapprovazione pubblica.
In definitiva, gli attori della questione sono cambiati, così come la gravità di una vicenda che, pur non essendo ancora debellata, ha assunto proporzioni diverse; si è distorta protendendosi lungo la società modernizzata, infiltrandosi in una realtà politica e sociale semplificata e diretta ad essere uno strumento pratico di ricerca dei consensi e percezione del sentimento pubblico. La politica leghista e le determinazioni fasciste, lesive dei diritti umani, probabilmente non possono essere accomunate, ma è chiaro che la scarsa coscienza verso il rispetto dell’uomo rappresenta un campanello d’allarme che non deve indispettire per i timori di un ritorno ad un inglorioso passato, bensì per la disarmonia con un futuro che non dovrà mai porsi dubbi come questi.

Luca Lena

Commenti

One Response to “Il “razzismo” della Lega cos’ha in comune con quelli del passato? Le nostre risposte”

  1. giorgio on settembre 17th, 2009 07.33

    Anche la Chiesa con la sua prepotenza, richiamandosi al concordato e con la complicità’ di questo governo, escludendo dalla ‘cultura italiana’ la conoscenza e la riconoscenza di altre culture e altri modi di avere un rapporto al mondo, conforta e incoraggia questa involuzione sul proprio essere ‘qui adesso’. Questa difesa a spada tratta dei privilegi acquisiti. Quanti di questi leghisti sono di origine meridionale, figli di quei padri che venivano chiamati ‘terrun’, quanti di questi sono nipoti di quei bimbi che allora erano ‘affittati’ come spazzacamini o mandati a Parigi a vendere castagne. Sono come cani da guardia che abbaiano, contenti di trascorrere la lora vita legati a quella catena che li rassicura, a proteggere il ‘loro’ territorio dagli intrusi e riconoscenti al loro padrone di tenerli ben legati e sottomessi.

Bottom