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Calvino non aveva previsto la fine delle ideologie di Fabrizio Ulivieri

settembre 16, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana detta spesso brani dell’agenda del dibattito pubblico ai massimi livelli. Lo fa con le sue grandi firme, tra le quali spicca Paolo Guzzanti autore per noi negli ultimi tempi di una serie di scoop anche grazie ai quali gli accessi al nostro giornale da dieci giorni (dal rientro, tra l’altro, del nostro direttore) volano. il Politico.it, come nella natura della sua guida, protagonista e non a rimorchio degli altri. E, contemporaneamente, il giornale della politica italiana rappresenta una grande tribuna dalla quale gli autorevoli collaboratori del nostro giornale dialogano e si confrontano con le voci più importanti della cultura del nostro Paese. E’ stato il caso, ieri, della lettera di Cristiana Alicata a Maria Laura Rodotà. E’ il caso, oggi, di un altro scrittore e intellettuale, Fabrizio Ulivieri, che interviene nel dibattito (lanciato da Scurati, e ripreso da Scalfari) sul tema della decadenza, se così possiamo dire, della letteratura contemporanea. Sentiamo.

Nella foto, Italo Calvino

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di FABRIZIO ULIVIERI

Mi ha fatto piacere leggere l’articolo di Eugenio Scalfari riguardo a Calvino: “Calvino a rovescio”, a commento di un articolo di Antonio Scurati comparso sulla “Stampa” del 23 agosto.
Scalfari si domanda soprattutto perché le qualità preconizzate da Calvino in fatto di scrittura (leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, consistenza) abbiano finito per trasformarsi in tutt’altro (diventando: superficialità, pressappochismo, pedanteria, esibizione, trasformismo).
Scalfari individua questo fallimento in una crisi iniziata 4 secoli fa e che giunge fino a noi sotto forma di modernità decadente o decaduta, di cui già Nietzsche aveva individuato i sintomi fattisi fin troppo evidenti nel nostro tempo.
Al di là dell’intruder Celentano, che non vedo che può fare un vaso di coccio in mezzo a tanti vasi di ferro citati nel suo articolo, e della bestialità che rock significhi “velinismo” (forse Scalfari non conosce la musica dei Pink Floyd o dei Doors – tanto per fare alcuni nomi – che lui definirebbe “velinismo” e che io invece chiamerei la vera e unica musica classica prodotta dalla nostra epoca!)

io davvero non scomoderei tanti secoli di storia, per cui alla fine una montagna possa partorire un topolino, ma rimarrei in tempi un po’ più vicini a noi. Al massimo risalirei alla caduta del muro di Berlino e non andrei più in là.
Io credo appunto che tutto sia iniziato con la caduta verticale delle ideologie, che hanno creato un vuoto senza precedenti. Il capitalismo ha preso il sopravvento. Il capitalismo di cui parlo è soprattutto il capitalismo delle banche, che ha imposto nella società occidentale la “realizzazione a progetto”: un progetto deve essere realizzato entro un determinato tempo. Se non viene realizzato entro un determinato tempo va abbandonato. Non è più redditizio.
Non è forse questa anche la logica che sta dietro allo scrivere oggi? Un libro deve essere scritto in un anno. Un autore di bestseller può stare su un libro non più di un anno (ma è fin troppo!). Un titolo quanto sta in libreria? Due mesi? tre mesi?
Un titolo che non vende dopo quaranta giorni viene ritirato…
Questa è la logica. Non ci sono più ideologie che sostengono eticamente il mercato. L’unica ideologia è quella del profitto e del reddito, a cui soprattutto gli editori si sono abituati.
La logica di Hollywood ha in fondo pervaso la logica degli editori e degli scrittori. Lo scrivere si è sempre più adeguato al confezionamento di un prodotto come lo è il cinema di Hollywood: sempre uguale e ripetitivo, che crea sempre lo stesso prodotto pur nella differenza dei componenti.
Lo scrivere oggi è soprattutto questo: confezionare un prodotto che si può vendere.
E levandosi tanto di cappello (per l’invidia nelle vendite che rende verde ogni autore) nemmeno la Rowling, l’autrice di Harry Potter, si è sottratta a questo criterio, anche se in tutta onestà le riconosco una grandissima capacità narrativa e fluidità di scrittura.
Si è venuta infine a creare una scrittura di superficie (in questo è soprattutto riconoscibile a mio avviso il successo del genere “thriller”, che ha portato al massimo l’esponenzialità questo tipo di scrittura). Una scrittura tutta azione (e anche in ciò la Rowling è maestra: due pagine di un suo testo sono un continuo susseguirsi di azioni a valanga) incapace di interrogarsi sui grandi temi della vita che erano più legati alla letteratura della borghesia delle grandi ideologie.
Perché il porno dilaga in una società capitalista? Perché è azione senza sentimento. E questo è il capitalismo: azione senza sentimento.
Come può esserci sentimento nel business?
Per questo oggi è pressoché impossibile scrivere erotica, perché l’erotismo è legato ad una società più immobile, dove il consumo del sesso ha tempi lunghi e non immediati. In altri termini l’erotismo è ideologia il porno è azione.

Del pari oggi quello che manca secondo me alla letteratura è proprio la sua incapacità di interrogarsi e sondare il grandi temi filosofici della vita: il peccato, il senso della morte, l’al di là, la redenzione, il vangelo, la cristianità, la politica, la società, la scienza, la personalità, i padri, i figli, le generazioni, la storia…i grandi interrogativi dunque di un Gogol, di un Tolstoj, di un Turgenev, di un Dostoevskij, di uno Yasunari Kawabata, di un Mishima…tanto per citare un minimo gruppo dei possibili citabili.

Potrei concludere dicendo che la colpa è tutta del mercato, ma non è così, perché il mercato è indice dei tempi e sa insegnare se lo si ascolta. Il mercato ha finora insegnato che si deve fare soprattutto entertainment, ma ciò non toglie che il mercato allo stesso tempo non ci indichi anche che siamo arrivati in fondo al barile e che il barile è ormai troppo vuoto. Adesso va riempito ma riempito finalmente di contenuti pur senza rinnegare il divertimento:

Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. È con questo che dobbiamo nobilitarci e non già con lo spazio e con il tempo che non potremmo riempire. Studiamoci dunque di pensar bene

FABRIZIO ULIVIERI

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