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Il ritratto del personaggio della settimana IL SEGREDARIO FRANCESCHINI di L. Lena

settembre 11, 2009 di Redazione 

L’affresco del venerdì è ormai diventato un appuntamento fisso per i nostri lettori. Da oggi e per le prossime due settimane la rubrica si “apre” al congresso del Partito Democratico, guidandoci nella “scelta”, in qualche modo, del candidato alla segreteria. Il nostro vicedirettore cercherà infatti di farci capire meglio quale segretario contribuirebbe ad eleggere ogni elettore che votasse chi. A partire da oggi il Politico.it ospita quindi una serie di tre ritratti dedicati ai tre candidati alla leadership del partito riformista, accompagnati come sempre dalle illustrazioni di Pep Marchegiani. Il primo è il segretario in carica, Dario Franceschini. Sentiamo.

Nell’illustrazione di Pep Marchegiani, Dario Franceschini.

La pagina Facebook di Pep (con tanti altri ritratti dedicati alla politica italiana e non solo) cliccando qui

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di Luca LENA

Quando gli si chiede un pronostico sulle primarie del 25 Ottobre, Dario Franceschini non ha dubbi: “Vincerà il PD”. Nell’eloquenza elusiva e apodittica della risposta si riassume l’approccio comunitario e sociale del partito che intende portare avanti. E su queste fondamenta, l’attuale segretario del PD sembra voler imbastire un percorso riformista e risolutivo per uscire dall’impasse in cui da troppo tempo naviga il vascello dell’opposizione. Da quando ha raccolto le redini inselvatichite dalla mano di Veltroni, Franceschini ha cesellato il partito tentando di correggerne la deriva, liberandosi delle zavorre di un passato riottoso e remissivo, ma senza poter sguainare le proprie lame nella provvisorietà di un ruolo che sin all’inizio è apparso transitorio e inevitabile. Ed invece il carisma di una personalità ligia e rigorosa alle ottemperanze lavorative ha mostrato lati di un carattere forte, pronto alla dialettica velenosa, acre nei giudizi sull’operato di Berlusconi, trasformandosi in cassa di risonanza per un indirizzo innovativo del partito.
Sulle differenze con gli altri candidati non ne vuole sapere, preferisce evitare questioni poco inerenti al ruolo; quello che vuole esporre con la pacatezza di chi sente sulle spalle un dovere ed un privilegio è il tracciato di competenze su cui il PD dovrà ripartire per scegliere definitivamente una panoramica comune. “Dobbiamo ricostruire un’identità – continua a ripetere – per riportare il confronto politico su quella gerarchia di valori che la destra ha rovesciato”.
Ed è la realtà di un partito dalla livrea riverniciata, che fatica a privarsi di quelle frammentazioni interne, vituperate nel momento della concretizzazione ma valide e indispensabili nel mantenere un onesto e ricco confronto interno. A questo proposito, Franceschini ribadisce le critiche alla struttura del PDL, la forma piramidale attraverso la quale un solo uomo legifera mentre la base indifferenziata asseconda i voleri: “L’anomalia è quella del governo, non è il PD nel suo relativismo”, afferma il segretario del PD. Il relativismo cui accenna riguarda sia l’aspetto gerarchico – in cui una moltitudine di proposte debba successivamente incanalarsi nel decisionismo della trincea parlamentare – sia in relazione alla partecipazione attiva dell’elettorato, nell’affidare agli iscritti le scelte interne e l’elezione degli organi territoriali. Considerare la parte votante un surplus e non un’accozzaglia da persuadere e indirizzare a piacimento è il tentativo di modernizzare la concezione democratica attuale. E in questo senso, proprio il 25 Ottobre, secondo Franceschini sarà la prima volta in cui adoperare in maniera significativa il controverso strumento delle primarie.
Perfino sul fronte delle alleanze il leader del PD sembra voler intraprendere una strada diversa, che cozza inevitabilmente con le esigenze di un gruppo che deve puntare a vincere. L’annuncio di eventuali accordi con l’UDC di Casini può far storcere il naso ad alcune ali del fronte interno e certamente spiazza la fetta di elettorato più laica. Ma Franceschini non si nasconde dietro alla necessità, non evita di parlar chiaro, comprende la volontà di allungare la mano solo a coloro che si sentano realmente vicini alle posizioni del PD: “Basta alle coalizioni del tutti contro tutti, faremo alleanze ma solo per governare”. A questo proposito il fronte dipietrista non è certamente lo spauracchio da debellare; per quanto alcune ruggini non siano ancora state cancellate, il segretario del PD è ben conscio del valore e della portanza elettorale dell’IDV.
Più delicato invece è il discorso sulle ideologie. Decisamente lontano dal radicalismo di Marino, Dario Franceschini impronta la propria visuale sulla laicità di Stato e sul rispetto degli imprescindibili valori costituzionali. La delicata questione bioetica viene agglomerata nel più variegato relativismo intellettuale “che non potrà essere ignorato per poter interpretare nel modo più onesto la laicità del partito”. Franceschini sceglie di muoversi nelle acque agitate di partito navigando a vista, evitando di esporsi eccessivamente, pur consolidando l’idea essenziale di un rispetto alla vita collettivo e indiscriminato: il proposito schietto e ordinato di un credente al servizio della Costituzione, integro nel trasgredire qualsiasi ortodossia dogmatica, aperto e conciliante verso le differenti interpretazioni di una tematica ancora lontana dall’essere risolta. In questo aspetto Franceschini mostra una maturità privata prima ancora che professionale, indirizzata senza condizionamenti ad anteporre gli interessi istituzionali alle incombenze religiose.
Per quanto riguarda la questione interna, le scelte programmatiche del suo PD poggeranno sull’identità multipla di un progetto che ormai ha abbandonato la radice originaria da cui era sorto. E la miglior qualità di Franceschini emerge nella pedissequa volontà di ribadire le venature che legano un gruppo intricato ma valido nella purezza degli intenti che lo compongono. La preoccupazione del segretario è quella di vedere il proprio partito regredire nella mera peculiarità di raccogliere consensi o di riflettere ambienti territoriali circoscritti. Il vero assunto del PD di Franceschini è l’apertura totale all’intero paese, assumendosi portabandiera di un centrosinistra evoluto, riformato e fautore di valori nuovi. Così come, allo stesso modo, si affretta a definirsi alfiere in difesa del puro bipolarismo, in una politica divenuta becero mercato di questuanti.
Inoltre i valori morali come l’uguaglianza e la meritocrazia, nel tentativo di riformare un paese che, a suo dire, ha paura dei cambiamenti. Altrettanto deciso è l’approccio europeo, già ampiamente stabilizzato con l’alleanza parlamentare tra esponenti del PD, dei socialisti e dei socialdemocratici. Una decisione che Fassino, uno dei più fervidi sostenitori di Franceschini, definisce come “una scelta né facile, né scontata”. Nello schieramento dei sostenitori troviamo anche l’immancabile Veltroni, con il quale vi è una simbiosi umana ed intellettuale, ed infine Debora Serracchiani che alle recenti europee è riuscita a fare meglio di Berlusconi in Friuli.
Dario Franceschini, dunque, propone un progetto che ricalca il passato del partito per correggerne di netto la traiettoria. A 51 anni può considerarsi un politico navigato ma ancora giovane, almeno rispetto agli standard nostrani. Il suo nuovo Partito Democratico non sarebbe la prosecuzione di questi ultimi mesi d’attività, ma il definitivo affrancamento da una situazione di passaggio che potrebbe liberarne lo spirito senza alcun tipo di freno interno. Nell’irrinunciabile accettazione della poliformia interna, Franceschini propone una presa di coscienza obiettiva che fino ad oggi è sempre mancata all’opposizione. Se tutto ciò sia sufficiente a rimodellare una struttura di partito in decomposizione è ciò che dovrà dimostrare se riuscirà ad imporsi alle prossime primarie.

Luca Lena

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