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Leonardo “Nanà” Sciascia, sono vent’anni che ci manca O. Pirrotta

settembre 9, 2009 di Redazione 

Da lunedì il giornale della politica italiana ha ripreso a viaggiare forte. Ieri ci avete premiato con un bagno di accessi, cari lettori. Grazie. Anche oggi apriamo molto forte con questo bellissimo saggio sul grande scrittore siciliano firmato dall’ex storico inviato del Tg2 e del Tg3 che regala ai lettori de il Politico.it la possibilità di conoscere da vicino Sciascia, vivendo (o rivivendo) la storia di un “eretico” in grado, come tutti i grandi (tra gli altri, pochi, viene subito in mente Pasolini), di ”vedere” con venti, trenta anni di anticipo le evoluzioni (o più spesso involuzioni) della società italiana. Leggetelo, ne vale la pena. Scritto per Facebook e concesso a il Politico.it. 

Nella foto, Leonardo Sciascia negli ultimi anni di vita nella “sua” Sicilia

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di ONOFRIO PIRROTTA

L’eresia è di per se una grande cosa,
e colui che difende la propria eresia
è sempre un uomo che tiene alta la
dignità dell’uomo[...]C’è sempre, nel
potere che si costituisce in fanatismo,
questa paura dell’eresia…”(L. Sciascia
“Elogio dell’eresia”, L’ORA 9 . 5. ’79) 

Sciascia ritratto da Piero Guccione

Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989) è stato il più grande scrittore italiano del secondo ‘900. Non solo e non tanto per il suo stile inconfondibile e incomparabile – asciutto , efficace, essenziale, ritmato, ironico, colto- ma per il suo impegno politico e civile. Un impegno che manifestava soprattutto nelle sue opere. Si può dire che non abbia scritto un solo libro che non avesse anche lo scopo di combattere ingiustizie, sopraffazioni, imposture, conformismi. Diceva dei suoi scritti: “mi guidano la ragione, l’illuministico sentire dell’intelligenza, l’umano e cristiano sentimento della vita, la ricerca della verità e la lotta alle ingiustizie, alle imposture e alle mistificazioni “. Ma tutto questo senza trascurare la letteratura. Il suo splendido libro apparentemente più politico, “L’Affaire Moro”, dedicato alla vicenda del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, appartiene alla storia della letteratura , prima che a quella politica. Prima di Sciascia gli intellettuali (eccezion fatta per Pasolini, grande amico dello scrittore siciliano)- i vari Moravia, Calvino, Pratolini, ecc – manifestavano il loro impegno politico e civile …firmando. Una firma non la negavano mai: per il Vietnam, per Cuba, per la libertà della Spagna e del Portogallo (a quei tempi sotto dittatura), contro l’imperialismo americano, per il divorzio e così via. Poi scrivevano i loro libri quasi dimenticandosi dei gravi problemi in cui si dibattevano l’Italia e il mondo. Sciascia non dimentica, invece, e scrive dei libri che dicono più cose dell’Italia e degli Italiani che non intere biblioteche di saggi. E li penetra così a fondo, i fatti d’Italia e degli italiani, che si guadagna sul campo il titolo di profeta. Infatti con la chiaroveggenza tipica dei genii riesce, nelle sue opere a prevedere gli avvenimenti -soprattutto politici- futuri. Ne “Il contesto” (1971) , per esempio, prefigura situazioni e avvenimenti che nei decenni successivi si avvereranno tutti. Pensate: la strategia della tensione, i tentativi di golpe, il compromesso storico, i servizi segreti deviati, la corruzione generalizzata, lo strapotere e l’irresponsabilità dei giudici, la giustizia negata. Un altro titolo conquistato presto sul campo fu quello di eretico, anzi di eretico con la vocazione dell’opposizione. Bastava infatti che tutti- giornali, forze politiche, forze sociali ecc -parlassero lo stesso linguaggio, confluissero sullo stesso giudizio, perchè Sciascia prendesse la penna per dire- argomentando quasi sempre in modo inoppugnabile- tutto il contrario.
Ho conosciuto Leonardo Sciascia e l’ho frequentato nei quattro anni in cui fu deputato radicale (1979-1983). Cercherò di raccontarvelo non solo con la mia testimonianza, ma soprattutto attraverso le sue opere più importanti-ha scritto quarantatre libri e migliaia di articoli di giornale, prefazioni, schede ad opere di pittori, note bibliografiche : impossibile dar conto di tutto – che rappresentano altrettanti capitoli della sua vita. Ma prima debbo parlarvi dell’infanzia e della giovinezza di Leonardo e della sua famiglia. Famiglia , infanzia , giovinezza segnate da due autentici miracoli. Il primo : il nonno paterno, Leonardo anche lui, lavora come “caruso” , fin dall’età di 9 anni, in una zolfara. Ma la notte, uscito dalla miniera, non va a scoprire la luna come il Ciaula dell’indimenticabile novella di Pirandello: Leonardo va a studiare. E impara a leggere, scrivere e far di conto. Così viene prima promosso capomastro e poi impiegato nell’amministrazione, facendo uscire definitivamente la famiglia dalla miseria e se stesso dall’abbrutimento di un lavoro massacrante. Ma che forza di volontà! L’altro miracolo riguarda il nipote, il nostro Leonardo. Che in un paese dell’interno della Sicilia come quello in cui nasce e cresce, Racalmuto, può al massimo aspirare ad una laurea in legge , o in medicina. E invece diventa scrittore. E che scrittore. Uno dei più colti e raffinati del ‘900. Anche qui: grande forza di volontà, come il nonno. Già in quinta elementare il piccolo Leonardo scrive, sulla copertina di un quaderno, il suo destino, la sua vocazione : “AUTORE: LEONARDO SCIASCIA”. Fin da bambino si rivela un accanito lettore . Gli altri bambini , poi adolescenti, giocano a pallone, vanno a nuotare, e ,qualche anno dopo, a ballare e a guidare moto e auto. Lui no: lui legge , solo così si diverte. Su queste basi costruisce la sua carriera che lo porta prima ad impiegarsi al Consorzio Agrario, poi a fare il maestro elementare e infine a fare il gran salto: diventare uno scrittore che col tempo verà letto e apprezzato in tutto il mondo , ma soprattutto, oltre che in Italia, in Francia e in Spagna. I suoi autori preferiti, che rappresenteranno le sue bussole letterarie e sui quali imparerà a scrivere , sono Voltaire (dira’:”quest’esempio di professionalità della scrittura, questo modello di scrittore, chiaro, svelto, conciso, intelligente, sintetico , ironico: ecco tutto ciò che per me rappresenta la chiave della scrittura e del vero mestiere”), Montaigne, Diderot, Stendhal, Courier, Pascal, Cervantes, Unamuno, Borges, Manzoni, Pirandello, Brancati, G.A. Borgese, Savinio e qualche altro. Li divora, e ne assorbe tutte le poetiche e i loro insegnamenti letterari e morali.

LO SCIASCIA PRIVATO-Di media statura, non bello, di carnagione scura, di temperamento mite, con dei piccoli occhi a volte magnetici, a volte penetranti -straordinari i suoi occhi, che nessun pittore tra i tanti che lo ritrassero , riuscì a immortalare – una voce sussurrante e pacata (non gli ho mai visto alzare la voce) con un accento marcatamente siciliano, gli amici lo chiamavano Nanà. E’ tale la mania dei siciliani per i diminuitivi, che sono riusciti con la lettera “N” associata a tutte le vocali a inventarsene ben cinque : Nanà, Leonardo; Nenè, Emanuele; Ninì , Antonino; Nonò, Onofrio ; Nunù, Nunzio (lo racconterà nel suo “Occhio di capra”, Einaudi 1984). E questo- io Nonò, lui Nanà – oltre che un divertimento, era uno dei motivi che avvicinava il sottoscritto al grande scrittore. Gli altri erano il fatto di essere siciliani entrambi , la comune passione per i tarli e la sensibilità sulle questioni della giustizia. Collezionava di tutto , Nanà: libri antichi (che colleziono anch’io), stampe e quadri (soprattutto ritratti di scrittori), bastoni, sigilli e qualcos’altro che non ricordo. Qualche volta andavamo insieme (bastava percorrere poche centinaia di metri) da Montecitorio a piazza Fontanella Borghese a sbirciare fra i banchi nella speranza di trovare qualcosa di appetibile. Quando era di buon umore era una persona deliziosa. Gran raccontatore di aneddoti, i suoi non erano mai scontati o vecchi, sentiti e risentiti chissà quante volte. I suoi erano sempre divertenti, spesso esilaranti, presi quasi sempre dalla sua esperienza di scrittore e riguardavano persone che aveva conosciuto: altri scrittori, giornalisti, pittori, incisori, antiquari. http://www.youtube.com/watch?v=gDtlq05jpV0
Vederlo a colloquio con uno dei suoi grandi amici , lo scrittore Gesualdo Bufalino ( che Sciascia aveva scoperto, dimostrandosi anche talent scout) era uno spettacolo. Coltissimi entrambi , tutti e due dotati di una memoria prodigiosa , giocavano a chi si ricordava più fatti della vita di un grande scrittore , o più pagine o semplicemente più citazioni da un libro famoso. Ma parlavano anche di donne, i due non più giovanissimi , ma sempre in gamba. Allora Bufalino recitava una divertentissima preghiera da lui inventata: “Vergine purissima, tu che hai concepito senza peccato, fa che io pecchi senza concepire”. E Leonardo rideva, rideva

Una bella foto di Sciascia scattata dal grande fotografo (e suo grandissimo amico) Ferdinando Scianna

Fumava come un turco, una sigaretta via l’altra, Benson & Hedges (se gli si chiedeva quanti pacchetti al giorno, rispondeva: “non lo so”; ed era vero. Non riusciva a tenere il conto). Cominciò a fumare a 16 anni, per farsi notare da una ragazzina (bionda esile, con le treccine) per la quale aveva preso una cotta. Poi continuò perché era un gran timido, e come si sa le sigarette aiutano. E non smise più.
Qualche volta si andava a pranzo – mai da soli : c’erano deputati radicali, soprattutto Jannuzzi , Boato , l’amico deputato del PCI Antonello Trombadori, il pittore Bruno Caruso, la sua fedele segretaria parlamentare Marcella Smocovich ed altri che non ricordo- da “Fortunato al Pantheon”. Mangiava poco Leonardo, ma andava matto per le paste piccanti. Una volta ordinò un piatto di penne all’arrabiata con l’aggiunta di pepe diavolo. Ogni boccone una fiammata. La moglie raccontava che ogni tanto , a casa, cucinava anche lui. Che cosa? Immancabilmente spaghetti alla carrettiera (aglio, olio, peperoncino, tanto peperoncino, prezzemolo). Ecco, la moglie. Uno dei pilastri su cui si è poggiata la vita di Leonardo. Conosciuta e sposata nel 1944, Maria Andronico , maestra elementare come lui, percepirà subito la sua genialità e farà in modo di esaltarla, gli starà sempre a fianco assecondandolo in tutto. Inoltre vigilerà sul suo uomo con discrezione e fermezza sapendolo consigliare senza mai forzarne la volontà. Infine lo assisterà amorevolmente fino a quando non chiuderà gli occhi. Per capire l’importanza che rivestì Maria per Leonardo, basti sapere ch’era la prima lettrice dei suoi manoscritti. Gli interessava assai sapere che ne pensava, la sua “collaudatrice”, come la chiamava affettuosamente. Ebbero due figlie: Laura ed Anna Maria.

Sciascia e la moglie Maria Andronico in carrozzella a Palermo

Era un uomo molto generoso, Nanà. Non permetteva mai a nessuno di pagare i pranzi da Fortunato. Certo coi soldi delle sue opere e dei suoi articoli ci viveva e cresceva bene le sue figlie. Ma non era attaccato al denaro. Anzi: riteneva “scandaloso” che “Il Corriere della sera” lo pagasse 1 milione, 1 milione e mezzo(di lire) per un elzeviro. Tanto era disinteressato, Leonardo che, pochi mesi prima di morire rifiutò un’offerta di ben 5 miliardi di lire dalla Mondadori per la cessione dei suoi diritti d’autore . “No – aveva risposto lo scrittore – preferisco continuare a pubblicare liberamente dove mi sembra opportuno. Non è una questione di soldi”

Un ritratto del suo fraterno amico Bruno Caruso

Un ritratto del suo fraterno amico Bruno Caruso

LA SICILIA- Certo, era uno scrittore siciliano, Leonardo Sciascia. Ma non un provinciale che non riusciva a vedere e a scrivere egregiamente anche della vita , dei sentimenti, delle vicende del resto del mondo. Ma vuoi o non vuoi, ovunque andasse, ovunque “emigrasse”, anche se per poco tempo – Roma , Madrid, Parigi ecc – sempre in Sicilia ritornava. Parafrasando uno dei suoi scrittori preferiti , Unamuno (“me duele Espana”) diceva: “Io la Sicilia la soffro e da scrittore non potevo non scriverla”. E come Marziale, come Borgese aggiungeva “Nec tecum possum vivere nec sine te”(non posso vivere né con te né senza di te). Nel suo primo libro di successo , “Le parrocchie di Regalpietra”(1956)- che poi altri non è che il suo paese, Racalmuto- descrive i rapporti di potere ingiusti e immutabili tra i poveri e i ricchi nonché lo sfruttamento che questi, “i galantuomini” fanno dei reietti , dei vinti, chiamati “salinari” perché si abbrutiscono per un tozzo di pane nelle saline (come il nonno , caruso, nelle zolfare). Qualche anno dopo (1961) definisce, in “Pirandello e la Sicilia”(oltre a questo, all’amato/odiato “padre” Pirandello , Sciascia dedica altri due libri: “Pirandello e il pirandellismo”,1953 e “Alfabeto pirandelliano”, 1989) il concetto di sicilitudine: “E’il modo d’essere dei siciliani, incardinato sull’amor proprio e su una forma esasperata di individualismo in cui agiscono in duplice ed inverso movimento le componenti dell’esaltazione virile e della sofistica disgregazione”. Ma per quanto pessimista, lo scrittore non crede( fino a metà degli anni ’70 ) che la Sicilia sia irredimibile, che la disgregazione sia inarrestabile, malgrado i suoi enormi problemi, primo fra tutti la mafia. Per questo si irrita quando esce “Il gattopardo”di G. Tomasi di Lampedusa e – pur definendolo un “libro bellissimo” – ne contesta la tesi di fondo sull’immutabilità della Sicilia e dei siciliani (v.il celebre colloquio di Don Fabrizio con Chevalley). Ma siccome Leonardo è dotato di una grande onestà intellettuale, molti anni dopo riconoscerà che Tomasi ci aveva visto giusto e che lui aveva torto “troppe cose sono successe- dirà- che gli hanno dato ragione”. Ed ecco che negli anni ’80 Sciascia intuisce che pure il mondo è perduto perché si è lasciato contagiare (io direi infettare) dalla Sicilia: la Sicilia come metafora del mondo. http://www.youtube.com/watch?v=mTeFhc9adPQ

 

Sciascia visto da Tullio Pericoli

 
LA MAFIA. I libri di Leonardo Sciascia hanno avuto il grande merito di farci aprire gli occhi sul fatto che la mafia non era un fenomeno folkloristico siciliano, ma una vasta e pericolosa associazione a delinquere basata sullo sfruttamento, la violenza, l’intermediazione , le collusioni col potere. Tutto questo è già perfettamente descritto nel suo primo grande libro “giallo”di successo, “Il giorno della civetta”(1961) dove il suo primo antieroe, il capitano dei carabinieri Bellodi, incarcera il mandante dell’assassinio con cui si apre il libro, ma poi deve fare marcia indietro perché le collusioni politiche vanificano le sue indagini . Anche qui Sciascia esprime la sua chiaroveggenza: Bellodi suggerisce il percorso giusto per colpire i mafiosi nei loro interessi: bisogna fare indagini bancarie sugli illeciti arricchimenti. Ci sono voluti 30 anni perché legislatori, magistrati e forze dell’ordine si decidessero a prendere questa strada. Non amava “Il giorno della Civetta” , Leonardo. Prima di tutto perché , dopo la sua uscita, gli avevano affibbiato il titolo di mafiologo. Che lui respingeva con fastidio: ” sono semplicemente uno che è nato e vissuto in un paese della Sicilia occidentale e ha sempre cercato di capire la realtà che lo circonda, gli avvenimenti, le persone”. E poi perché lo irritava constatare che la gente- soprattutto i siciliani- non lo aveva capito. Nelle innumerevoli rappresentazioni teatrali che se ne fecero, le platee, fredde quando appariva Bellodi, si riscaldava quando i mafiosi calcavano la scena. Tanto che l’applauso, immancabile, scattava dopo che don Mariano Arena espone la sua teoria sulle 5 categorie in cui si divide l’umanità: “uomini , mezzi uomini, uominicchi, pighianculu e quaquaraquà”. http://www.youtube.com/watch?v=ucON33vQxJw. L’eretico Sciascia
fu anche al centro di roventi polemiche quando , nel 1987, accusò politici e magistrati che si occupavano di antimafia di far carriera proprio in virtù di questa loro attività, a prescindere dalle loro qualità e dai risultati ottenuti (titolo, molto azzeccato, del “Corriere della sera” : “I PROFESSIONISTI DELL’ANTIMAFIA”). Naturalmente pure questa volta i fatti e il tempo galantuomo si incaricheranno di dargli ragione.
LA LETTERATURA – Abbiamo già visto quali e quanti sono stati gli autori della sua formazione. Ma volendo fare una selezione, per limitarci a quelli che lo hanno accompagnato fino alla vecchiaia, il Pantheon si restringe a Montaigne, Stendhal (“l’adorabile Stendhal”), Voltaire, Pirandello, Brancati, Borgese, Savinio, Borges, Manzoni. Tutti autori da cui trae continuamente ispirazione per le sue opere. Di Pirandello – oltre ai libri dedicati di cui abbiamo parlato- sono intrise un po’ tutte le sue opere. Compreso “L’Affaire Moro” , in cui l’autore , pirandellianamente, è mosso a pietà nei confronti del prigioniero delle BR, trasformatosi da “personaggio” a “creatura”. E’ il celeberrimo “Candide” di Voltaire che lo spinge a scrivere “Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia” . Dagli “Essais” di Montaigne trae spunto per “La sentenza memorabile”. E’ la “Colonna infame” del Manzoni che gli suggerisce “La strega e il capitano”. Sono Brancati e Borgese a indicargli la trama e i personaggi di “A ciascuno il suo”. E così via. Ma la letteratura è per Sciascia soprattutto fonte di gioia: leggerla , scriverla gli da – come a Montaigne, come a Stendhal – una specie di esaltazione. “Io- diceva- non considero lo scrivere come un lavoro, come una costrizione. Guai se fosse così. Sarei un pessimo scrittore,e Dio sa quanti ce ne sono. Se scrivo è perché sono in stato di grazia”. Leonardo era convinto che lo scrittore avesse una sorta di missione: la ricerca della verità. “Uno scrittore-diceva- è un uomo che vive e fa vivere la verità, che estrae dal complesso il semplice. E che sdoppia e raddoppia – per se e per gli altri- il piacere di vivere. Anche quando rappresenta terribili cose” . La Francia dei libri di Stendhal- aggiungeva- ” è storicamente più vera di quella descritta da uno storico. Che ha una sua tesi e tutto quello che scrive obbedisce a questa tesi. Stendhal non aveva una tesi, era uno specchio che andava per le strade”. Insomma per Sciascia la letteratura “è l’unica forma di verità possibile”.

Leonardo fuma...

LA GIUSTIZIA E IL CASO TORTORA. Aveva un innato senso della giustizia. Che si era notevolmente accresciuto a 20 anni, nel 1941. Impiegato al consorzio agrario fu testimone in un processo contro un arciprete e un contadino che avevano sottratto all’ammasso obbligatorio una certa quantità di grano, reato gravissimo in quei tempi di guerra. La sentenza? L’arciprete assolto, il contadino in galera.”Non ci dormivo la notte”, racconterà. Poi, nella maturità , dirà: “Tutto è legato al problema della giustizia : in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo”. Il capolavoro con il quale denuncia lo strapotere dei giudici e la pessima amministrazione della giustizia in Italia è “Il contesto”(1971), in cui un Ispettore, tale Rogas, indaga sugli omicidi di alcuni magistrati. E’ nel colloquio fra Rogas e il Presidente della corte suprema Riches che Sciascia fa rabbrividire. Riches spiega a un esterrefatto Rogas perché un giudice è infallibile e non esiste la possibilità che si verifichino errori giudiziari.”Che un imputato lo abbia commesso o no il reato di cui è accusato, per i giudici non ha mai avuto nessuna importanza. La giustizia si compie con il fatto stesso di giudicarlo, con l’atto di giudicarli”. Si verifica cioè “qualcosa di molto simile a quanto avviene durante la messa, quando il pane ed il vino si convertono in corpo , sangue e anima di Cristo. Mai, dico mai, – anche se il sacerdote è indegno- può accadere che la transustanziazione non avvenga. E così è un giudice: la giustizia non può non disvelarsi, non transunzanziarsi, non compiersi”. Passano ben 12 anni, e un’altra volta si può constatare come Sciascia sia stato lungimirante: il 17 giugno 1983 un paio di magistrati , basandosi sulle dichiarazioni di un gruppo di pentiti- tutti pregiudicati e pericolosi assassini- arresta il noto presentatore televisivo Enzo Tortora con l’accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico, nonchè di detenzione e spaccio di droga. Nessun riscontro obbiettivo, nessun indizio concreto , nè tanto meno alcuna prova : solo le parole dei delinquenti “pentiti”. Subito Sciascia insorge e scrive nella prima pagina del “Corriere della sera” con il quale da tempo collabora: “Non mi chiedo : ‘ E se Tortora fosse innocente?’ Sono certo che lo è”. E comincia una battaglia, affiancato dai radicali, per la liberazione di Tortora. Ma i magistrati, in un delirio di onnipotenza che fa pensare a Riches e alla sua teoria, malgrado l’assoluta mancanza di indizi “oggettivi o probanti” come giustamente li pretende Sciascia , non solo insistono nell’accusa, ma portano Tortora sotto processo e lo fanno condannare a 10 anni e sei mesi di reclusione, dal Tribunale di Napoli. Una transustanziazione? Sciascia comunque continua la battaglia : “Si difende Tortora- scrive sempre sul Corriere- per difendere il nostro diritto, il diritto di ogni cittadino a non essere privato della libertà e a non essere esposto al pubblico ludibrio senza convincenti prove della sua colpevolezza”. Scrive anche al presidente della repubblica Sandro Pertini, Sciascia, una bellissima, accorata lettera. Ma Pertini non gli risponde. Poi , per fortuna la battaglia è vinta in Corte d’appello. Che , nel settembre del 1986 riconosce pienamente l’innocenza di Tortora e lo assolve con formula piena. Giudizio confermato l’anno dopo in Cassazione. Ma Tortora ha passato sette mesi in prigione e tre anni infernali agli arresti domiciliari. Un calvario. Così si ammala di cancro e muore nel maggio dell’88. E i magistrati suoi implacabili accusatori? Nessuna indagine di approfondimento venne mai avviata né alcun procedimento disciplinare fu mai promosso davanti al Consiglio Superiore della Magistratura. Anzi i PM napoletani, proseguiranno le loro carriere, senza ricevere censura alcuna per il loro operato. Per cogliere appieno quanto fosse sentito da Sciascia il “terrificante” problema della giustizia in Italia basta contare i libri che gli dedicò: ben 12. “Il giorno della civetta”, “Il consiglio d’Egitto”, “Morte dell’inquisitore”, “il Contesto”,” I pugnalatori”, “L’Affaire Moro”, “La sentenza memorabile”, “La strega e il capitano”, “1912+1″,”Porte aperte”, “Il cavaliere e la morte”, “Una storia semplice”

Un'altra bella foto di Ferdinando Scianna

L’AFFAIRE MORO. Anche in questa terribile vicenda Sciascia si batte come un leone per salvare una vita, quella di Aldo Moro. Come? Nell’unico modo possibile: convincere chi di dovere che bisogna trattare con le BR per farlo liberare. Ma pure questa volta è fiato sprecato. L’establishment ha deciso che lo statista – di cui si celebrano le grandi gesta passate – scrive dalla prigione lettere “a lui non moralmente ascrivibili”. Insomma che Moro non è più Moro. Inutilmente lo scrittore denuncia la messa in scena di questo “grottesco teatro dell’impostura. Con il quale si vuol far credere che Moro non sia nel pieno delle sue facoltà mentali quando chiede ai suoi amici democristiani di trattare con le BR per ottenere la sua liberazione”. Ma come, chiedeva polemicamente Sciascia, “questo stato ha sempre trattato con tutti, con terroristi islamici, con pentiti mafiosi, con pentiti BR e adesso, che potrebbe salvare Moro si rifiuta di farlo?”. Ma 55 giorni dopo il rapimento Moro viene trovato ucciso. Allora Sciascia , ritorna nella sua casa a Racalmuto, e con la sua “Lettera 22″ scrive, di getto, il pamphlet “L’affaire Moro”. Con il quale rovescia le certezze sulle quali si erano crogiolati per 55 giorni partiti (eccezion fatta per il socialista e il radicale), giornali (capeggiati da “La Repubblica” di Scalfari), Chiesa e sindacati. Sciascia scrive che lo statista non è mai esistito , che anzi Moro era un politico mediocre , ma non per questo meritava la condanna a morte da parte dei suoi stessi amici che non hanno avuto un minimo di pietà per quest’uomo , trasformatosi , nella prigione delle BR, da “personaggio” a “creatura”. Ma nel contempo ribadisce l’assoluta, indiscutibile verità delle lettere con le quali il prigioniero dei brigatisti condanna implacabilmente i suoi vecchi compagni di partito e prende sprezzantemente congedo dal palazzo , “che ancora una volta ha mostrato il volto laido, stupido e feroce del potere”. E conclude preconizzando alla DC il suo dissolvimento. Come tutti sappiamo ancora una volta Sciascia/Cassandra indovina : anche se dovranno passare 18 anni prima che la sua profezia si avveri. Per Moro Leonardo combatte la sua battaglia pochi mesi prima di diventare deputato radicale(grazie ad una operazione geniale di Marco Pannella, che offrendogli la candidatura disse a Sciascia: non ti chiedo di aderire ai radicali, siamo noi radicali che aderiamo al tuo pensiero, alla tua politica. Così Sciascia non gli potè dire di no) e in questa veste entrerà a far parte della Commissione Parlamentare di inchiesta sul Caso Moro. Alla fine presenterà una sua relazione di minoranza in cui ribadirà nella sostanza i concetti espressi nel libro con l’aggiunta che “Moro poteva essere trovato” . Non è stato così per l’inefficienza di tutte le forze di polizia , di intelligence ecc.”Davvero, se dovessimo giudicare le forze di polizia , e tutto ciò che è preposto alla sicurezza degli italiani da tutto quello che NON hanno fatto per il caso Moro, ci sarebbe da disperare”. Leonardo diede a me la sua relazione , prima che fosse pubblicata negli atti parlamentari, consentendomi così di fare uno scoop . Non l’avesse mai fatto! Il caporedattore milanese di “Panorama” (con il quale collaboravo da anni), giornale al quale l’avevo ceduto in esclusiva, ritenendola troppo lunga (24 cartelle) ne tagliò interi brani. Imbecille: come se Sciascia si potesse tagliare! Naturalmente Leonardo ci rimase molto male, e per quanto io mi cospargessi il capo di cenere, mi sentivo così mortificato- anche se incolpevole- che diradai i miei incontri con lui. Pochi mesi dopo il parlamento fu sciolto e Sciasca lasciò definitivamente Roma. Così non lo vidi più. Ancor oggi -sono passati 26 anni-mi vergogno per quel fatto, e spero tanto che Nanà alla fine mi abbia perdonato. (Per la cronaca: io invece non perdonai a Panorama, e ruppi la collaborazione)

Leonardo con l'immancabile sigaretta

LA CHIESA E I CATTOLICI . Sciascia riteneva che il cattolicesimo italiano e la Chiesa avessero enormi responsabilità nelle disgrazie del nostro paese. A cominciare dal Fascismo. E non gliene perdonava una. Né alla Chiesa , né ai cattolici, che in definitiva, in Italia, erano i democristiani. Sui quali scrissee un romanzo, “Todo Modo”(1974). Un giallo atipico (come tutti i gialli di Sciascia) in cui durante gli esercizi spirituali ai quali partecipano ministri, parlamentari, direttori di giornali e presidenti di banche, vengono uccise tre persone. Ma la trama è solo un pretesto per togliere la maschera al partito cattolico (la DC), mettendo allo scoperto un’entità mostruosa che come unico scopo ha la detenzione del potere per il potere. In “A ciascuno il suo” (1966) fa dire ad uno dei protagonisti : “Mai conosciuto in vita mia un cattolico vero: e sto per compiere 92 anni. C’è gente che magari in vita sua ha mangiato mezza salma di grano maiorchino fatto ad ostie: ed è sempre pronta a mettere la mano nella tasca degli altri, a tirare un calcio alla faccia di un moribondo e un colpo di lupara alle reni di uno in buona salute”.Quanto alla Chiesa, l’eretico Leonardo, proprio mentre tutti osannano papa Wojtyla ne scrive come di un papa reazionario, del tutto simile al suo predecessore Pio XII. E comunque è convinto che Dio sia assai lontano dalle gerarchie e dai preti . “Per quanto bellissime siano le nostre chiese- diceva- sono troppo piccole per contenere Dio”. Sul problema della fede è pervaso da un autentico scetticismo, e cita il suo adorato Montaigne “non c’ nessuna certezza, ma nemmeno c’è la certezza che non ci siano certezze”. E ancora: “lo scetticismo è salutare. E’ il miglior antidoto al fanatismo e impedisce di assumere idee, credenze , speranze con quella certezza che finiscono con l’uccidere l’altrui libertà e la nostra”. E’ ateo Sciascia, ma anche in questo caso, senza fanatismo: nel ’76, in una lettera aperta all’arcivescovo di Palermo Pappalardo scrive che “anche al più granitico degli atei può capitare, in un dato giorno, in una data ora di credere in Dio. E con tale intensità da riscattare(secondo la religione che lei rappresenta) le dichiarazioni di ateismo di tutta la vita.” E verso la fine dell’87, due anni prima di morire- la malattia che lo porterà nella tomba, il mieloma molecolare, un tumore al midollo osseo, già non gli dà tregua- scrive” ritengo che rispettando il prossimo mio come me stesso( e magari di più), amando la verità, affrontando tutti i rischi che comporta il dirla, in definitiva io viva religiosamente”.

Sciascia pochi mesi prima che ci lasciasse

IL PCI – Di un eretico con la “vocazione dell’opposizione” chi potevano essere i compagni di strada nell’Italia degli anni 60 e 70 se non i comunisti? E questo avvenne infatti , anche se come vedremo, un eretico al PCI- un’autentica chiesa-partito – non poteva certo piacere. Pensate che l’eretico nel’ 41 “timidamente osservava che i nostri comunisti diventano troppo russi e nel pensare e nel parlare e nel gestire. E da ciò può nascere la crisi del comunismo italiano”. Si esercitava già a fare il profeta, il ventiquattrenne Leonardo! Anche se non prese mai la tessera del partito – e ci teneva a sottolinearlo tutte le volte che gli si presentava l’occasione – la collaborazione durò fino a quando non fu eletto nelle liste del PCI consigliere comunale di Palermo. Ma dopo diciotto mesi la rottura. Disgustato dall’incapacità dei comunisti di fare una vera opposizione alla giunta DC, si dimette. Nessuno riesce a fargli cambiare idea. Del resto già aveva dovuto inghiottire il boccone amaro del “compromesso storico” berlingueriano di cui aveva orrore:”la politica del PCI si è ridotta nello stare dietro la porta della DC “. Negli anni il solco fra lui e il PCI si farà sempre più largo . Amaramente constata: “L’orologio del PCI va o 5 minuti avanti o 5 minuti indietro: non segna mai l’ora giusta. Quello della destra, essendo fermo, l’ora giusta due volte al giorno la segna. Ed ecco allora che per disperazione la gente si volge a destra”. E ancora (irritato per gli attacchi dei comunisti in seguito alla sua decisione di candidarsi nelle liste radicali): “E’ il partito più vecchio che ci sia. E poi non se ne può più di questa sua doppia morale: una cosa è giusta se fatta da un uomo di sinistra,sbagliata se fatta da un uomo di destra”. La rottura definitiva arriva con il caso Moro. Prima per “l’ottusa determinazione”(sono parole di Sciascia) con cui il PCI sosteneva il fronte della fermezza. E poi per una rovente polemica, finita addirittura in tribunale, con Berlinguer. Questi i fatti: durante un’audizione di Andreotti alla commissione parlamentare sul caso moro, Sciascia gli domanda particolari sull’espulsione dall’Italia , avvenuta qualche anno prima, di alcuni diplomatici cecoslovacchi perché sospettati di aver dato aiuto a dei terroristi italiani”. Andreotti cade dalle nuvole e nega tutto. Sciascia lo incalza dicendogli che la notizia dell’espulsione gli e l’ aveva data Berlinguer in persona alla presenza di alcuni testimoni, fra i quali il pittore Renato Guttuso suo grande amico e senatore del PCI. Ma sia Berlinguer che Guttuso smentiscono, e il primo addirittura querela lo scrittore. Il quale inutilmente cerca di sollecitare l’amico pittore a dire la verità. Guttuso, allineato come un soldatino, obbedisce alla ragioni di partito e continua a negare, anche se sotto sotto, non volendo perdere l’amicizia di Sciascia, invia emissari chiedendogli comprensione. Ma Sciascia non perdona e rompe definitivamente con Guttuso, mentre la magistratura archivia la denuncia di Berlinguer non essendo Sciascia perseguibile delle opinioni espresse da deputato. A Leonardo rimane l’amarezza per il tradimento e la perdita di un vecchio e caro amico .E in un’intervista a “La Stampa”" fa un consuntivo dei suoi rapporti col PCI: “Prima de “Il contesto”"(con il quale Sciascia fa una critica corrosiva ai comunisti e al loro “compromesso storico”) ero”uno ‘scrittore buono e coraggioso’. Quando mi candidai nelle loro liste diventai un ‘grande scrittore’. Dopo le dimissioni diventai ‘codardo’. Quando decisi di fare il deputato coi radicali divenni ‘qualunquista’. Con “L’affaire moro”disfattista e “amico delle BR”. Che dire? Non nutro più, nei confronti del PCI, rispetto di sorta”. La separazione, anzi il divorzio definitivo, è così consumato.

CONCLUSIONE – Ci manca Leonardo Sciascia. Sono 20 anni che ci manca. Chissà cosa avrebbe detto, cosa avrebbe scritto , l’eretico, l’anticonformista, il grande scrittore europeo delle terribili vicende di tangentopoli e dei suicidi a ripetizione degli indagati. E dell’avvento di Berlusconi. E della fine dei comunisti, che non si chiamano più così e per sopravvivere hanno fondato un nuovo partito con i cattolici ma non riescono a trovare né una linea politica né un leader degno di questo nome. E Berlusconi è davvero un uomo pericoloso addirittura come Mussolini? E oggi la libertà di stampa è davvero in pericolo? Ed è giusto o sbagliato guardare dal buco della serratura del Presidente del consiglio? Con la sua autorevolezza, con il suo indiscusso magistero sono sicuro che almeno ci avrebbe aiutato a diradare le nebbie in cui siamo avvolti da tempo. Ciao, Nanà.
Voglio chiudere questa nota con una sua poesia, brevissima e leggera come un haiku:

LA FONTANA E LA LUNA
La fontana ha chiamato le case
a un sonno lieve -
e la luna
all’amore della fontana
( Da “La Sicilia, il suo cuore”, Bardi, Roma 1952).

Sciascia visto da Radpour

ONOFRIO PIRROTTA

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