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Venezia, la “sorpresa” (non del tutto gradita) del film di Herzog

settembre 8, 2009 di Redazione 

Per i cinefili, secondo appunta- mento con la Mostra del Cinema a firma di Attilio Palmieri. Il critico cinematografico del giornale della politica italiana ci parla delle ultime giornate di rassegna con il “racconto” dei film proiettati al Lido. Sentiamo.

A lato, Werner Herzog e David Lynch, insieme nell’avventura produttiva di “My Son, My Son, What Have You Done”

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di Attilio PALMIERI

La Mostra del cinema di Venezia entra finalmente nel pieno del suo svolgimento e dopo un inizio decisamente sottotono la luce (artistica) inizia a venir fuori. Molto lentamente. Così come lentamente progredisce il film di Patrice Chérau, Persécution. Ormai classico film francese, costruito su tante parole e poca dinamicità, verboso fino al midollo e quasi sempre inconcludente.
Finalmente si arriva al giorno dedicato al film a sorpresa, o almeno questa è la più grande attrazione della giornata. La notizia arriva col botto in quanto il film è di Werner Herzog e prodotto da David Lynch. Naturalmente le aspettative schizzano al massimo in quanto si parla di uno dei più grandi registi europei che gira un film in America prodotto da quello che per molti è il più grande regista vivente, specie dopo INLAND EMPIRE. Il film, My Son, My Son, What Have You Done, è un calderone pieno zeppo di spunti, un caleidoscopio di eventi, narrazioni e meta-narrazioni che si avvolgono a vicenda, in un’opera che si dipana a scatole cinesi, non semplice da seguire, non eccellente sul piano narrativo, ma decisamente interessante su quello concettuale.
La sera la sala si riempie – inevitabilmente in quanto il sabato sera della mostra è storicamente tra i giorni con maggiore affluenza – per la proiezione di Accident, film hongkonghese in concorso. La visione si rivela non priva di interesse, un noir prodotto da Johnnie To del quale riesce ad assorbire anche qualche soluzione visiva, e con una serie di scene d’azione molto ben congegnate con non pochi debiti verso un certo cinema di Brian De Palma, fatto di coincidenze, riflessi e ralenti.
Ma è forse la domenica il giorno più atteso alla Mostra, oltre che il giorno in cui il pubblico letteralmente aggredisce il lido. Prima di parlare del vero evento domenicale è d’obbligo segnalare uno dei migliori film visti fin qui all’interno del Concorso ufficiale: White Material di Claire Denis. Il film racconta la storia di una donna bianca di mezza età, interpretata splendidamente dalla sempreverde Isabelle Huppert, la quale si trova in Camerun in balia della guerra civile e senza la minima volontà di lasciare il paese cerca sostentamento grazie alla sua piantagione di caffè e addestra una personale milizia per fronteggiare i guerriglieri ribelli. Il film, nonostante una serie non esigua di problemi in fase di sceneggiatura, buchi narrativi e situazioni poco verosimili, possiede una straordinaria forza visiva, grazie allo sguardo registico sempre vivo e foriero di immagini dal grosso impatto emotivo.
Quando la giornata entra nelle sue ore più calde l’aria inizia a vibrare perché è il momento più atteso forse dell’intero festival, la giornata Pixar, il Leone d’oro alla carriera a John Lasseter e alla sue “bottega” di fenomeni che in pochi anni hanno reso immensa la Pixar. Il Lido di Venezia si riempie improvvisamente di bambini e di palloncini, simbolo inequivocabile del nuovo film della casa, Up, lungometraggio che ha aperto il festival di Cannes e presentato al Lido in anteprima italiana. All’interno della Sala Grande l’emozione si taglia col coltello quando Marco Muller invita sul palco colui che consegnerà il Leone d’oro, George Lucas. A poco a poco tutto il pubblico in sala si alza in piedi per una standig ovation che dura oltre i cinque minuti dedicata ad uno dei più importanti personaggi del panorama cinematografico hollywoodiano degli ultimi trent’anni. Quella che ora si chiama Disney-Pixar porta alla Mostra due grandi anteprime italiane: i primi minuti di Toy Story 3 e i primi minuti di The Princess and The Frog, primo lungometraggio disegnato a mano della Disney dai tempi di Bambi 2, e con le ambizioni di ritornare ai fasti di un tempo (Il re leone ultimo capolavoro). La Pixar offre per il pubblico veneziano anche due straordinarie proiezioni di Toy Story e Toy Story 2 in 3D, che aggiungono un supplemento percettivo alla già struggente materia prima.
Il lunedì tutto sembra svuotarsi. In alcuni casi questa è solo un’impressione in quanto il Palabiennale, sala immensa e quasi impossibile da riempire, fa praticamente il pienone per il film attesissimo di Michael Moore, Capitalism: A Love Story. Dopo un opera come Sicko, decisamente poco incisiva, Moore torna agli splendori di un tempo, quelli che gli valsero la Palma d’oro a Cannes con Fahrenheit 9/11, ci torna con un film (documentario sarebbe quantomeno riduttivo) che, prima di tutti i suoi meriti, è senza dubbio necessario. Attraverso la solita dose di esempi presi dall’America reale, quella che non passa in tv, quella che non gioca in borsa ma la subisce, il regista ci porta in un viaggio verso la scoperta delle leggi, le conseguenze e le aporie del capitalismo americano, ci offre uno sguardo come al solito ironico ma mai superficiale sulle conseguenze e le diseguaglianze che questo sistema economico provoca. Inaspettatamente però (e positivamente), l’ostinazione e la determinazione del regista si declina in un finale pieno di speranza caratterizzato dalla presenza della figura di Barack Obama, principale catalizzatore di un movimento di opposizione al sistema economico che sta distruggendo l’occidente ed il mondo intero.
L’ultimo film in concorso della giornata è probabilmente (sicuramente, per chi scrive) la miglior cosa presentata fin qui in Concorso alla Mostra: Lebanon dell’israeliano Samuel Maoz. Il film è quasi integralmente girato all’interno di un carrarmato e approfondisce le dinamiche interpersonali che si vengono a creare nel microcosmo che occupa il mezzo bellico. In questo caso la sensazione di claustrofobia creata dalla location accentua sia nello spettatore ma anche, di riflesso nei comportamenti dei protagonisti, la tensione. L’opera però non si chiude in se stessa, ma ha nel collegamento con l’esterno del carrarmato la sua più grande forza: tutto ciò che c’è al di fuori è visto, spiato, analizzato dal mirino del tiratore del carrarmato, dispositivo attraverso il quale viene scrutata e filtrata la realtà. La vita dunque adeguata, modellata e riformulata attraverso una lente che assomiglia a quella del cinema e che con il cinema ha molto a che fare.

Attilio Palmieri

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