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Diario Politico: Dal G20 di Londra Tremonti tuona “il governo ha fatto la sua parte, le banche no”

settembre 5, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana torna anche stasera con il quotidiano appuntamento del Diario Politico. Nell’edizione di questo sabato troverete le dichiarazioni di Giulio Tremonti, che dal G20 torna a richiamare l’attenzione sull’operato delle banche. Mentre da Cernobbio i banchieri non perdono tempo e replicano prontamente a difesa del proprio operato. A seguire vi proponiamo l’allarme-crisi lanciato da Napolitano, l’adesione di Franceschini alla manifestazione in difesa della libertà di informazione del prossimo 19 settembre, ed infine il misterioso caso dei poster pirata a Milano e New York. Questo e molto di più, solo sul Politico.it!

Nella foto, da sinistra Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi al G20

di Ginevra BAFFIGO

In questo weekend di rientro dalle vacanze, anche il dibattere politico sembra aver dismesso il flemmatico ritmo estivo. La politica torna ad animarsi di una ritrovata vis polemica, ed in questo sabato di inizio settembre torna la grande assente dell’estate; la Crisi. A richiamare lo spettro più temuto dal governo, è stato proprio il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Dal G20 di Londra il ministro torna infatti a puntare il dito sulle banche: troppo grandi, troppo influenti sui governi, ma soprattutto colpevoli di non erogare il credito necessario alle imprese. L’occasione per tornare a proporre quello che è stato un vero e proprio “must” della scorsa stagione, gli è stato dato dal tema dei bonus ai banchieri sul quale la riunione londinese ha finalmente compiuto quell’agognato passo avanti verso la fissazione di regole mondiali. “Non è possibile che le banche governino sui governi e sulle imprese – sostiene il ministro – Non ha più senso che le banche siano più grandi dei governi stessi, tanto che poi quando hanno dei problemi sono anche problemi dei governi, poiché le banche comandano sui governi”. E nel tentativo di risolvere la complessa equazione dell’attuale quadro economico Tremonti riassume: “il governo ha fatto la sua parte, le banche no”. “Le banche – prosegue il ministro- hanno raccolto molti fondi pubblici, soprattutto all’estero, ma non danno sufficiente liquidità alle imprese. Hanno in mente i loro bilanci, e non il bilancio d’insieme” ed a questo aggiunge: “E’ un problema anche italiano”. La nostra economia infatti è a detta del ministro “fatta di piccole e medie imprese e vi è un eccesso di concentrazione in banche che hanno una dimensione industriale e vedono troppo poco il territorio, le famiglie, gli imprenditori e le persone”. Non si è fatta certo attendere la replica dei banchieri, i quali con le parole del presidente dell’Abi, Corrado Faissola, assicurano che tra governo e Istituti di credito c’è una “dialettica serena e non conflittuale, al di là di qualche spot ogni tanto”. In quel di Cernobbio Faissola si lascia sfuggire forse qualche parola di troppo, prontamente ritirata: “E’ quello che sogna Tremonti”, dice ad un cronista russo che afferma che in Russia le banche, pubbliche e private, rispondono tutte solo a Vladimir Putin. Lo stesso prosegue con qualche colpo basso, specialmente in merito ai Tremonti bond scocca con disinvoltura qualche dardo avvelenato. Intesa Sanpaolo giorni fa aveva infatti annunciato che con molte probabilità avrebbe fatto a meno di questo strumento. Faissola, ha comunque ammesso che i Tremonti bond sono stati “molto utili a prescindere dal fatto che molte banche non ne abbiano avuto bisogno”, ma la situazione ora è “radicalmente diversa”. Evidentemente la freccia ha preso il bersaglio, Tremonti infatti si affretta a precisare, a margine della riunione ministeriale, che i Tremonti-bond “non servono alle banche, ma servono alle imprese” e “quando una banca dice che non servono, si scorda delle imprese. Con i bond, non è che fanno un favore a me. Sono stati chiesti dalle banche stesse e dall’Europa e noi li abbiamo designati nell’importo, nella tempistica. Non li ha inventati il governo, non li vuole imporre il governo”. “Una banca non è un’industria qualunque, che fa scarpe o vasche da bagno, ma ha una funzione pubblica”, conclude il ministro. E “il bonus – rimarca a difesa del suo operato – è un modo per porre un problema che non è limitato a quanto guadagna un banchiere, ma al rapporto tra i governi e le banche” perché “tra le cause della crisi c’è stata l’avidità dei banchieri”. Forse nel tentativo di mediare alla battuta di Faissola, o forse per stemperare la tensione che sembra esserci fra il governo e le banche, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, appoggia il ministro in merito a quanto asserito sullo strapotere delle banche, e la relativa influenza esercitata sui governi; “ha perfettamente ragione”, salvo poi aggiungere: “In giro per il mondo abbiamo visto tanti diversi modi di fare banca e credo che il sistema bancario italiano sia tra quelli che hanno retto meglio la crisi e quello che più è stato vicino all’economia e alla società. Certo, c’è da fare ancora di più ed è giusto quando si dice che nel crescere dimensionalmente non bisogna perdere il radicamento e la vicinanza con il territorio”.

L’Italia con la crisi diventa trina. E se Tremonti è tornato prontamente a parlare della causa della crisi c’è chi piuttosto concentra le proprie energie sulle conseguenze ormai imminenti della stessa. Il Capo dello Stato ha lanciato l’allarme nel tentativo di riportare l’odiata questione al centro dell’arena politica, facendola così uscire dall’autorevole, ma pur sempre limitato agli addetti ai lavori, Workshop Ambrosetti. Il presidente della Repubblica, come sempre, non si perde in troppe parole: “La crisi – ha detto mestamente – non è terminata, ed è comunque destinata a provocare serie conseguenze sul mercato del lavoro nei prossimi mesi”. Niente di nuovo in fondo. La stessa cosa, se pur attutita da una minor risonanza l’aveva detta prima della pausa estiva anche il governatore Mario Draghi. Ma dall’alto della sua carica politica Napolitano ha potuto sottolineare l’esigenza di nuove regole “nella convinzione che si debba bloccare il rischio di un ritorno a pratiche e comportamenti come quelli all’origine della crisi attuale”. Dal governo si attendono risposte concrete, ma già oggi una prima voce si è levata, quella del ministro della Funzione pubblica. L’economista Renato Brunetta ha infatti dichiarato: “Possiamo vedere la fine del tunnel per quanto riguarda il reddito, la fine del tunnel per l’occupazione la vedremo probabilmente all’inizio del 2010, ancorché, tra l’altro, i ricorsi alla cassa integrazione continuino a decrescere, segnale che la svolta c’è stata”. E così sembra che ci siano due Paesi, quello in cui si è verificato una svolta, così come dichiarato dall’aitante ministro, e quello in cui i precari della scuola dominano i tetti delle città in attesa di un contratto ed in cui gli operai della Innse di Milano, abbarbicati sulle gru, difendono il loro posto di lavoro. Brunetta a tal riguardo chiosa semplicemente “fatti marginali e fisiologici: il bilancio della crisi dal punto di vista occupazione – ha sottolineato – è di 5-600mila unità, a fronte di 14 milioni e mezzo di posti di lavoro che sono lo stock di occupazione stabile”. Dall’opposizione giungono rilevazioni ancora diverse; l’ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema rimarca infatti il fatto che “Cresce la disoccupazione strutturale, cioè di persone di 50 anni che difficilmente potranno trovare altro lavoro. Occorrono politiche fiscali a sostegno dell’occupazione, che incoraggino la creazione di lavoro, e una politica di assistenza ai disoccupati: non possiamo lasciare le famiglie senza reddito e le persone senza speranze”.

Franceschini ed il PD scenderanno in piazza in difesa della libertà di informazione. L’attuale segretario del Pd, nonché candidato alle primarie di ottobre, Dario Franceschini, nella conferenza stampa a chiusura della festa di Genova, assicura il massimo impegno del suo partito per la manifestazione in difesa della libertà di informazione convocata per il 19 settembre a Roma. “Controllare l’informazione vuol dire non far vedere le reali condizioni degli italiani in tempi di crisi”, afferma preoccupato Dario Franceschini, e prosegue in esplicito attacco: ‘Troppi nodi non sono stati sciolti e ora sono arrivati al pettine. Per tante famiglie la ripresa concreta sarà già troppo lontana, nessuno si è occupato di loro”. Lo stesso poi, in un rinnovato spirito di autocritica, ritiene sia “un po’ stucchevole il dibattito sull’antiberlusconismo, ma l’opposizione si chiama così in tutto il mondo perché si deve opporre” asserisce sottolineando un’inconfutabile verità etimologica. “Il dovere del Pd è fare più opposizione, farla meglio ma più opposizione”. Ed in merito alla manifestazione il segretario dei democratici aggiunge “Ci è sembrato che convocare la manifestazione sarebbe stato un modo per appropriarci di una battaglia che invece deve essere di tutti. Noi saremo lì con tutta la nostra forza e vedremo chi aderirà per salvare la qualità della democrazia nel nostro Paese”.

Un movimento copy-riot unisce Milano a New York… ai danni dell’immagine del Premier. Silvio Berlusconi, nei panni di Robert De Niro nel film ‘Gli intoccabili’ di Brian De Palma, è comparso su diversi edifici in tre diverse zone di Milano, soprattutto in quella di San Siro. L’iniziativa da copy-riot, ha preso il via in quel di New York dove questi reinterpretati manifesti hanno fatto il loro esordio nella Downtown, vero e proprio presidio degli artisti della grande mela. Per chi non ricordasse il toccante lungometraggio, il soggetto di ‘The untouchables’ trattava la vicenda del boss Al Capone, che negli anni ’30, non solo figurava nella lista dei maggiori ricercati dell’FBI, ma era da considerarsi il “nemico pubblico numero 1″ di Chicago. Il manifesto modificato non è stato firmato, ma si teme che possa provocare grande imbarazzo all’Italia, dato che è prevista tra un paio di settimane la visita di Berlusconi proprio in quel di New York, dove lo attenderanno i leaders mondiali per il vertice Onu. Il volto del premier italiano sui manifesti-pirata guarda dalle mura di Soho, nei vicoli di Little Italy, nelle avenues del Lower East Side; il fotomontaggio, la scritta “L’intoccabile” e sotto, un gioco di parole tra “Untouchable”, del titolo, ed il sottotitolo “Unimpeachable at law”, ovvero colui che sfugge all’impeachment, tradotto più o meno sarebbe pari a dire “Nessuno può toccarlo, nessuno può fermarlo”. Malgrado non riportino alcuna firma si pensa che gli autori dell’irriverente poster siano un gruppo di studenti e professionisti, che da tempo negli Usa si definiscono “I nuovi carbonari”. L’operazione sarebbe costata 4 migliaia di dollari, ma i manifesti sarebbero solo l’inizio dell’offensiva.

GINEVRA BAFFIGO

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