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Venezia 66: i primi giorni del Festival cinematografico più antico del mondo

settembre 5, 2009 di Redazione 

La Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, giunta alla sua sessantaseiesima edizione, non ha avuto un incipit particolarmente brillante. Già da questi primi giorni, malgrado la sfilata sul red carpet di illustri esponenti della settima arte, da Werner Herzog a Shinya Tsukamoto, da Todd Solondz a Giuseppe Tornatore, sembra purtroppo che le aspettative saranno mestamente tradite. Il nostro critico, Attilio Palmieri, ci illustra le prime reazioni del Lido ai film in concorso. Sentiamo.

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Nella foto, i leoni d’oro a guardi del Lido

di Attilio PALMIERI

Dopo i primi tre giorni la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia inizia a disvelare le sue luci e le sue ombre, i suoi colori, i suoi volti, e come un fluido che entra in un recipiente rigido, si inizia a scoprirne la natura, le forme che fino a pochi giorni fa erano solamente potenziali.
È così che l’attenzione del primo giorno si divide tra due film che per diversi motivi attirano l’interesse di appassionati ed esperti: [REC] 2 e Baaria. Il primo deve la sua presenza al successo che i due registi, Jaume Balaguerò e Paco Plaza, sono riusciti ad ottenere con il film di cui questo veneziano è il sequel. REC è stato, sulla scia di Blair Witch Project, il capofila di una serie di film (Quarantine, Cloverfield ma non solo) girati completamente in soggettiva, con uno stile semi-amatoriale che si presta benissimo al genere di riferimento. Il sequel purtroppo non ne possiede inevitabilmente la stessa originalità e finisce per esagerare dal punto di vista narrativo con delle deviazioni demoniache che poco hanno a che fare con la materia originaria.
Il film di Tornatore ha avuto un successo di pubblico notevole quanto ben programmato: è stato il film d’apertura (era tanto ormai che non si apriva la mostra con un italiano), c’è stato in anteprima l’endorsement di Berlusconi (che è anche uno dei finanziatori del film) e in più l’opera riprende il discorso iniziato con Nuovo cinema paradiso un po’ di anni fa, ma con qualche stento e qualche lungaggine in più.
Il secondo giorno ha visto tra i protagonisti del concorso ufficiale uno degli autori più attesi della Mostra, il talento americano Todd Solondz, autore di culto per via dei suoi affreschi sulle contraddizione e sulle perversioni della società americana. Il suo film, Life During Wartime, ha il proposito abbastanza ambizioso di costruire un sequel del film probabilmente più riuscito del regista, Happyness, seguito però, realizzato con attori diversi. L’operazione ha sicuramente la sua ragion d’esistere, e il lavoro degli attori sui colleghi del precedente lungometraggio è pregevole, l’opera però lascia qualcosa a desiderare rischiando di cadere nel già visto ed inciampare nelle esagerazioni. Il secondo giorno ha offerto anche Lourdes, film in concorso della regista Jessica Hausner. L’intenzione è quella di raccontare, con uno sguardo distaccato e freddo, quasi documentaristico (che però spesso sfiora il televisivo), il percorso di una donna paralizzata che va a Lourdes con la speranza di ricevere il miracolo e ritrovare l’uso del corpo. Potenzialmente potrebbe essere una critica ad un certo modo di vivere la religione fatto di doveri e non sensazioni, interessi e non spiritualità, ma la mancanza di mordacità e una sceneggiatura quantomeno claudicante ne fanno un film poco riuscito. L’ultimo film in concorso della giornata è The Road, John Hillcoat, adattamento dell’omonimo romanzo (premio Pulitzer) di Cormac McCarthy, autore dell’ormai famosissimo Non è un paese per vecchi. Questo libro, a differenza di quello adattato dai fratelli Coen, ha una materia molto più refrattaria all’adattamento e le atmosfere nel passare dalla pagina scritta allo schermo cinematografico perdono di efficacia. Attraverso delle interessanti soluzioni visive Hillcoat mantiene a galla un film che avrebbe altrimenti fatto fatica ad essere anche solo godibile.
Il terzo giorno è quello di due autori che per diversi motivi sono dei veri e propri cult per la cinefilia italiana e non solo: Werner Herzog e Shinya Tsukamoto. Il primo viene a Venezia con tante polemiche (il film è l’adattamento del Cattivo tenente di Abel Ferrara, che ha fatto arrabbiare non poco il regista newyorkese) e tanta curiosità per un opera potenzialmente decisamente interessante. Purtroppo il modello di riferimento era troppo alto e il ricordo del film di Ferrara è ancora indelebile nelle nostre menti, nei nostri cuori e nella nostra carne e il film di Herzog (nonostante il regista tedesco si impegni non poco a cambiare registro) non può che essere deludente.
Tsukamoto invece riporta in vita il personaggio e il film che lo hanno reso celebre in occidente, quel Tetsuo che tanto aveva rivoluzionato nel mondo del cinema quanto a immaginario cyber-punk. Purtroppo lo fa tanto tempo dopo quando tanta cose sono cambiate e altrettante se ne sono viste al cinema, ma soprattutto ne fa un remake americano che perde tutti i pregi che aveva il film originale. Si può dire con tranquillità che si tratta della nota più infelice del concorso ufficiale.
Tirando un po’ le somme le conclusioni non sono per nulla positive e se il livello del Concorso dovesse continuare ad essere questo a fine Mostra potremmo ritrovarci a parlare di una delle edizioni più deludenti di quello che (è sempre bene ricordarlo) è il più antico festival di cinema del mondo.

ATTILIO PALMIERI

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