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Diario Politico: Per il New York Times “Boffo è l’ultima vittima di Berlusconi”

settembre 3, 2009 di Redazione 

Il caso Boffo sta avendo una risonanza ben più vasta del previsto. Come si evince dal titolo del nostro Diario Politico di stasera, il caso ha già incuriosito la stampa d’oltreoceano, la quale non temporeggia sul farsi una chiara posizione. Ma in questa edizione troverete anche Fini e la sua volontà di estendere il voto agli stranieri per le prossime amministrative, la prima settimana di scioperi contro i tagli alla scuola, la replica di Bruxelles in difesa dei propri commissari, ed ancora i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia discussi a Palazzo Chigi, ed infine, la commemorazione, a 27 anni dalla sua scomparsa, del generale Dalla Chiesa.

Nella foto, la sede del New York Times

di Ginevra BAFFIGO

L’Italia torna nel mirino della stampa estera anche in questo primo giovedì del mese. Stavolta il Bel Paese fa parlare di sé, in un’eco transatlantico, le cui vibrazioni son però tutt’altro che encomiastiche. Non è la Biennale, né il successo calcistico della serie A italiana, ma il caso Boffo a dominare le colonne del New York Times, che commenta le dimissioni del direttore di Avvenire, con un eclatante titolo: «Un giornalista italiano è l’ultima vittima di Berlusconi».
La preoccupazione che agita i piani alti del civico 620 di Eighth Avenue sono state palesate senza troppi ricami esegetici «Nell’ultimo round di un litigio sempre più feroce, senza usare i guanti, tra Chiesa e Stato, il direttore cattolico si è dimesso, pochi giorni dopo che un quotidiano, legato al premier Silvio Berlusconi, lo aveva accusato di essere un omosessuale destinatario di una causa legale per molestie». Questo quanto si legge nell’articolo di oggi, secondo cui il messaggio dell’attacco del Giornale sarebbe stato adamantino: «un quotidiano cattolico dovrebbe stare attento a non criticare la vita privata del premier». Ma l’analisi del giornale newyorkese non si limita a registrare il fatto, ma ne approfitta per allargare il panorama alla polemica che è seguita alle dimissioni del direttore di ‘Avvenire’, in quanto «critici ed alleati dicono che Berlusconi si sta gettando in acque pericolose, creando un ambiente dove ogni tipo di criticismo è visto come slealtà ». Sempre da giornalisti anglofoni partono accuse volendo ancor più forti, ma soprattutto ancor più accorate. Come si legge sul sito web de ‘The Times, dove un ampio spazio dedicato alle dimissioni di Dino Boffo viene emblematicamente intitolato «Il direttore cattolico Dino Boffo si dimette dopo gli attacchi “omofobici” del giornale di Berlusconi». Fra le reazioni a cui il giornale inglese ha voluto dare maggior risalto vi sono quelle dei politici e degli alti prelati, ma fra tutte spicca quella di «un esultante» Vittorio Feltri, il cui editoriale ha fatto da scintilla a questo incendio di fine estate. Il direttore de ‘Il Giornale’ viene qui ritratto mentre vittorioso afferma ciò che dal regno di Elisabetta II sembra un delirante nonsense «è la prima vittoria nella battaglia», ma Il Times si affretta a rimarcare solenne «al prezzo di una disastrosa crepa tra Berlusconi e il Vaticano, che aveva sostenuto Boffo».

Fini auspica una riflessione sul voto agli stranieri. La terza carica dello Stato continua a destare lo sgomento dei suoi compagni di partito e di coalizione. Se ieri si era contraddistinto per la chiara posizione presa a favore di Dino Boffo, oggi lo fa invitando il Parlamento, che a giorni vedrà riprendere a regime i lavori delle Camere, a riflettere sull’ipotesi di ”estendere agli stranieri il diritto di voto” alle amministrative. Intervenendo all’incontro nazionale delle Acli (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani), tenutosi stamani a Perugia, Fini crede sia giunto il momento di ragionare sull’evoluzione del concetto di cittadinanza; ed in particolare circoscrive la riflessione all’eventualità che questo sia sufficiente ”a favorire l’integrazione dei lavoratori stranieri e delle loro famiglie nel tessuto sociale”. Guardando alla Lega, le cui posizioni a riguardo sono sin d’ora palesi, chiarisce la propria posizione: ”Serve una discussione seria, senza cedere a tentazioni propagandistiche in vista delle amministrative”.

Quando la riapertura delle scuole mette più ansia ai professori che agli studenti. Con l’approssimarsi della riapertura delle scuole, sono riprese in tutta Italia le proteste dei precari della formazione. Ciò che sembrerebbe un ossimoro sociale è ormai una realtà fatta di numeri di piombo; il cui licenziamento massivo avrà infatti pesantissime ricadute sull’economia del pubblico prima ancor del privato. L’accordo presentato dal ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, prevede infatti una indennità di disoccupazione speciale rivolta alle migliaia di lavoratori e lavoratrici della scuola. I precari della scuola entreranno a pieno diritto nella di per sé pingue categoria dei disoccupati, e le cifre a tal riguardo parlano di un disastro micro e macro economico; 42mila tagli al corpo docente e dei 15mila al personale Ata.
La protesta ha ripreso ormai da una settimana e con molte probabilità non si arresterà neppure con il sopraggiungere dei primi freddi. Come si affretta a chiarire il presidente dei Comitati italiani precari, Maristella Curreli, «a noi non serve un “contentino”, ma il blocco dei tagli in corso» .”I contratti di disponibilità» sarebbero infatti poco più di un un palliativo per salvare dalla disoccupazione solo una piccola parte del popolo precario. A tal proposito si interroga infatti la Curreli con un disarmante «E tutti gli altri? Che fine faranno quelli che lavorano stabilmente anche da 25 anni ma su cattedre particolari, come educazione fisica o diritto ed economia, che garantiscono solo supplenze attraverso i presidi o spezzoni inferiori alle 18 ore? Sarebbe logico estendere il provvedimento a tutti i candidati primi nelle graduatorie senza vincoli». Ma l’appello non si leva solo dal popolo dei professionisti del sapere, che vedono vilipesa la loro determinate funzione sociale ormai da decadi nel Bel Paese. A sorpresa di tutti Franceschini si rivolge direttamente al Ministro della Pubblica Istruzione, e lo fa di propria iniziativa da Pisa; “questa cosa va fermata, sono mesi che lo diciamo – ha detto – tornino indietro, blocchino i provvedimenti di espulsione degli educatori dei nostri figli. Al ministro Gelmini dico una cosa molto semplice: facciamo un patto io smetto di andare sui tetti dei provveditorati e lei smetta di licenziare gli insegnanti”.

Bruxelles difende i propri commissari. Dopo le dichiarazioni del primo settembre, quando in quel di Danzica il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, aveva minacciato il veto dell’Italia, sottolineando il fatto che i portavoce della Commissione Ue devono evitare di pronunciarsi pubblicamente in merito all’operato del governo, si registra oggi la meditata replica del presidente della Commissione José Manuel Barroso. Questi rivendica il diritto-dovere dei portavoce di parlare, richiedere informazioni, esprimere pubblicamente le proprie preoccupazioni e si è definito egli stesso “intransigente difensore” della Ue. Nel corso di una conferenza stampa Barroso ha voluto infatti aggiungere “Poiché la Commissione è un organo molto originale, c’è qualcuno che non la comprende. La Commissione ha non solo il diritto ma il dovere di informare tutti i cittadini e lo fa tutti i giorni tramite i suoi portavoce. Io sono molto fiero del servizio dei portavoce della Commissione. Hanno tutta la mia fiducia ed il mio supporto. Sono intransigente sulla difesa della prerogativa delle istituzioni europee e della Commissione”.

Unità d’Italia: 150 anni dopo ancora problemi di bilancio. Stamani a Palazzo Chigi si è infine affrontata la spinosa questione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità di Italia che ricorre nel 2011, ma ancora una volta si spostata l’attenzione sulle tipologie dei festeggiamenti piuttosto che sui fondi necessari per le infrastrutture. Il susseguirsi dei richiami del Quirinale miravano esattamente a questa delicata questione erariale ma il Consiglio dei Ministri, sarà perché coloro che sedevano al tavolo sono di poco tornati dalle vacanze, i conti non li ha ancora chiariti. Gli intenti sono però più che lodevoli, così come palesato dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa; “il criterio principale è quello culturale, popolare e comunicativo”. E lo stesso ha voluto inoltre sottolineare come il mancato bilancio sia in realtà innovativo; “Finora- chiosa La Russa- tutte le celebrazioni sono state incentrate sui fondi necessari alle infrastrutture, come accadde nel cinquantesimo anniversario, quando ancora c’erano i Savoia” ed in alta chiosa finale “Ciò che è importante ora è il sentimento di unità nazionale, che è fatto di tante specificità. L’Unità nazionale non è in contrasto con le specificità”. Che però, a costo di sembrar venali e prosaici in questa sede a fronte di cotal nobiltà di sentimenti, il bilancio delle spese non è un aspetto trascurabile. Vi saranno infatti numerosi voci da dover coprire e le preoccupazioni del Capo dello Stato vertevano esattamente su questo punto, così come si legge a chiare lettere nella missiva inviata al Presidente del Consiglio. Domani comunque saranno lo stesso Silvio Berlusconi ed il suo ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, a chiarire i dubbi di Napolitano, recandosi personalmente al Colle.

A 27 anni dalla scomparsa del generale Dalla Chiesa il mondo politico esprime il suo commiato. Se in via Isidoro Carini si sono visti pochissimi cittadini, ma solo delle anonime corone di fiori coraggiosamente deposte sul luogo dell’eccidio, oggi il mondo politico all’unisono rivolge un malinconico sguardo alla figura di Dalla Chiesa. Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano ricorda il «sacrificio» del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, «e quello di tanti altri caduti per mano di mafia». Sono passati ormai 27 anni dall’agguato in cui persero la vita il prefetto «dei cento giorni a Palermo», la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente della polizia, Domenico Russo. Il Capo dello Stato, in una missiva recapitata al prefetto di Palermo, Giancarlo Trevisone, si esprime in questo modo: «Il sacrificio del generale dalla Chiesa e quello di tanti altri caduti per mano di mafia debbono restare vivi nella memoria di tutti ed imporre alle Istituzioni, alla società civile ed alle nuove generazioni una continua vigilanza contro le persistenti forme di presenza e di infiltrazione della criminalità organizzata, non meno pericolose anche quando meno appariscenti». Condividendo lo stesso spirito d’intenti il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha voluto partecipare alla cerimonia di Palermo, nel corso della quale ha detto «Dall’eccidio di Dalla Chiesa molte cose sono state fatte. È progredita l’azione di contrasto con misure efficaci contro il crimine, ma la vittoria finale non è ancora arrivata». Il titolare del Viminale ha voluto leggere inoltre alcune parole dell’ultima intervista che Dalla Chiesa rilasciò a Giorgio Bocca, le quali, vibrando ancora vive, hanno commosso l’intera platea. A presenziare la cerimonia anche il comandante generale dell’Arma, Leonardo Gallitelli, e il capo della polizia, Antonio Manganelli, il prefetto, Giancarlo Trevisone, il questore, Alessandro Marangoni, il comandante della Legione carabinieri Sicilia, generale Vincenzo Coppola e il comandante provinciale, Teo Luzi. Presenti, tra gli altri, il presidente dell’Ars, Francesco Cascio, l’assessore regionale alla Sanità, Massimo Russo, il vice sindaco di Palermo, Francesco Scoma, il presidente della Provincia, Giovanni Avanti, l’arcivescovo di Palermo, monsignor Paolo Romeo. Alla cerimonia nella caserma dei carabinieri, intitolata a questa illustre vittima della mafia, era presente anche Simona Dalla Chiesa, la figlia del prefetto. Ma i messaggi sono arrivati dall’intero mondo politico dal presidente del Senato, Renato Schifani, da quello della Camera, Gianfranco Fini, dai ministri Ignazio La Russa, Angelino Alfano e Stefania Prestigiacomo.

GINEVRA BAFFIGO

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