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Brogli elettorali in Afghanistan: Abdullah accusa Karzai del “delitto più grave; rubare il voto delle persone”

agosto 31, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana continua a guardare con attenzione quanto sta accadendo in queste ore a Kabul, il crocevia dell’Asia centrale. Passati ormai più di dieci giorni dalle elezioni presidenziali, si registra il moltiplicarsi delle denunce di brogli. La democrazia che, noi occidentali, pretendevamo di portare con una guerra, sembra non aver messo radici nella tormentata terra afghana. Ma vediamo ora, nel dettaglio, cosa è successo in questi giorni e che cosa metterebbe in dubbio la legittimità di queste elezioni. Il servizio, di Désirée Rosadi.

Nella foto, Abdullah Abdullah

di Désirée ROSADI

A più di dieci giorni dalle elezioni, in Afghanistan non è ancora stato decretato il nome del prossimo capo di Stato. Il conteggio dei voti è andato a rilento e negli ultimi giorni sono cresciute le denunce di brogli: un portavoce della Commissione Elettorale Indipendente, Ahmad Muslim Khuram, ha dichiarato che il totale dei ricorsi ammonta a 2.564. Le denunce sono tutte attendibili e potenzialmente in grado di stravolgere l’esito della consultazione; le indagini, è stato assicurato dal portavoce, saranno approfondite, e i risultati definitivi non saranno divulgati senza l’autorizzazione della Commissione. Tra i sospettati c’è anche il presidente uscente, Hamid Karzai. Addirittura, Abdullah Abdullah, rivale diretto, ha mostrato ai giornalisti il video di un presidente di seggio che depone personalmente una manciata di schede nell’urna e ha definito quello di Karzai come “un regime di stampo mafioso, che ha commesso il delitto più grave, rubare il voto delle persone”. Insomma, sembrerebbe che queste elezioni non avranno un esito facile. Il risultato potrebbe essere scontato: per adesso, con il 17% delle schede scrutinate, Karzai ha il 44% delle preferenze, contro il 33% di Abdullah. A porre degli interrogativi sulla legittimità del voto è il dato dell’affluenza è il 30-35%, la metà scarsa dei votanti del 2004.
È facilmente comprensibile quanto il meccanismo elettorale non riscuota molto successo nel Paese. Assicurare delle operazioni corrette e controllate non è facile, nonostante la buona volontà delle truppe occidentali di stanza in Afghanistan. Probabilmente quello dello Stato afghano non è un sistema trasparente: il semplice fatto che si descriva Karzai come un mafioso non è molto confortante. Per capire quali sono le vere cause del fallimento elettorale bisogna risalire alla storia del Paese, caratterizzata da un’alternanza di conquiste e sottomissioni da parte di gruppi tribali nomadi nei confronti delle popolazioni sedentarie. La stessa conformazione statuale, nel senso moderno del termine, ha avuto origine con la nascita di una sorta di impero della tribù pashtun (a cui appartiene Hamid Karzai) verso la metà del Settecento. Dalle tribù nomadi si è poi passati a quelle colonizzatrici dell’Unione Sovietica, che nel 1979 invase il Paese per contrastare l’influenza filo-occidentale pakistana in Afghanistan, e degli Usa, finanziatori della guerriglia islamica insieme ai sauditi. Tuttavia, stiamo parlando di un’entità statuale che non ha niente a che vedere con il nostro concetto di Stato: fino alla caduta del regime dei talebani il potere reale è rimasto nelle mani dei capi tribù, che da sempre hanno scelto il detentore del potere. Il modello statuale, gerarchizzato e quindi stratificato, di fatto limita il sistema tribale, composto da gruppi concentrici e spesso permeabili, che accomunano le persone. Senza entrare nell’antropologia accademica, è palese come l’applicazione del modello occidentale di rappresentanza e di partecipazione elettorale in un Paese essenzialmente tribale sia un’impresa ardua e prematura. Staremo a vedere.

Désirée ROSADI

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