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Il ritratto del personaggio della settimana. Il ritorno del nostalgico Veltroni.

agosto 28, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana anche questa settimana vi propone l’appuntamento con il nostro vicedirettore, che in questo crepuscolo d’agosto, ha deciso di proporci il ritratto dell’ex sindaco di Roma, nonché ex leader del Pd. Walter Veltroni dopo aver lasciato nelle mani di Dario Franceschini la sua creatura politica, il Partito Democratico, è tornato a pronunciarsi proprio in questi giorni, dopo una lunga pausa di riflessione nostalgica. Malgrado la grande delusione, quest’uomo apparentemente mite, ma assolutamente caparbio, ha deciso di tornare ad assecondare la sua vocazione politica e Luca Lena ne ha approfittato per regalarci, ancora una volta, il brillante ritratto di uno dei personaggi più insidiosamente complessi del panorama politico italiano. Da non perdere!

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Walter Veltroni illustrato da Pep Marchegiani. Le altre illustrazioni di Pep Marchegiani le trovate all’indirizzo http://www.facebook.com/album.php?page=1&aid=99866&id=98545761244#/pages/Pep-Marchegiani/98545761244

di Luca LENA

Spesso si dice che dall’esterno la visuale sia migliore. Si dice che allontanandosi dall’obiettivo principale la panoramica permetta una valutazione più accurata della scena. Ne deriva dunque una logica contraddittoria secondo la quale da una maggiore distanza si potrebbe ottenere una più precisa capacità di giudizio. Questo è in parte ciò che sembra ricalcare la figura di Walter Veltroni, segretario del PD fino alle dimissioni del 17 Febbraio 2009 in seguito alla sconfitta del partito alle elezioni regionali in Sardegna. Quando annunciò l’abdicazione dalla leadership del partito che aveva plasmato secondo un originale e, in parte, criticabile buonismo, le parole di commiato somigliarono alla rassegnazione vittimistica di chi è costretto ad assumersi responsabilità di ruolo, mentre in fondo alla coscienza strideva l’amarezza per non aver saputo traghettare il completo bagaglio culturale che gli competeva. Appare malinconicamente protesa al futuro la figura di Veltroni, uomo politico, scrittore e giornalista. Infine, ex sindaco di Roma, forse il più grande rimpianto della sua carriera, ancor più del fallimento con il PD. Ferocemente legato alla capitale, un’affezione quasi poetica per la sua città, che gli ha offerto la carica di sindaco con le più alte percentuali mai riscontrate, ed ha saputo confermare la stessa fiducia verso un uomo caparbio, stilizzato nella rigidità della forma, e per questo sostenuto in una solidità caratteriale e morale che ogni politico dovrebbe asservire. Ciò che in città riusciva ad emergere come pura presenza di spirito ed abnegazione lavorativa, nel marasma della realtà nazionale evidentemente non bastava. Poiché Veltroni è un lavoratore, un operaio della politica, amava e ancora ama con passione la cosa pubblica, così come il contatto con la gente, il farsi sentire vicino ai bisogni ed alle voci dei cittadini che chiedono non solo la speranza ma la concreta possibilità di veder esaudite le proprie richieste. Anche annunciando l’abbandono dal palcoscenico parlamentare Veltroni ha sempre ribadito che l’interesse per questo complesso e ingannevole mondo non sarebbe mai svanito. Così come probabilmente dovrebbe essere per tutti coloro che affrontino una prospettiva professionale avvertendone la vocazione, e non come canoniche ore d’ufficio da esaurire per infognarsi nei dimenticatoi domestici. Veltroni giunse alla guida del PD con il petto gonfio di volontà, aspirazione, ambizione e desiderio. E lo fece calandovisi con la propria faccia, attraverso le proprie peculiarità, senza tratteggiare figure del passato ma semplicemente esprimendo se stesso sotto l’aura immacolata di un vento nuovo, che avrebbe dovuto spazzare via la gerontocratica e passiva politica attuale. Ma le cose non funzionarono come sperava. E non solo per l’ormai proverbiale crisi identitaria della sinistra, impegnata a costruire barricate all’interno del proprio castello, frammentando la coalizione in fazioni interne invece di aggregarsi in una comune consapevolezza. Lo stesso Veltroni non fu in grado di gestire una delicata situazione politica, quest’ultima ormai immersa nella pantomima dell’apparenza da non riuscire a riconoscere il male minore tra le sempre più omogenee varianti che si propongono. Veltroni sapeva che avrebbe dovuto differenziarsi da Prodi, il suo sfortunato predecessore, per liberarsi della macchia rovinosa del passato. Allo stesso tempo era conscio di dover pescare nel mare incontaminato degli indecisi, cercando un compromesso tra la feroce polarizzazione verso sinistra e la critica agli avversari del fronte opposto. La campagna elettorale per le politiche del 2008 divenne un concentrato di conflitti e strategie che si incepparono nel tentativo di far funzionare un meccanismo troppo complesso. In molti ritengono che la strategia di attaccare Berlusconi con un vigore nuovo avrebbe avuto successo se fosse stata esternata più esplicitamente. Mentre Veltroni scelse di non nominare mai il leader del PDL, inseguendo un provocatorio scherno verso un personaggio troppo ingombrante per essere sconfitto con finta indifferenza. Ciò che ne scaturì fu l’astio iroso delle truppe di destra, il timido ma inconcepibile appoggio dei suoi estimatori, e il fomentarsi lento ma costante di un sentore di presunzione coltivato della prelibata fetta di indecisi e atei politici. In più, la scelta di abbandonare la sinistra estrema, considerata un pericolo per la stabilità di una eventuale governance, fu solo in parte edulcorata dall’affiliazione con Di Pietro poiché, anche in questo caso, l’accordo nacque da un assennato realismo, in seguito all’originario ma illusorio proposito di correre da soli per il governo.
Dopo la sconfitta alle urne Veltroni capì le differenze con la realtà localizzata della città, che obbliga a muoversi con maggior precisione e rapidità ma che concede spazi per tirare il fiato, e non traduce i formalismi più insignificanti in dietrologie da cui trarre pensieri e volontà nascoste. Fu scoprendo l’estensione ed il riverbero della figura pubblica, costantemente accerchiata da avvoltoi, che Veltroni cercò in qualche modo di reagire. Andò a ripescare in soffitta la concezione anglosassone del “governo ombra”, esponendosi da solo al plotone d’esecuzione della maggioranza, la quale non evitò di infierire con l’empio umorismo di chi, già in cima alla vetta, dileggia chi ancora si affanna nella salita. Una salita che Veltroni percorse a mani nude, senza sostegni, né imbracature e che alla fine si tradusse in sabbie mobili in cui perse ogni carattere orgoglioso; per un attimo smarrì perfino la stessa passione per la politica, così ingiusta e irriconoscente, così lontana dall’essere quel toro addomesticato che l’ex sindaco di Roma immaginava. Lontano dall’aver in mano il gruppo di partito e inviso ad alcune eminenze interne, la spaccatura intestina pareva ormai inguaribile, eppure è difficile ammettere un fallimento quando la missione non è il mero frutto della caccia al successo. E’ difficile accettare di sobbarcarsi le responsabilità di un crollo quando non si è avuto la possibilità di mostrare tutto quello che si poteva dare. Ma gli innegabili errori di facciata, di strategia politica, le incongruenze con un elettorato sempre più confuso e la scarsa propensione alla semplicità dialettica verso il popolo, hanno costretto Veltroni in un bunker di commiserazione che non poteva eludere. Così la fierezza di un uomo imbevuto di dovere etico e bigottismo bonario somiglia alla confessione forzosa di un torturato, che non può fare a meno di cedere alle volontà della ragione e del dovere.
Dopo il congedo dal mondo politico Veltroni è sparito per alcune settimane, continuando ad essere bersaglio di invettive e maligne espiazioni in un partito che continuava a traballare nella morsa politica del paese. Questa settimana ha parlato lontano dai microfoni che contano, senza alcuna aspirazione parlamentare, ma solo con la gola secca di chi ancora è fanaticamente legato al mondo che ha dovuto abbandonare ma verso il quale non riesce a far tacere l’animo fibrillante. Così, senza rendersene conto, è tornato ad essere politico, ma l’ha fatto sotto una luce nuova, che spiazza e stupisce per gli argomenti che oggi infrange senza difficoltà, mentre in passato, quando avrebbe avuto armi e potere per agire, non è riuscito a innescare dibattiti in tal senso. Ha parlato del conflitto d’interessi, con un postumo mea culpa per il fatto che la sinistra ne abbia sottovalutato la portata; e infine di Berlusconi e di se stesso, arrivando ad accomunarsi al leader del PDL in quanto entrambi, a suo dire, non sarebbero stati il male assoluto del paese e del PD rispettivamente. Ma ormai lo si scopre dire tutto questo con l’aria disinvolta e nostalgica di chi la politica può solo raccontarla nei libri, l’ultima pubblicazione si chiama “Noi”, un romanzo che parla di vita e politica, un po’ come Veltroni, autentico uomo, sognatore e politico, forse ingenuamente moderno per sopravvivere nella giungla post-ideologica di oggi.

LUCA LENA

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