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Israele, gli insediamenti illegali e l’oro blu

agosto 27, 2009 di Redazione 

In merito al drammatico conflitto israelo-palestinese sembrerebbe che un primo importante passo sia stato fatto. A seguito di un incontro tra Benjamin Netanyahu e George Mitchell, verrebbe perciò confermato quanto pubblicato dal giornale di lingua ebraica Haaretz questa mattina: il raggiungimento di un accordo tra Tel Aviv e Washington per sospendere l’espansione delle colonie ebraiche in Cisgiordania. Restano comunque in sospeso importanti questioni; prima fra tutte l’accesso alle risorse idriche. Ce ne parla nel dettaglio la nostra Désirée Rosadi.

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Nella foto, insediamenti israeliani

di Désirée ROSADI

Dopo l’invito espresso nei mesi scorsi da Barack Obama a fermare la costruzione degli insediamenti in Cisgiordania, ieri è arrivata la risposta del premier israeliano Benjamin Netanyahu, il quale si trovava in visita a Londra. Per l’occasione ha incontrato l’inviato speciale degli USA George Mitchell, al quale ha proposto la sua posizione: Israele è disposto a interrompere l’edificazione delle colonie per un periodo di tempo di nove mesi, durante i quali auspica un incontro con Abu Mazen, presidente palestinese, per discutere sul futuro degli insediamenti. Probabilmente, il congelamento definitivo proposto dalla presidenza americana è un passo ancora troppo lungo da compiere, e il punto di incontro avanzato da Netanyahu non è cosa da poco. Va ricordato però che, per essere attuato, l’accordo dovrà seguire un certo iter: innanzi tutto gli americani esprimeranno le loro condizioni nel corso dell’incontro della prossima settimana a Washington tra Mitchell e due inviati israeliani, dopodiché Mitchell tornerà a Gerusalemme nella seconda settimana di settembre per finalizzare il patto.
La soluzione prospettata da Netanyahu sembrerebbe una reale apertura verso la politica estera di Obama, ma è provvisoria. Inoltre, la costruzione di circa 2.500 nuove case sarebbe esclusa da questo provvedimento. È anche vero che, dall’occupazione dei territori palestinesi da parte israeliana nel 1967, di progressi non se ne sono visti, e la semplice proposta di congelamento appare agli occhi dell’opinione pubblica mondiale come un miracolo. Va ricordato, per la cronaca, che numerose comunità abitate da israeliani si trovano in Cisgiordania, area controllata dall’Autorità nazionale palestinese, ma di fatto amministrata militarmente da Israele, a Gerusalemme est e sulle Alture del Golan, tutte zone oggetto di disputa territoriale. E sono insediamenti illegali, come è confermato dalla Corte internazionale di giustizia e dalle numerose condanne pronunciate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: l’esistenza di queste colonie di popolamento violerebbe, infatti, la Quarta Convenzione di Ginevra e lo Statuto di Roma. Non solo: le costruzioni calpesterebbero anche le norme israeliane, che dovrebbero perseguire chiunque edifichi in un terreno di proprietà palestinese.
Al di là delle inevitabili denunce che vengono avanzate dalle massime autorità internazionali, e da chi osserva e tutela il rispetto delle leggi internazionali, una degna trattazione della questione non può non prendere in considerazione l’elemento “acqua”. Il fatto che gli israeliani scelgano di insediarsi in prossimità delle Alture del Golan e lungo il corso del fiume Giordano, prima che si tuffi nel Mar Morto, non è un caso. È risaputo che l’area dello Stato d’Israele e la Palestina sorgono in una zona quasi totalmente priva d’acqua potabile, e che l’unica riserva utilizzabile è quella delle acque del Golan, che scendendo a valle acquistano sempre più salinità. Dal 1967 gli Israeliani controllano tutta l’area montuosa, che in principio appartiene alla confinante Siria: la restituzione, infatti, non è mai avvenuta. Il governo israeliano, controlla, in questo modo, la totalità delle risorse idriche, comprese quelle della Cisgiordania, che è a tutti gli effetti territorio dell’Anp. E, a sua volta, la spartizione delle acque è diseguale. Ai palestinesi è destinata una parte minima della preziosa risorsa, scelta giustificata dal fatto che gli israeliani possiedono grandi aziende agricole, mentre i conterranei hanno un numero molto ridotto di coltivazioni da irrigare. Fino a che ci sarà bisogno dell’oro blu non potrà esserci alcun accordo in grado di sistemare la questione degli insediamenti illegali, e i buoni propositi sono soltanto tattiche diplomatiche.

Désirée ROSADI

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