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Il ritratto del personaggio della settimana. Alemanno e l’ombra di un incombente passato.

agosto 21, 2009 di Redazione 

E come ogni venerdì, il giornale della politica italiana vi propone il ritratto del personaggio della settimana, descritto, come sempre, dal nostro vicedirettore. Luca Lena ha scelto così di raccontarci il primo cittadino della città eterna; Gianni Alemanno. Ripercorrendo quel suo vincolante passato politico, di cui tuttora si intuiscono gli echi, il sindaco di Roma si è contraddistinto per un fare politica all’insegna di una saggia, e talvolta ingegnosa, ostinazione. Da non perdere!

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Nella foto, Gianni Alemanno

di Luca LENA

L’attuale sindaco di Roma Gianni Alemanno nasce a Bari nel 1959 ma vive nella città eterna sin dalla prima adolescenza. E della capitale ha assorbito i tratti caratteristici sia della metropoli intrisa di traffico e sventagliata dalla movida, sia dei fasti antichi d’imperiale memoria. Così come la città si trova in mezzo ad un duplice ed indissolubile contrasto, anche Alemanno somiglia alla crisalide che non può compiere la definitiva evoluzione senza rinnegare una parte del passato. Da sempre vicino ai movimenti di destra, sul finire degli anni ‘80 il primo cittadino romano aderisce al Movimento Sociale Italiano, dove entra in contatto con Gianfranco Fini. Sarà proprio quest’ultimo a cedergli la segreteria del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile in seno al partito. Qui Alemanno si impone con una filosofia nazionalista, fino ad essere eletto nel 1990 al Consiglio regionale del Lazio. Quando Fini sceglie di cambiare rotta con la cosiddetta “svolta di Fiuggi”, Alemanno intuisce l’occasione per liberarsi dei vecchi estremismi, ormai anacronistici e disprezzati dalla maggior parte degli elettori. Seguendo il progetto di Alleanza Nazionale con le stesse prospettive del leader, Alemanno sembra però distinguersene attraverso un diverso approccio professionale, con meno ingerenze negli ingranaggi parlamentari, ma più interessato ad iniziative culturali e di volontariato, intese ad evidenziare l’unità nazionale del paese e l’italianità nelle più variegate sfaccettature: dall’ambiente, al lavoro, fino alla divulgazione politica con l’associazione “Area” fondata assieme a Storace, parallelamente all’omonimo mensile di cultura e attualità. Dopo la parentesi come Ministro delle politiche agricole e forestali sotto il governo Berlusconi, nel 2004 diventa vicepresidente di AN e due anni più tardi si candida per le amministrative come sindaco di Roma, ma viene sconfitto da Walter Veltroni che ottiene la riconferma. Sarà solo nella primavera del 2008 che Alemanno tenterà una nuova candidatura a sindaco della capitale, in seguito alle dimissioni di Veltroni in procinto di guidare il PD alle elezioni governative. Stavolta riuscirà a spuntarla con una campagna elettorale innovativa, improntata sul cambiamento di una città in degrado e sempre meno sicura. Ma per quanto la vittoria non abbia lasciato dubbi, qualche polemica si innescherà il giorno dell’insediamento a causa di alcune frange di estrema destra tra la folla, pescate a festeggiare l’elezione con il saluto romano. Episodio prontamente deplorato dal sindaco, che si affretterà inoltre a rinunciare al posto da parlamentare per concentrarsi unicamente sulla sua città. Ed è già in questo periodo che l’attività di Alemanno, tra promesse e attuazioni per un cambiamento necessario, cozza con gli strascichi del passato. L’inflessibilità quasi impassibile con cui il sindaco tratteggia i provvedimenti, l’aria canzonatoria del goliardico studente – a metà tra l’arroganza remissiva e la volitività distaccata di chi detiene una convinzione da portare avanti – Alemanno in tutto questo mostra un distacco quasi disumano vista la politica moderna. Tuttavia, nel sindaco di Roma, il groviglio di pensieri che tracciano parabole tra un’epoca antica difficilmente estirpabile e la necessità inevitabile di distaccarsene per seguire la corrente moderna, sembra essere attorcigliato nel suo sguardo protervo e intelligente. Un politico che vuol sfiorare i tasti giusti del proprio pianoforte, senza esagerare nell’estroversione, per non finire coinvolto in fuochi incrociati che, in ruoli di delicata responsabilità, evidentemente non sono graditi. Come quando accennando al fascismo, scelse di calarsi in un distinguo pericoloso, rinunciando a definirlo un male assoluto, scatenando le ovvie ire delle comunità ebraiche, nonché di alcuni esponenti del PD. Alemanno provò a correggere il tiro definendo la questione più complessa e appellandosi alla fuorviante interpretazione giornalistica delle sue parole, ma decise comunque di tirarsi fuori dalla polemica ribadendo la condanna alla tragedia storica di tutti i totalitarismi. Non servì a molto neanche la solidarietà di Fini, in cui il consolidamento di una nuova moralità e razionalità politica sembra ormai essere appurata anche tra le frange più scettiche del paese. Ma se per il Presidente della Camera il ruolo istituzionale finisce per essere una feritoia da cui sparare senza essere visti, Alemanno è consapevole dei rischi che si corrono sul bordo franante di un dirupo. E’ inoltre radicata in lui la propensione ad evitare la rissa verbale, pur non avendo mai lesinato scontri dialettici a distanza. Sin dai primissimi anni in cui, ancora infervorato dall’orgoglio filo-nazionale delle prime esperienze politiche, trovò da rinfacciare critiche verso il nascente partito di Umberto Bossi, il quale lentamente si faceva largo tra le maglie spelacchiate dell’emaciata prima Repubblica. Mentre oggi si ritrova a condividere con alcuni esponenti della Lega Nord, non solo la coalizione di partito ma perfino iniziative inerenti la sicurezza di Roma, come i presidi appoggiati dal Ministro Maroni, atti a garantire protezione nella città eterna con pattuglie di trecento militari. Inoltre la mano pesante sulla questione immigrazione con lo smantellamento di alcuni campi nomadi, da una parte per garantire scolarizzazione a chi ne necessiti, dall’altra per espellere gli irregolari.
Ma in mezzo a tutto questo salta fuori l’ultima scintilla d’agosto, in questa calda ma povera estate italiana. Il mezzo bisticcio tra il sindaco romano e Gasparri riflette il sentimento di uomini e politici che avvertono sempre più debole la scomparsa di un movimento, quello di Alleanza Nazionale, ormai “schiacciato sul governo e su Berlusconi”. A distanza di mesi dalla fusione nel PDL, l’agonia di AN sembra essere ancora legata alle vane ma insopprimibili lamentele di chi ha soffocato un’indipendenza partitica nella prospettiva di un futuro che tarda a venire. E la risposta sibillina di Gasparri, il quale suggerisce ad Alemanno di parlare meno e ascoltare di più i consigli degli alleati, è esattamente l’ultima timida prova dell’esistenza di un’ala interna debole ma che ancora non si è lasciata morire. Così, sembra quasi che Fini e Alemanno si siano allontanati dalla gestione di un partito che avevano visto crescere sin dai primi vagiti ma che, nella consapevolezza di vederlo svanire, abbiano accettato senza troppe mortificazioni ruoli apparentemente lontani dal cimitero in cui ancora si rovesciano lamenti. Alemanno, dunque, non è poi molto dissimile da Fini; entrambi corrono lungo un binario parallelo che offusca qualsiasi sentore di vicinanza, accomunati dalla stessa stazione di partenza, ma portati a giustificare un tragitto agli antipodi indirizzandosi verso obiettivi diversi. Tuttavia, il loro più stretto legame riguarda ancora gli indistinguibili recessi giovanili in cui sono seppellite le rispettive convinzioni politiche, ancora troppo vive e zampillanti perché cancellino l’orgoglio e l’istinto di una vera natura politica.

LUCA LENA

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