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***Il dibattito*** SCRITTORI SENZA STATUS di FABRIZIO ULIVIERI

agosto 19, 2009 di Redazione 

Ha dato il là un’intervista a Goffredo Fofi su “Repubblica”: “Non esistono più i mediatori e i sollecitatori – sostiene Fofi – e la società letteraria produce ormai solo merce. Intrattenimento”. Le cause? “L’individualismo diffuso e la cultura del narcisismo”. La prima risposta è di Francesco Borgonovo su “Libero”: “Il pubblico si educa da solo e se sceglie di guardare il Dottor House invece di leggere De Cataldo è perché le serie tivù sono più belle della maggior parte dei nuovi romanzi italiani”. Oggi tocca a Fabrizio Ulivieri, scrittore e intellettuale fiorentino, intervenire in questo confronto a distanza sullo stato di salute della letteratura da noi. E lo fa dalle colonne del giornale della politica italiana, che sceglie per proporre la sua visione a metà tra quella di Fofi e quella di Borgonovo. Sentiamo.

Nella foto, Antonio Scurati e Tiziano Scarpa, finalisti al Premio Strega

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di FABRIZIO ULIVIERI

La società letteraria in Italia è morta? Allora evviva! Di parrucconi non se ne può più.
La televisione ci rimbambisce? E allora siamo proprio messi male!
Io vorrei seguire la via di Mezzo. E’ vero che ne ho le tasche piene di Moravia e Pasolini (anche se Ragazzi di vita e Una vita violenta e Mamma Roma e Accattone mi sono da sempre piaciuti) e pure di Calvino, Parise e compagnia bella…per me rappresentano gli anni del grigiume esistenzialista (scrittori noiosi come Sartre…, ma non certo Camus) che in Italia si confuse con il neorealismo.
Ma quegli anni erano felici mi chiedo? No, sono tentato di rispondere. Erano anni di una vita irreggimentata e formalizzata negli estremismi e nei manierismi.
Di quegli anni amo solo la musica e non certo quella italiana.
Sarei pure tentato di dire che ne ho le tasche piene di tutti questi thriller di oggi, soprattutto degli autori.
Oggi se non scrivi thriller non sei nessuno. Moccia a parte.
Sarei pure tentato di dire che a me Moccia fa vomitare…ma poi ci ripenso. E mi chiedo: certo se questa gente vende milioni di copie allora hanno ragione loro e non io: e allora chapeau!
Perché dico questo? Perché io non sono contro il capitalismo. Il capitalismo ha un merito: i più bravi ce la fanno. Per loro c’è sempre spazio. Ed il mercato seleziona i più bravi da i meno bravi.
Chi vince (i.e.: chi guadagna di più e fa soldi) in questo sistema è quello che ha sempre ragione. Perché? Perché in questo sistema le proprie possibilità di espressione sono commisurate alle proprie capacità monetarie e viceversa. Dunque chi vince aumenta il suo capitale ma tambien incrementa le sue possibilità di godere di maggiore visualizzazione ed azione in questo mondo.
Ma io non disprezzo nemmeno certi punti di vista del comunismo. Forse amo più il comunismo a livello teorico che il Cristianesimo: perché il Cristianesimo vede la morte come un bene, il comunismo come un male.
Il Cristianesimo pone la morte nella vita per la speranza di un ipotetico Bene futuro, il comunismo pone la vita nella morte in attesa di una resurrezione scientifica dei padri che si sono sacrificati per il progresso ed il bene dei figli: a che scopo Lenin se ne starebbe lì a Mosca tutto disteso se non aspettasse la scienza che lo resuscitasse?
Ma soprattutto a me piace che nel comunismo, come dice un filosofo postcomunista, “il materialismo dialettico pensa l’unità di A e Non-A. Se A è un progetto, Non-A è il contesto di questo progetto. Puntare unicamente sul progetto A significa agire unilateralmente, perché si finisce per ignorare il contesto di questo progetto, cioè Non-A”.
Allora non disprezzo la letteratura d’intrattenimento e non disprezzo neppure i thriller (se non altro ci hanno insegnato che nello scrivere la tensione, la Spannung, è fondamentale per sviluppare una trama: di qualsiasi tipo) e soprattutto rispetto molto chi riesce a vendere migliaia (milioni) di copie, ma neppure chiudo gli occhi davanti alla superficialità di questa letteratura.
Gli scrittori classici giapponesi hanno il merito di cogliere le profondità della vita dalla superficie, da un semplice gesto o da un semplice segno; gli scrittori classici russi all’opposto portano in superficie le profondità nascoste (dell’anima, della vita, dell’inferno che è dentro ognuno di noi).
E gli scrittori italiani che colgono, che portano in superficie?
A mio avviso ben poco. Ripetono e sono ripetitivi. Non sono innovativi. Forse sta facendo più sforzi di innovazione il cinema italiano di quanto ne stia facendo la letteratura italiana post-società letteraria.
Perché non si ritorna ai grandi temi della vita senza la pesantezza degli anni Sessanta e Settanta? O perché non si tramuta l’estrema superficialità e monotonia ripetitiva dei nostri scrittori contemporanei in una maggiore profondità d’analisi pur senza perdere di vista il mercato? Dato che per fare lo scrittore professionista alla fine si deve pur sempre vendere, come per fare l’atleta professionista alla fine si deve pur vincere qualcosa. Altrimenti chi gli fa un contratto?
Perché non si dice che leggere non fa assolutamente bene se si legge Sophie Kinsella o Clive Cussler? Ci intrattengono è vero ma non ci insegnano nulla.
Non voglio dire che a me l’entertainment sia un parola che mi faccia inorridire, tutt’altro: io sono un sostenitore dell’entertainment. Ma non di quello troppo imbecille.
Si può fare entertainment anche intelligente.
Insomma voglio dire che a me che vendano migliaia di copie Rosita Celentano e Claudio Baglioni se da una parte non posso che scappellare uno chapeau! dall’altra un po’ il cuore mi si intristisce ed allora un po’ bacchettone lo devo diventare perché è chiaro che ormai ci si è spinti un po’ troppo in là ed un freno ci vuole.
Insomma senza ricostituire tante società letterarie un po’ di dignità professionale alla figura dello scrittore la vogliamo restituire oppure no?
Vogliamo ridare a questa figura un po’ di professionalità non certo accademica ma almeno tecnica e culturale o vogliamo chiamare “scrittore” chiunque imbratti della carta?
Perché allora Baglioni è “scrittore” e Moccia non è “cantante”?
Beh una ragione ci dev’essere. Forse la figura dello scrittore è stata fin troppo dequalificata in virtù delle esigenze di mercato.
Beh uno stop ora ci vuole, credo.

FABRIZIO ULIVIERI

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