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Il Lodo Bernardo. Quando i Conti (quelli della Corte) non tornano.

agosto 8, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana apre questa mattina con un interessante articolo di approfondimento in materia di Giustizia. Ginevra Baffigo, autrice del contributo, pone al centro dell’attenzione il neonato - e quasi totalmente passato sotto silenzio - Lodo Bernardo. L’emendamento al Dl anti-crisi che prende il nome dal suo promotore, l’onorevole Maurizio Bernardo, rischia secondo alcuni, di limitare l’iniziativa della Corte dei Conti e di riproporre lo schema già sperimentato nel caso delle intercettazioni, ossia quello di subordinare l’avvio di una indagine ad una “specifica e precisa notizia di danno”. Ma leggiamo meglio.

Nella foto, un giudice della Corte dei Conti

di Ginevra BAFFIGO

E’ curioso che non ci siano state manifestazioni di piazza, né che siano seguiti cori di polemiche. E’ curioso, per taluni sospetto; eppure l’emendamento proposto, ma non discusso, dall’onorevole Maurizio Bernardo è passato nella quasi totale noncuranza dei più. Forse lo stesso sarebbe successo al lodo Alfano; forse, silente, avrebbe ottenuto la licenza di dettar legge, senza che alcun rinvio a settembre ne inceppasse l’iter giuridico. Chiosano malignamente i detrattori della norma “se solo” non ci fosse stata una campagna del governo, durata mesi, a tutela del diritto alla Privacy, osannato, forse non a caso dalla maggioranza, malgrado questa sia l’era di Facebook, della televisione “generalmente intimista” e dei racconti biografici, se non direttamente autobiografici, che nelle librerie vanno per la maggiore.

La stessa sorte non è capitata a questo neo battezzato Lodo Bernardo. Al pari di quello effigiato dal nome dell’attuale guardasigilli, analogamente prevede un ridimensionamento dei poteri della magistratura. Ma in questo caso il timido emendamento dell’onorevole Bernardo ha concluso il suo iter; è stato promosso dopo una non troppo sostanziale revisione dal fittizio vaglio delle due camere, alle quali è stata infatti richiesta la fiducia, ed infine coronato dalla firma presidenziale. Ciò che però porta molti ad interrogarsi sulla vicenda è il nesso logico, o se si vuole puramente semantico; inserire un emendamento che, come dichiarato dal segretario dell’Associazione generale dei magistrati contabili, Francesco Schiltzer, «sconvolge il modus operandi del pm contabile inibendogli sostanzialmente l’attività di indagine preliminare», in quale modo potrà mai arginare la crisi economica, ragione prima del decreto legge, nonché del ricorso alla legislazione d’urgenza?
Nella fattispecie la magistratura contabile, ovvero la Corte dei Conti, secondo un modello già ipotizzato nel disegno di legge sulle intercettazioni, potrà esercitare l’azione soltanto di fronte a “specifica e precisa notizia di danno, cagionato per dolo o colpa grave”. Un ribaltamento, ormai ricorrente, che però in questo caso, getta ombre inquietanti sugli effetti che potrà avere. Come è noto la Corte dei Conti svolge infatti il ruolo di magistratura contabile della pubblica amministrazione; e perciò indaga sugli amministratori locali così come sull’operato delle più alte cariche dello Stato che gestiscono risorse pubbliche. In sede di controllo la Corte, con la forza di un titolo esecutivo, può introdurre delle modifiche, sospendere, e per giunta annullare provvedimenti di altri organi dello Stato, quando vi sia in essi un’insufficiente copertura finanziaria o un utilizzo non ottimale delle risorse pubbliche. L’istituto della Corte dei Conti, naturale evoluzione de les chambres des comptes, è inoltre condiviso dalla maggior parte dei paesi in cui vige il civil law, nei quali, attraverso lo stesso, si vigila per l’appunto sul corretto impiego del pubblico denaro. Sembra perciò illogico privare un organo così importante della libertà di indagare in un momento di crisi economica, in cui in tutto l’Occidente si cerca di rastrellare il possibile per fronteggiare gli effetti della stessa. Avere le prove di «una specifica e precisa notizia di danno», certi che quello stesso danno «sia stato cagionato per dolo o colpa grave», per poi finalmente poter avviare gli accertamenti, fa emergere delle lacune logiche, nonché drammaticamente procedurali, che preoccupano fortemente la magistratura.
Il procuratore generale della Corte dei Conti, Furio Pasqualucci, chiosa in merito alla vicenda palesando quello che lui ritiene essere l’intento “punitivo” nei confronti della Corte, “rea” di aver bocciato lo scuso fiscale (a detta di molti mero maxi-condono, entrato perciò con tutti gli onori tra gli ossimori legislativi adottati a fronte della crisi). Il Pg ha aggiunto inoltre che nelle15 righe dell’emendamento vi è una limitazione dell’area dei soggetti indagabili, che limiterà la Corte a perseguire il danno erariale nel caso «di uno degli organi previsti dall’articolo 114 della Costituzione o altro organismo di diritto pubblico». Queste dichiarazioni vanno inoltre inserite in un quadro più complesso che vede, fra accuse e sospetti, lo scontro fra il Pasqualucci ed il presidente, di nomina governativa, Tullio Lazzaro, per molti ritenuto l’ ideatore del suddetto Lodo, del quale sono già note le dimissioni dall’incarico a gennaio.
Altre zone d’ombra in merito agli effetti del provvedimento riguardano inoltre i delicati problemi in merito all’individuazione dell’illecito; quale altro organo potrà infatti distinguere tra colpa e dolo? e quale potrà rendere o meno procedibile l’inchiesta? Chi svolgerà le indagini, ora precluse alla Corte, e trarrà le conclusioni sulla esistenza del danno?
Lo svuotamento, di fatto, della funzione del pubblico ministero, il cui potere di direttiva delle indagini viene in tal modo trasferito al Governo, può dare in parte una risposta alle domande che sopra restano qui volutamente in sospeso.
Una voce dell’opposizione si è levata, solitaria, a tal proposito, dichiarando il “blitz”, sebbene a cont

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