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***L’intervento***SU UN CARRO-PONTE (NOTA SULL’INNSE) di CRISTIANA ALICATA

agosto 7, 2009 di Redazione 

Questa mattina il giornale della politica italiana vi propone un interessante intervento della giovane esponente del Pd Cristiana Alicata sulla spinosa questione dell’ INNSE di Milano. Dopo le recenti vicende, la Alicata ci offre una lucida riflessione – la sua lucida riflessione – sull’accaduto. Leggiamo insieme.

 

 

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Nella foto, Cristiana Alicata

di Cristiana ALICATA

Quanto sta accadendo a Milano, nella fabbrica dell’INNSE, sta colpendo l’opinione pubblica per la forma di protesta messa in atto dagli operai: lunga, scomoda e certamente molto testarda (loro stessi definiscono non pericoloso il carro ponte e chi sa cosa sia un carro ponte, può confermarlo).

Qualche piccola nota per dimostrare che dietro a tutta questa storia c’è la fallimentare cecità di molti imprenditorucoli italiani.

L‘azienda è stata acquistata nel 2006 (se ne vantò pure la Provincia di Milano!). L’attuale proprietario che sta smantellando il tutto, sostiene che l’azienda è fallita per colpa degli operai, perchè essi, non avrebbero approvato il suo piano di rilancio industriale.

Balle. Io che ho passato tutta la mia vita lavorativa nell’azienda meglio “rilanciata” del mondo, ho imparato che come dicevano le nostre nonne, il pesce quando puzza, puzza dalla testa. E così, infatti, l’azienda in cui lavoro è stata risanata. Cambiando parecchie teste. Non è la manodopera il costo più elevato. I costi più elevati, quando si ha davvero in testa un piano di rilancio a lungo raggio, provengono dalla mala gestione, dai cattivi investimenti, da un’incapacità commerciale o peggio, dall’incapacità di seguire il mercato. Poi quando si vende meno, niente di più facile che segare la manodopera.

Ma ci tengo a fare una precisazione.

1) la gravità della situazione all’INNSE, come in altre aziende che stanno contraendo forza lavoro o addirittura chiudendo, non riguarda solo l’incapacità industriale. C’è un evidente contrazione del mercato, anche se l’INNSE probabilmente, per la tipologia di applicazioni, potrebbe non risentirne se ben amministrata (ma bisognerebbe fare uno studio di settore e un analisi della concorrenza almeno a livello europeo, quindi questa ultima affermazione prendetela con le pinze)

2) detesto che in mezzo alla protesta degli operai ci si infili la guerriglia urbana no-global. Che non significa che chiunque (cittadini, associazioni, centri sociali) non debbano stare accanto agli operai. Detesto questi remake anni settanta, della serie questa estate invece di andare in barca sto a Milano a fare un pò di 1977. Non ha funzionato allora, in cui andava di moda. Non funziona adesso in cui il tutto sembra davvero solo atteggiamento vintage. Non porta la gente dalla nostra parte. Ed è questo che ci serve: il consenso dell’opinione pubblica, fare capire cosa sta accadendo. Non incrudire il dialogo con lo Stato, da chiunque sia governato, lo Stato, anche da questo puttanaio che ci ritroviamo.

3) sono convintissima che uno sforzo sinergico e tempestivo tra aziende e enti locali-Governo, possa impedire la chiusura delle fabbriche. Che si possa intervenire prima, per affrontare la riconversione del sito, così come la reintegrazione in altri settori della forza lavoro. Ma questo prevede una strategia industriale che preveda anche una strategia delle emergenze. In questo paese di strategie si vedono solo quelle per restare meno orizzontali possibile accanto al nostro premier. Ahimé.

4) esiste un lato umano in tutta questa storia, che la Cosa Pubblica, deve coniugare all’interesse economico. Esistono, oggi, non so quante migliaia di famiglie in cui almeno uno dei componenti: ha subito licenziamento, è in cassa integrazione, è in mobilità, non trova lavoro. In Italia sta accadendo qualcosa e l’Italia non è gli Stati Uniti. La gente che avete visto l’anno scorso uscire dai suoi uffici di Manhattan, con la scatola in mano, molto più facilmente ritroverà un lavoro di quanto non sia possibile farlo in Italia. In Italia esiste un problema di ricollocamento professionale.

5) mi piacerebbe che insieme ai sindacati si costruisse un piano strategico che tenga conto della ricollocazione e cominci a pianificare la riconversione dei settori in crisi.

Vi lascio un brivido di PPP che ha qualcosa a che fare con l’oggi. Ieri, lui, l’aveva definita “Profezia”. Vi prego, guardatelo e sentitelo tutto. Fa venire la pelle d’oca

CRISTIANA ALICATA

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