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Lungo Via D’Amelio alla ricerca del papello. Le dichiarazioni di Ciancimino e il duro lavoro di Lari

agosto 4, 2009 di Redazione 

Nel luglio del ’92 una serie di eccidi macchiarono le pagine dei nostri quotidiani; Falcone e Borsellino uccisi e con loro gli uomini della scorta. Effetto collaterale dell’essersi avvicinati troppo alla verità sulla mafia. Una verità che tarda ad essere svelata; 19 anni dopo sembra infatti che le indagini sulla strage di Via D’Amelio verranno riaperte; dopo le dichiarazioni di Riina (cui abbiamo dedicato la nostra attenzione giorni fa con un articolo di Attilio Ievolella) il quadro ora si complica e si articola in modo insospettabile anche per bocca di Massimo Ciancimino. Sentiamo.

Nella foto, Via D’Amelio nel giorno della strage

di Laura LIUCCI

Si profila ormai prossima la riapertura delle indagini sulla strage di Via D’Amelio in cui perse la vita, il 19 luglio 1992, il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. Sergio Lari, procuratore di Caltanissetta, e il vice Domenico Gozzo, stanno procedendo alla revisione degli atti in vista del trasferimento degli stessi alla procura di Catania, competente sulla vicenda. Le recenti acquisizioni da parte degli inquirenti riaprono infatti molti fronti caldi e non del tutto chiariti. La testimonianza del pentito Gaspare Spatuzza, autoaccusatosi di aver piazzato l’autobomba in Via D’Amelio, smentirebbe ad esempio le “verità” fino ad oggi prese per buone, ossia quelle legate alla responsabilità di Vincenzo Scarantino, e su cui si reggeva tutto l’impianto accusatorio e le ricostruzioni precedentemente prese per valide.
Questa ed altre novità sono alla base della probabile prossima riapertura dell’inchiesta, nella speranza di fare finalmente chiarezza su uno dei capitoli più bui della storia della prima Repubblica. Si riapre così la caccia sia ai concreti responsabili non individuati (dopo Scarantino ci si sta guardando intorno in cerca di errori simili), sia ai responsabili esterni a Cosa Nostra, da molti ritenuti individuabili solo facendo chiarezza sui presunti rapporti tra Mafia e istituzioni. In tale luce è da considerare anche la dichiarazione di Riina che, qualche settimana fa, aveva detto, dei responsabili istituzionali, «lo ammazzarono loro» – dichiarazione considerata molto seriamente da Lari, che aveva commentato: «Quello di Riina è un messaggio mirato alla procura di Caltanissetta. Se sentirà l’esigenza di parlare, noi lo ascolteremo senza problemi».
La luce dei riflettori è puntata in questi giorni su Massimo Ciancimino, figlio di Vito Ciancimino, l’ex sindaco mafioso di Palermo sospettato di aver fatto da tramite tra Mafia e Stato nella consegna dell’ormai famoso “papello”, il documento in cui Totò Riina avrebbe indicato le sue richieste allo Stato in cambio dell’interruzione delle stragi. Nelle settimane passate la collaborazione di Ciancimino è stata più volte richiesta dai pm e il figlio dell’ex sindaco di Palermo avrebbe consegnato, dopo lungo temporeggiare, numerosi documenti privati tra cui si pensa ci sia anche una copia del papello.
Ieri mattina Ciancimino, reagendo ad un attacco del procuratore generale nisseno Giuseppe Barcellona che lo aveva definito «persona assai equivoca, di modesto spessore culturale, strumentalizzata da qualcuno», si era dichiarato non più disposto a rispondere alle domande degli inquirenti. Posizione rivista però nel giro di poche ore, con l’arrivo poi in procura a Caltanissetta e il seguente colloquio con Sergio Lari. «Non mi aspettavo questo attacco personale» ha dichiarato Massimo Ciancimino che, incalzato poi sull’esistenza o meno della sua copia del papello, ha replicato: «Esistono documenti. Tutto quello che è a mia disposizione l’ho già consegnato. Non chiedetemi altro». L’importanza del documento risiede nel contenuto, ritenuto vitale nell’identificazione dei mandanti occulti della strage. Si è arrivato ad ipotizzare che alcune delle richieste incluse nel papello siano state, anno dopo anno, effettivamente messe in pratica dallo Stato, e tra queste ci sarebbero la cancellazione del carcere duro (ossia in regime di 41- bis) e la progressiva cancellazione dei privilegi riservati ai pentiti.
Nel frattempo è di qualche giorno fa la dichiarazione di Francesco Rutelli, presidente del Copasir (il comitato parlamentare che vigila sui servizi segreti) di aver chiesto gli atti del processo Borsellino per indagare le presunte irregolarità di agenti segreti in Sicilia nell’ambito delle inchieste sulle stragi di mafia. «Ho parlato con il magistrato e ho concordato che una volta completata l’analisi della documentazione che ha nei suoi uffici, per la quale ci vorranno alcune settimane, tutte le eventuali informazioni riguardanti nel passato funzionari dei servizi segreti saranno oggetto di una sua informativa e di una sua audizione al Copasir» ha spiegato Rutelli, che ha poi ripreso il premier Berlusconi accusandolo di «non avere mai tempo» di presentarsi alle udienze davanti alla commissione, seppur previste per legge.
In attesa di verificare le novità emerse dai colloqui con Spatuzza prima, e Ciancimino adesso, gli inquirenti stanno raccogliendo dichiarazioni anche sulla strage di Capaci, come quella dello stesso Spatuzza che si sarebbe dimostrato a conoscenza di dettagli importanti sull’attentato in cui morì Giovanni Falcone. «Una parte dell’esplosivo per uccidere Falcone viene dal mare» avrebbe dichiarato, sostenendo l’utilizzo di residuati bellici trovati in mare per la bomba di Capaci.
Alla luce di tutto ciò, il procuratore aggiunto della Repubblica di Palermo Antonio Ingroia sembra certo del momento di svolta che le indagini stanno attraversando. «Nelle ultime settimane, anche qui a Palermo, sono venuti fuori particolari estremamente interessanti – ha dichiarato a Repubblica Palermo l’ex collaboratore e amico di Paolo Borsellino – è decisivo che chiunque sia a conoscenza di qualcosa su quelle vicende, dentro e fuori le istituzioni, si faccia avanti».

LAURA LIUCCI

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