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HONDURAS: La fretta di Zelaya e la “meravigliosa” Costituzione dell’82

luglio 29, 2009 di Redazione 

Questa mattina, in apertura di giornata, il giornale della politica italiana vi porta nuovamente in Honduras, raccontandovi le ultimissime notizie che riguardano i tentativi di ritorno il partia di Mel Zelaya, il legittimo presidente scalzato dal golpe di qualche settimana fa. Accanto alle news, ilPolitico.it vi propone un’attenta riflessione sulla spinosa questione della modifica alla Carta Costituzionale honduregna, così temuta dai golpisti. Il pezzo di oggi è del nostro collaboratore Gianni Galleri.

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Nella foto, Manuel Zelaya

di Gianni GALLERI

È passato ormai un mese da quando Mel Zelaya è stato sequestrato dagli uomini del duo Micheletti-Vazquez. È passato ormai un mese e le cose sembrano essere quanto mai ondivaghe. Da una parte si potrebbe quasi credere che la Giunta golpista sia sul punto di stabilizzare il proprio potere, dall’altra mostra chiari segni di debolezza, dovuti anche e soprattutto alla mancanza di chiari e trasparenti appoggi esterni. E allora ecco che insieme al Presidente del Costa Rica, Oscar Arias, Micheletti e i suoi stanno trattando il rientro in patria di Zelaya, a patto però che non ci sia nessun referendum. E mentre Vazquez giura che non sparerebbe mai sui civili, il corpo di un manifestante viene ritrovato, senza vita e con evidenti segni di tortura, vicino al confine con il Nicaragua, dove è rientrato il Presidente legittimo. Ma anche altri segnali dimostrano come proprio Zelaya stia comprendendo a fondo il fatto che se la situazione continua a stagnare, chi se ne giova sono proprio i golpisti. Prima chiede ai soldati che, in America Latina, più di una volta si sono collocati su posizioni tanto progressiste da stupire il Vecchio Continente, di insorgere contro Vazquez, di ribellarsi e di non prestare servizio al governo illegittimo. Dopodiché non risparmia una frecciatina all’amministrazione Obama che, a suo dire, dovrebbe «affrontare con forza e risolutezza la dittatura e mostrare una volta per tutte la sua posizione nei confronti del golpe».

Una cosa è certa. In Honduras, il vero nemico delle famiglie che hanno spinto per il colpo di Stato e hanno imposto Micheletti non è propriamente Zelaya. Il rientro “con patteggiamento” lo dimostra. Quello che terrorizza i golpisti è la possibilità che il referendum proponga una costituente per riscrivere la Carta del Paese, magari sul modello di quelle partecipative di stati come Bolivia, Venezuela, Equador. A dimostrazione di questo c’è proprio l’aggressività nei confronti dei movimenti sociali che stanno montando la resistenza in Honduras. Il sequestro e la liberazione del dirigente del movimento Via Campesina sia d’esempio. Al centro dell’azione della Giunta c’è quindi la conservazione della Costituzione honduregna. Sui media mainstream si è spesso letto che il volere di Zelaya era quello di cambiare la Carta per prorogare il suo potere, colorando il tutto ovviamente con l’accezione negativa che può avere in Italia l’idea di cambiare la Costituzione. Ma lo stesso vale per quella dell’Honduras? Anche la carta del Paese è venuta fuori da un’Assemblea che ha deciso di porre certe basi con l’altezza e la forza di chi usciva da una guerra sanguinosa e così importante? La Costituzione del Honduras è datata 1982 e porta una firma indelebile per il Paese, Policarpo Paz, il dittatore che ha governato prima di consegnare la nazione e con lei la Carta al primo presidente “democratico”. La Costituzione del 1982, come riporta con chiarezza il sito www.gennarocarotenuto.it, sancisce in maniera indelebile che 225 latifondisti si dividano il 75% del Paese, lasciando l’80% della popolazione sotto la soglia di povertà. In più l’articolo 239 vieta assolutamente di riproporre la candidatura di un presidente, ed è qui che si attaccano molti cronisti. Infine, continua Carotenuto, la costituzione è stata già cambiata circa 25 volte. Non male per un documento che ha 27 anni di vita. Probabilmente però questi cambiamenti non erano andati ad intaccare gli assi portanti e non rischiavano di mettere in moto processi partecipativi assolutamente invisi a Micheletti e Vezquez, ovvero a chi si fa portavoce degli interessi delle più potenti famiglie dell’Honduras.

GIANNI GALLERI

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