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Il ritratto del personaggio della settimana: NAPOLITANO E QUELL’ULTIMA GOCCIA di LUCA LENA

luglio 24, 2009 di Redazione 

E’ il giorno del grande affresco del nostro vicedirettore, che ha scelto, per questo venerdì di fine Luglio, di raccontarci il nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Viene qui ritratta con grande intelligenza la carriera politica di un uomo che ha fatto dell’austerità e dell’elevatezza morale la propria cifra politica, ma che negli ultimi tempi, in un contesto politico sempre più complesso, ha dovuto richiamare all’ordine taluni importanti personaggi del Parlamento. Il pezzo, come sempre, è accompagnato dalla bella illustrazione di Pep Marchegiani. Buona lettura.-

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Giorgio Napolitano illustrato da Pep Marchegiani. Le altre illustrazioni di Pep Marchegiani le trovate all’indirizzo http://www.facebook.com/album.php?page=1&aid=99866&id=98545761244#/pages/Pep-Marchegiani/98545761244

di Luca LENA

Zelo professionale, elevatezza morale, rigidità britannica, freddezza apparente, solerzia decisionale, ed una proprietà di linguaggio a tratti aulica; Giorgio Napolitano è un uomo difficile da inquadrare se si indugia tra i reticoli psicologici spesso offuscati dal ruolo istituzionale. Non solo si distingue come il primo capo di Stato che abbia aderito al Partito Comunista, ma rappresenta una figura professionale dalle molteplici interpretazioni culturali ed etiche. Se poi si considera la vicenda politica ed umana che ha segnato la carriera e le sue inclinazioni esistenziali, la figura di Napolitano rischia di sfuggire a qualsiasi tentativo di ingrandimento, come se pur scendendo tra le rovine del popolo e delle strutture civiche, rimanesse costantemente protetto dagli attacchi pubblici alle proprie fondamenta private. In questo senso la posizione di Presidente della Repubblica favorisce un certo anonimato, in quanto le competenze attive del ruolo in questione sono spesso sottovalutate nel pastone parlamentare, che considera la più alta carica statale non più importante di un faro con cui eludere uno scoglio conosciuto. Eppure, in quest’ultima incandescente epoca politica, paiono smuoversi antiche concezioni e arroccamenti che si pensavano acquisiti. Con il recente scontro dialettico tra Di Pietro e Napolitano emerge una forma di risentimento astioso verso l’operato del Presidente, al quale improvvisamente si chiede di impugnare un’arma che costituzionalmente non ha in dotazione. Critiche che passano dal ddl sicurezza, al Lodo Alfano, fino alla cena tra Berlusconi e i giudici costituzionali. Ma quelli che possono essere scambiati per attacchi alla carica istituzionale sono più probabilmente le richieste ad un personaggio ancora indeterminato, che finisce per deviare i confini professionali verso i terreni individuali spesso al riparo dalle piogge mediatiche.
Quando si insediò al Quirinale fu presentato come un individuo integro nella diligenza lavorativa, disponibile e desideroso di sostenere quell’interesse generale che tanto vagamente quanto concretamente condensa il compito di ogni Presidente della Repubblica. Si indugiò non poco sulla passata militanza nel partito comunista, giacché la sua elezione, dopo quella di D’Alema come Presidente del Consiglio nel 1998, ribadiva una svolta definitiva nella rimozione delle infette macchie rosse, in seguito alla caduta del muro di Berlino. Ma la storia di Napolitano inizia molto presto: a vent’anni entra in contatto con i primi gruppi comunisti e in breve sceglie di aderirvi. Dopo aver ottenuto la laurea in Giurisprudenza riesce a diventare deputato, ottenendo l’elezione nella circoscrizione napoletana, ed iniziando la propria carriera sotto l’ala protettiva di Mario Alicata e Renzo Lapiccirella. Comincia a farsi strada nella dirigenza centrale del partito, ottenendo incarichi di rilievo, sostenuto sia da Togliatti, che voleva rinverdire la struttura gerarchica ai vertici, sia da Giorgio Amendola dal quale assorbì l’energia politica che lo portò ad accentuare un conflitto interiore tra intellettualismo politico e senso morale.
Come racconterà nella sua autobiografia, un nuovo impulso interiore, sempre meno legato all’ideologia, prese corpo in tutte le sue determinazioni filantropiche e sociali, nel tentativo di rivoltare le ingiustizie e le sofferenze dell’epoca. Ed è proprio questa doppia intima ispirazione a deflagrare in una serie di contraddizioni pratiche che contraddistinsero la vita politica di Napolitano. La giustificazione dell’intervento sovietico in Ungheria nel 1956 ne fu l’emblema: da un lato il cieco sostegno alla forza rivoluzionaria russa, dall’altro l’autoinduzione obbligata a riconoscere nella scia repressiva l’”impedimento che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione”. Così come l’animo giocoso, artistico, teatrale e poetico che Napolitano aveva coltivato in gioventù e che adesso sotterrava per la politica, allo stesso modo il senso di giustizia veniva corrotto dall’impossibilità di abbandonare gli echi della cultura marxista ed i cori all’unisono dei dirigenti di partito. Posizione che verrà criticata da buona parte del comunismo europeo e che lo stesso Napolitano ritratterà dopo l’insediamento in Quirinale. Dagli anni settanta fino ai giorni nostri, passa dall’essere portavoce del PCI, intrecciando rapporti sempre più stretti con l’estero, fino ad accettare la carica di Ministro degli Interni nel primo governo Prodi. Ma sono proprio i rapporti con Cambridge e lo storico viaggio in America ad Harvard ad allontanare la figura di Napolitano dal mero stampo comunista, inaugurando una versione del politico più vicina alla diplomazia europea.
Adesso che si trova ad occupare la carica di Presidente della Repubblica, l’ambivalenza partitica e umana che segna la sua natura esistenziale, riannoda vecchie contese interne, dubbi, rimorsi di coscienza, la realizzazione di aver intrapreso un cammino nel quale l’ideologia, che in gioventù sentiva staccarsi lentamente, sia forse rimasta troppo vicina rispetto agli orizzonti ambiziosi che lui ed il partito si erano prefissati. Oggi Napolitano riassume la figura composta e costituzionalmente autoritaria di uno strumento operativo che tiene a mostrare le proprie determinazioni culturali e l’emergere delle polivalenze etiche con le quali ha imparato a convivere. Ed è proprio in virtù del suo mostrarsi attivo e immerso nelle delicate decisioni istituzionali che si tende ad attribuirgli un potere oltremodo superiore ai limitati doveri presidenziali. Con sconcerto e leggera ribellione, Napolitano ha dovuto ricordare a Di Pietro – che lo criticava di usare la piuma nei confronti del governo – di “aver compreso poco la Costituzione”. Ma la scelta di promulgare il ddl Sicurezza accompagnando la firma con una lettera di monito al ministro Alfano, rappresenta il traboccare di un vaso che sembra non poter contenere lo spirito e la necessità politica di un uomo ispirato, così come nell’arte che tiene segretamente nascosta, anche nella funzione politica; una vocazione perennemente conflittuale tra il pernicioso individualismo morale e l’obbligato asservimento di logiche istituzionali che rappresentano il grande palcoscenico della realtà.

LUCA LENA

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