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***I contributi della Politica*** LA TESSERA di ANDREA SARUBBI*

luglio 22, 2009 di Redazione 

Apriamo questa mattina con un contributo di Andrea Sarubbi. Il deputato del Partito Democratico, all’indomani della chiusura al tesseramento Pd, manifesta le sue speranze sul futuro del partito e nel farlo adotta, e riporta, una riflessione di Francesco Rutelli; profondamente critica nei confronti di chi ritiene che i democratici debbano stare a “sinistra”. In vista delle primarie di ottobre, ma ancor di più, preparandoci alla stagione congressuale, il Politico.it, tribuna libera ed aperta, osserva e dà spazio a tutte le varie anime del Partito Democratico, proponendovi opinioni, come sempre discutibili, sulle quali però vi invitiamo a riflettere. Buona lettura!

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Nella foto, Andrea Sarubbi*. Le pagine personali di Andrea Sarubbi all’indirizzo http://andreasarubbi.wordpress.com

di Andrea SARUBBI*

Se volete ironizzare sul fatto che il cattolico Sarubbi ha preso la tessera a Pompei, sotto la protezione della Madonna, fate pure. E se volete andarci giù ancora più pesante, vi suggerisco io la battuta: “Per salvare questo Pd, bisognava prenderla a Lourdes”. Fate come volete, insomma, ma la tessera l’ho presa, tra l’altro in un circolo del mio collegio elettorale. Sarò una piccola goccia nel mare delle tessere campane, ma a me non interessa scalare il partito: voglio semplicemente esserci, per contribuire anche nel modo più semplice, con la militanza, a costruire l’Italia che vorrei . È la mia prima tessera di partito, da quando sono nato, e mi piacerebbe anche che – rinnovi esclusi, naturalmente – fosse l’ultima: non perché intenda lasciare presto la politica, ma perché spero vivamente che – quando ciò accadrà, fra sessant’anni – il Partito democratico sia ancora lì, e che nel frattempo sia diventato ciò per cui era nato ma che ancora non è. Allora, per capire se la mia speranza ha qualche margine di tradursi in realtà, vi lascio ad una riflessione di Francesco Rutelli (“Così il partito è fritto”, pubblicata oggi su Europa) che mi pare centri bene il problema. O almeno uno dei problemi: quello della nostra collocazione politica.

Come il rospo del celebre aneddoto, accomodato nell’acqua che sale piano piano di temperatura, il Pd sta ritrovandosi cotto, quasi senza accorgersene.
Tre mesi fa, ho scritto su Europa un breve articolo per sollevare l’attenzione prima che si arrivasse ai 100 gradi, e oggi ribadisco: se il Pd accetta di essere sistematicamente qualificato come “la sinistra”, più ancora che bollito, è fritto.
Raccolsi allora le seguenti reazioni: gentili consensi di amici e simpatizzanti; una garbata replica di Pier Luigi Bersani sulla necessità di non abbandonare in mani altrui il concetto e i valori nobili e attuali della sinistra italiana; alcune riprese preoccupate sulla necessità di non smarrire il “mescolamento” tra tradizioni della sinistra e delle altre culture democratiche italiane; inviti sparsi perché me ne andassi «finalmente con l’Udc».
Non ho bisogno di citare titoli di giornali, saggi, articoli, commenti.
Il Pd viene ormai quotidianamente, quasi universalmente presentato come la sinistra italiana. Riprendo due eloquenti ed autorevoli esempi, apparsi sul Corriere nell’ultima settimana: Carlo Azeglio Ciampi, che ha sottolineato la validità del progetto del Pd come «partito della sinistra riformista» (nell’ambito di una rievocazione della sua unica esperienza di militanza politica, abbandonata oltre 60 anni fa, nel Partito d’azione). E Tommaso Padoa Schioppa, che colloca «a sinistra» il Pd sin dalla sua nascita.
In queste talvolta inevitabili sintesi risiede, a mio avviso, un indicatore potente di quanto noi ci stiamo allontanando dalla ragione principale per cui è nato il Pd. Che provo a riassumere, pur consapevole che la sfida è praticamente perduta.
Il centrosinistra italiano aveva e ha bisogno di una forza-guida. Non definibile in modo topografico (sinistra- centro; centrosinistra; centro+sinistra; sinistra riformista vs massimalista). Capace di superare la lunga stagione botanica, sotto le cui fronde si era provato a digerire, tardivamente, la troppo a lungo irrisolta questione dell’eredità del Partito comunista italiano.
Per questo abbiamo scelto due semplici, fondamentali, vere, impegnative parole: Partito. Democratico.
Da quell’ottobre 2007, compito del Pd e della sua leadership era: formare, in modo suggestivo, aperto, partecipato, un partito nuovo.
Definire l’identità dei democratici italiani attraverso obiettivi strategici e con un’azione politica efficace nella società italiana.
Con una fortuna sensazionale dalla nostra: che assieme al tracollo politico ed elettorale delle sinistre internazionali e alla irrevocabile conclusione del secolo socialdemocratico (in verità, già leggibile da quasi un ventennio), si è aperto nel mondo un nuovo ciclo democratico, guidato dagli Usa di Obama (senza trascurare il non meno straordinario successo del congresso indiano di Sonia Gandhi; nonché la prossima attesa, sia pure con vasti interrogativi aperti, di una storica vittoria del Partito democratico giapponese). Quindi, abbiamo ricevuto l’opportunità, il dono, di partecipare a questo processo e di definirci, tout court, i democratici italiani.
A dimostrazione che è il passato che non passa la sciagura di questa parte politica, il nuovo partito non ha trovato di meglio, invece, che farsi catalogare in modo da soddisfare i desideri di Berlusconi, che tenta da 15 anni di definire così la sua opposizione: «la sinistra», «le sinistre». Fino a qualche tempo fa, si poteva intendere questo martellamento come una prova di faziosità e mancanza di rispetto; poi, come un’accorta strategia di marketing. Oggi, anche un bambino delle elementari sa che questa definizione dell’opposizione come “la sinistra” descrive la sua irrevocabile collocazione in minoranza nella società italiana.
Il trascorrere del tempo ha purtroppo associato al Pd anche – il che è abbastanza più serio e grave – un dominante profilo politico – culturale di sinistra; vedo che questo viene utilizzato anche come strumento di aggregazione per vincere i congressi già indetti, seppure nei discorsi più riflessivi, incluso quello recente di Dario Franceschini, sia evidente lo sforzo di declinare parole più significative assieme a obiettivi qualificanti.
Molti scienziati hanno contestato la validità dell’apologo sul rospo bollito (sostenendo che sarebbe probabilmente fuggito dalla pentola). Ma non credo si possa contestare la mia teoria del rospo fritto. Aggiungiamo pure a questa pietanza principale il contorno mediatico e partitico (ovvero, il contesto che condiziona aggressivamente il Pd): il residuo che non finisce mai, la nostalgia della immaginata “diversità” della sinistra, oggi attualizzata in forme e tendenze sempre più minoritarie.
Ecco che l’aspirazione a formare la futura maggioranza democratica del paese si allontana profondamente.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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