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DOPO I MESSAGGI DI RIINA SI RIAPRE L’INCHIESTA: STAGIONE DELLE STRAGI O STRAGE DI STATO?

luglio 21, 2009 di Redazione 

Il Politico.it vi propone stasera il secondo capitolo di una triste storia italiana; la strage di Capaci, quella seguita di lì a poco a Via d’Amelio, i due magistrati assassinati e, con loro, i coraggiosi uomini della scorta. Attilio Ievolella ci riporta con la memoria a quei giorni; a quel 1992 che ha così fortemente determinato il nostro presente, ricordandolo oggi alla luce delle nuove sconcertanti rivelazioni del ‘capo dei capi’. Dopo le dichiarazioni di Salvatore Riina la procura di Caltanissetta ha riaperto l’inchiesta, ed il giornale della politica italiana vi racconta stasera le pagine che seguono 17 anni dopo quella cruenta serie di tragici eventi.

Nella foto, i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

di Attilio IEVOLELLA

L’Italia torna a guardarsi allo specchio. E la sensazione è che abbia paura, molta paura della propria immagine, accompagnata da troppe ombre, oramai da troppi anni… da diciassette anni.
Le ombre attraversano il Paese – come lo attraversò la paura, tra maggio e luglio del 1992, con le esplosioni e i morti, a Palermo, di Capaci e di via D’Amelio -, colpiscono i pensieri della società civile, e, cosa ancora peggiore, sfiorano lo Stato, le istituzioni, la politica. Portando con loro un interrogativo terribile: chi decise di uccidere Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, strenuamente impegnati nella lotta alla mafia?

Le ultime settimane hanno riaperto vecchie ferite, mai completamente rimarginate. «L’hanno ammazzato loro, sono stanco di fare il parafulmine d’Italia», ha affermato, tramite il proprio legale, Totò Riina, facendo riferimento alla strage di via D’Amelio, in cui persero la vita Paolo Borsellino e i cinque componenti della scorta, e, indirettamente, alla strage di Capaci, in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie e tre componenti della scorta. E queste parole – da prendere comunque con le molle – sono arrivate quasi in contemporanea con la notizia della riapertura delle inchieste, da parte della Procura di Caltanissetta, sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio: «Adesso, lentamente, emergono possibili, se non addirittura probabili, rapporti tra ‘Cosa nostra’ e settori deviati dello Stato», ha affermato Sergio Lari, Procuratore capo della Repubblica a Caltanissetta.

E inevitabile è arrivata la ‘pioggia’ di reazioni… Claudio Martelli (all’epoca ministro della Giustizia) definisce «paradossale che il capo dei capi di ‘Cosa nostra’ accusi lo Stato di eccidi che vengono imputati a lui»; il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha parlato di «rivelazioni sensazionalistiche, che provengono da soggetti piuttosto discutibili»; Nicola Mancino, oggi vice presidente del Consiglio superiore della magistratura e all’epoca ministro dell’Interno, ribadisce che è «stata sempre respinta» l’ipotesi di una trattativa tra Stato e mafia; Carlo Taormina si augura «un vero e proprio terremoto politico»; «Nicola Mancino ha il dovere di dire tutto quello che sa, nel suo interesse. Ora è necessario indagare sulle collusioni con la mafia che, anche a prescindere dal ministro, c’erano in quel Ministero», ha attaccato Leoluca Orlando.

Ma dichiarazioni a parte, resta l’ombra, l’ombra che lo Stato – una parte, s’intende – possa essere stato mandante e correo nell’omicidio di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. E quell’ombra ha consistenza certo non per le parole di Totò Riina, piuttosto per le inchieste della Procura della Repubblica di Caltanissetta.

Sono queste inchieste, queste indagini lo specchio attraverso cui l’Italia può guardare se stessa, può scoprire davvero se esistono quei lati oscuri spesso pronunciati a voce bassa e sempre temuti… E allo stesso tempo queste indagini possono essere il ‘la’ a un ulteriore rafforzamento alla lotta dell’Italia alla mafia, alla camorra, alla ‘ndrangheta, a tutte le forme di criminalità organizzata.
Prima, però, bisognerà scrollarsi di dosso la polvere e le ombre, e guardare in faccia la realtà… qualsiasi sia quella realtà. Perché solo così si potrà voltare pagina davvero. Anche umanamente, come ha spiegato, a cuore aperto, Agnese Borsellino, vedova del magistrato ucciso a via D’Amelio, in un’intervista alla Rai: «Se mi dicono perché lo hanno fatto, se confessano, se collaborano con la giustizia, io li perdono. Abbiano il coraggio di dire chi glielo ha fatto fare, perché lo hanno fatto, se sono stati loro o altri…».

ATTILIO IEVOLELLA

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