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Obama in Africa: “Il futuro del continente è vostro”

luglio 11, 2009 di Redazione 

Grande approfondimento del giornale della politica italiana sulle giornate del presidente americano in Ghana 52 anni dopo Martin Luther King: “Non siete separati dal mondo. Potete cambiare tutto. La storia sta voltando pagina: yes you can”. Un pezzo da non perdere, firmato Ginevra Baffigo.

Nella foto,

Barack Obama tiene in braccio una bambina ghanese

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di Ginevra BAFFIGO

“Akwaaba Obama” si legge per le strade di Accra, e a vederle così gremite sembra che tutta la popolazione del Ghana sia accorsa nella capitale per portare il personale saluto al presidente degli Stati Uniti, primo afroamericano ad aver varcato la soglia della White House, sedendo sullo scranno più alto. Un tumulto di tamburi e danze, che con tutti i colori dell’Africa, hanno accolto Barack Obama e la sua famiglia, giunti ieri sera per una rapida tappa nell’Africa sub-sahariana, che sebbene consisterà in un breve soggiorno, per non dire quasi fulmineo, è chiaro che in questa giornata si scrive una pagina di storia.

Sull’onda del G8. Lasciata l’Italia con “L’Aquila nel cuore” il presidente statunitense ha spiegato questa sua tappa africana: “L’Africa non è separata dagli affari internazionali. Quello che succede qui ha ripercussioni dovunque”. Ovviamente il capo della Casa Bianca non si è presentato a mani vuote; in dote porta con sé il risultato del G8 aquilano: 20 miliardi per «combattere povertà e fame», poiché bisogna pur tener conto che l’impatto negativo della crisi economica mondiale ha avuto forti ripercussioni anche in questa parte del mondo, troppo spesso dimenticata. All’Aquila infatti Europa ed America hanno preso accordi con Algeria, Angola, Egitto, Etiopia, Libia, Nigeria, Senegal, Sudafrica, per la costruzione di una «partnership più forte» per «allargare l’accesso all’acqua», basandosi sui «principi della responsabilità condivisa», tema strategico per le prove generali di uno sviluppo che ancora non riesce a decollare.
La scarsità di risorse idriche e la drammatica mancanza di accesso sostenibile all’acqua e ai servizi igienici in molti Paesi africani rappresentano «il maggior ostacolo ad uno sviluppo sostenibile, creazione di ricchezza e sradicamento della povertà».
Al di là degli ottimi propositi dichiarati le modalità di erogazione delle somme destinate all’Africa, è bene ricordarlo, non sono state ancora definite, e i fondi potrebbero transitare attraverso una ricapitalizzazione della Banca mondiale, si pensa che molto probabilmente a far da tramite sarà l’Ifad, l’Agenzia dell’Onu per lo sviluppo agricolo.

Perché il Ghana. “Il Ghana è uno straordinario modello positivo per L’Africa”, è un “paese che sfida gli stereotipi di un continente straziato da conflitti, colpi di stato e crisi”. Così il presidente americano ha voluto spiegare la sua scelta, ribadendo il fatto che “bisogna aggiungere la voce africana ai dibattiti globali”. “Il viaggio in Ghana è in parte motivato dal fatto che ha una democrazia funzionante, un presidente che è serio nella riduzione della corruzione e ha visto una significativa crescita economica”, così aveva dichiarato ieri Obama, prima di lasciare l’Italia. Ed in effetti questo Paese, al contrario di molti altri Paesi africani, ha avuto 5 elezioni democratiche consecutive, coronate dalla recente elezione di John Atta-Mills, presidente dallo scorso dicembre, che con pochi voti di vantaggio è riuscito in un fluido e pacifico cambio di governo. Mills ha inoltre avviato una serie di riforme economiche, che hanno contribuito a portare investimenti e crescita senza precedenti prima dell’impatto della crisi economica globale. Il Ghana ha inoltre giocato un ruolo importante come mediatore nei conflitti in Liberia, in Costa d’Avorio. Con la scelta del Ghana, ex colonia britannica e uno snodo cruciale nel commercio degli schiavi globale del XVIII-XIX secolo, Obama ha però escluso quella che a tutti sembrava la scelta più ovvia: ovvero il Kenya di suo padre, che essendo un Paese dilaniato da aspre dispute tribali e guidato da un governo sfacciatamente corrotto ha visto sfumare questa importante occasione. Non potevano che seguire delle critiche, dettate per lo più probabilmente da risentimento per l’esclusione; il Kenya, rispetto al quale Obama si é detto molto preoccupato per la conflittualità permanente esistente in quello che è anche il suo Paese, e la Nigeria, il ‘Gigante Addormentato’ dell’Africa, dove dilaga la corruzione sono state le prime a pronunciarsi.

Facebook e Twitter. Sul terreno su cui si è giocata la campagna elettorale, che ha poi consegnato a Barack Obama le chiavi della casa bianca, anche il tentativo di «conversazione continentale» muove i suoi primi passi sul web. I cittadini africani hanno potuto scrivergli attraverso Facebook e Twitter. Marcon Phillips dalla White House dichiara il successo che ha avuto l’iniziativa: sono arrivati messaggi da 64 paesi e uno dei più «entusiasti» è stato proprio il Sudafrica; tutti «mostrano che l’insieme del continente africano è appassionato dalla visita di Obama» e «molti hanno parlato della storia personale del presidente e delle sfide che sono costretti a sostenere all’interno delle loro comunità». Più di 5000 persone hanno voluto interloquire con il presidente Usa e tre giornalisti rivolgeranno le domande alle quali il Presidente risponderà in onda media, portando così la sua voce in ogni angolo dell’immensa Africa.

Il viaggio. Nonostante la rapidità di questo viaggio africano l’agenda prevede una serie di impegni, il cui cardine però è il discorso al Parlamento. Il discorso “storico” si è caratterizzato per quella nuova via nei rapporti tra l’Occidente ricco e i paesi africani che non riescono ad uscire da condizioni di miseria, sottosviluppo e violenze interetniche e della democrazia irrealizzata. Con questo quarto discorso al mondo, Obama definisce ulteriormente la nuova politica estera di Washington. Dopo Praga, il Cairo e Mosca, solo pochi giorni fa, le parole di oggi erano tese a spiegare come il buon governo sia necessario, se non indispensabile, per lo sviluppo del Paese, e di come corruzione ed malgoverno, dilaganti in molti Paesi africani, non possano più essere attribuiti esclusivamente al razzismo e al neo-colonialismo dell’Occidente. “Non credo in queste scuse: sono profondamente convinto che gli africani debbano essere responsabili per l’Africa – aveva detto pochi giorni fa – L’Occidente o gli Stati Uniti non sono responsabili per gran parte delle disastrose politiche che abbiamo visto in Africa in questi ultimi anni”.
Questo discorso ricolloca così l’Africa fra i dignitari dei dibattiti internazionali, o per lo meno questo era lo scopo che il presidente degli Stati Uniti si era dato, sempre all’insegna del “lead by example”. Ma se da una parte ha voluto, come si ricordava prima, ridare la responsabilità dell’Africa agli africani, allo stesso tempo per stasera è prevista un’escursione, che avrà un forte impatto emotivo, a Cape coast castle. A poco più di 160 km ad ovest della capitale, oggi centinaia di afroamericani vi abitano, ma nel 1700 divenne uno dei vertici della tratta di schiavi, dal quale la “merce viva” partiva fino al 1807, quando la Gran Bretagna ha fermato questo atroce e nefando commercio.

Le ragioni della visita. Se nei suoi primi mesi di presidenza non ha mostrato di voler dare priorità particolari ai problemi africani, preso giustamente dalla situazione dell’Afghanistan, del Nord Corea, dell’Iran e della striscia di Gaza, le vere ragioni della visita con cui Obama conclude il suo tour diplomatico sono anche altre, ben diverse da quelle simboliche a cui si è data grande rilevanza. Il Ghana infatti negli ultimi mesi da Paese del cacao e dell’oro ha trovato una nuova ricchezza nella sua terra: l’oro nero, il più ambito da tutti. Dal prossimo anno inizieranno le estrazioni e quindi si vedono anche le ragioni economiche che hanno spinti gli Usa in questo remoto angolo d’Africa. Ma questo aspetto resta comunque marginale.
Al di là dell’immenso carisma e della carica simbolica che il presidente incarna, è chiaro che con questa sua tappa africana ripaga sostanzialmente i suoi sostenitori afroamericani, che in schiacciante maggioranza hanno votato per lui lo novembre scorso, e restano tuttora pilastro del suo seguito. Per questi sostenitori di Obama il Ghana ha un significato speciale. Questo Paese ha avuto un ruolo importante nella promozione dei diritti civili in America: nel ’57, quando la segregazione legale negli Usa sembrava impossibile da estirpare, il primo presidente del Ghana, Kwame Nkrumah, approfittò dell’occasione dell’indipendenza del suo Paese dalla Gran Bretagna per schierarsi con gli afroamericani, denunciando le condizioni di vita nelle quali erano costretti a vivere. Lo stesso presidente invitò Martin Luther King alla sua investitura, dandogli così per la prima volta una tribuna globale. Malcolm X, il leader nazionalista nero visitò il Ghana più volte. Nel 1961 Nkrumah invitò anche W.E.B. Du Bois, il più importante intellettuale nero del ’900, il quale volle diventare cittadino del Ghana e ci visse fino alla morte. Centinaia di afroamericani oggi abitano in Ghana, alcuni a pochi passi da Cape Coast Castle, dove, come si ricordava prima, Obama si recherà nelle prossime ore con la famiglia.

Il sostegno all’agricoltura. Come molti hanno notato il sostegno che verrà offerto agli agricoltori africani è senz’altro un modo molto efficace per far uscire dalla povertà gran parte degli africani in tempi relativamente brevi. Obama guarda con speranza a questa possibilità di mettere in moto l’economia dei singoli stati africani. All’Aquila, nel tentativo, appoggiato dal nostro premier, di aumentare i fondi da destinare al continente africano Obama ha fatto un richiamo: “Non c’è motivo per cui le nazioni africane” non debbano riuscire ad avviare con successo la propria economia. Per i paesi ricchi, aiutare quelli poveri è un obbligo morale ma allo stesso tempo è utile, soprattutto per la sicurezza nazionale. Ma al di là di queste promesse e di questi impegni, di cui non sono ancora chiare le modalità di applicazione, in molti si insospettiscono e altri ancora si dicono delusi: sia i comuni africani sia gli attivisti internazionali. Come i suoi predecessori George W. Bush e Bill Clinton, Obama vuole evitare di invischiarsi nella politica interna dell’Africa. Bush non si pronunciò neppure rispetto all’eccidio in Darfur, e non fece nulla per accelerare l’uscita di Mugabe. Clinton abbandonò la Somalia, malgrado la morte dei soldati americani a Mogadiscio, né fece alcunché di fronte al genocidio in Ruanda.
Le radici africane del neopresidente americano gli offrono un’opportunità unica di trasformare le relazioni tra America e Africa: può stimolare l’autosufficienza e il progresso dell’Africa, rendendo sempre più mirati ed efficienti gli aiuti del suo Paese. La prudenza di Obama è ragionevole: non vuole essere «il presidente dell’Africa». Ma la visita di Obama, sebbene vada riconosciuta la carica di simbolismo e il coraggio della nuova linea adottata, rivela al tempo stesso i limiti del suo potere: oberato dai problemi economici negli Usa e spese belliche in Iraq e in Afghanistan, non può avviare un’azione vasta in Africa, o fare grandi promesse. A sei mesi dall’inizio della sua presidenza, Obama ha già ridotto molte aspettative: è stato molto prudente nel regolare i violenti conflitti regionali, in Darfur, nel Congo orientale e in Somalia, mantendo così la distanza dai fallimenti politici dell’Africa, soprattutto per quanto riguarda lo Zimbabwe, resistendo agli appelli di chi gli chiedeva un contributo per mandare via Robert Mugabe.

Dall’Honduras. Malgrado il Golpe di pochi giorni fa, in Honduras non si vuol rinunciare ad un esordio nella politica internazionale, e se qualcuno sbaglia viene cacciato, senza farne complicati sofismi. E così dopo aver chiamato il Presidente degli Stati Uniti “negrito” (piccolo nero dallo spagnolo) il ministro degli Esteri Enrique Ortez Colindres ha repentinamente concluso la sua carriera politica. Le motivazioni non sono ancora pervenute, non si è atteso il tempo per le scuse ufficiali, il ministro è stato defenestrato in tempi record, ma si pensa che l’uscita offensiva e razzista sia dovuta al mancato sostegno di Barack Obama al governo golpista. Roberto Micheletti, il presidente de facto, lo ha così costretto alle dimissioni.

Ginevra Baffigo

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