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Il ritratto del personaggio della settimana LA CALMA DI SALVINI di Luca Lena

luglio 10, 2009 di Redazione 

E’ il giorno del grande affresco del nostro vicedirettore, che sceglie, oggi, di raccontarci l’eurodeputato leghista ripreso mentre intonava canzoni razziste nei confronti dei napoletani. Il pezzo, come sempre, è accompagnato dalla bella illustra- zione di Pep Marchegiani. Buona lettura.

Matteo Salvini illustrato da Pep Marchegiani

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di Luca LENA

Tra gli esponenti della Lega Nord quello probabilmente più scomodo con cui dialogare è Matteo Salvini. Non certo perché sia difficile comprenderne il punto di vista ma, anzi, per l’esatto opposto. Salvini, anima leghista nel cuore e rigorosamente sul petto, immancabile abbigliamento verdeggiante e capigliatura disordinata del primo mattino è un pesce trasformato, plasmato, evoluto in parte, rispetto allo stuolo padano che lentamente acquista consensi nel paese. Distante dalle digressioni falliche di Bossi, dalle stilettate iridescenti di Maroni, dai sussurri tronfi di Borghezio, Salvini nasce orfano delle stigmate tipiche di ogni leghista: quei marchi indelebili che appaiono in fronte agli oratori e quelle voci gutturali raschianti nella soverchia assolutezza delle parole. Certo anche lui non manca di emanare l’aura di apologetica indignazione, condita del diritto alla volontà senza confini, eppure riesce a mascherarla tra le coltri di un linguaggio fluido e lucidissimo, dialetticamente umile, quasi prono a concedere la replica che, solitamente, da parte dei denigratori leghisti si riduce in un risolino di scherno, nell’intima e distensiva presunzione di avvertire una giustezza così palese da non meritare risposta. Ma con Salvini gli avversari si scoprono intimiditi. Come se d’un tratto la vecchia etichetta xenofoba e razzista incollata al partito di Bossi, non riuscisse a sventolare nel silenzio ma avesse bisogno di nuovi venti per gonfiarsi ancora. E Salvini ne è cosciente, così come lo sono i vertici di partito, che sempre più spesso lo infilano in trasmissioni televisive e lo inducono ad accumulare interviste coi giornalisti. Lui si prostra ai dettami del Carroccio, ma lo fa con aria distaccata, da intellettualoide chic, fingendo di accettare malvolentieri la partecipazione collettiva, mentre nelle segrete della mente sfavilla amor proprio ed una buona dose d’orgoglio. Con fermezza solenne e compassata affila le armi della ragione, esponendo con una semplicità a tratti giudiziosa concetti che i compagni espellono dalle fauci in bocconi bollenti, sbavando d’ira il proprio consenso, ricercandone una maggiore rumorosità come fosse associata al tripudio degli astanti. In Salvini invece tutto tace, la bagarre non fa per lui. Si limita da bravo scolaretto a rispondere quando interpellato o al massimo ad alzare la mano per proporsi. Poi, senza preavviso, espone con una chiarezza ed una brillantezza esaustiva argomenti che per natura meriterebbero il consueto risolino degli antileghisti di turno. Sarà la mancanza di aggressività gestuale, l’occhio affannosamente stanco, la flaccidità facciale che unisce gote e mento, sta di fatto che per un confronto con Salvini bisogna tirare fuori le parole e la logica, non bastano dunque i pregiudizievoli tabù nei confronti del partito.
Matteo Salvini fa politica da quando aveva vent’anni; inizia poco dopo aver concluso la maturità classica. Se fosse filosofo sarebbe stato un presocratico, di quei pensatori puri, ancora lontani dalla categorizzazione dell’insegnamento. Ma per sua sfortuna si è ritrovato a nascere dopo la politica, e l’avvicinarsi ad un filone culturale che per natura orbitava vicino alle proprie convinzioni deve averlo disunito almeno in parte. Così, ad appena 36 anni, si è ritrovato a collezionare critiche a tratti imbarazzanti, che l’hanno allontanato, anche se per un solo istante, da quella dimensione di unicità all’interno del partito.
A cominciare dalla campagna elettorale delle ultime provinciali, dove Salvini si è prodotto in una teoria avveniristica per la selezione dei clienti milanesi di tram e metrò, i quali avrebbero dovuto dimostrare la propria autenticità per avere garantito un posto a sedere; in effetti sono sembrati a tutti poco chiare le peculiarità individuali con cui impugnare tale diritto, ma in molti credono che sarebbe bastata la maglietta con su scritto: “Padania is not Italy” o quella, ancor più esplicita – forse per rinvigorire il mercato alcolico in tempo di crisi – “Più rum meno rom”. Ma, gioco del destino, proprio l’alcol, anche se stavolta la più europea birra, sembra sia stato la causa dell’improvvida gara canora in memoria dell’immondizia napoletana che, a parafrasare le parole in musica di Salvini, dovrebbe trattarsi di un problema ben diverso da quello risolto dal governo Berlusconi. Facile immaginare lo scatenarsi della fiumana mediatica, con al seguito la ramanzina di Bossi favorevole alle dimissioni del collega ma “solo per come canta male”. Mentre Alessandra Mussolini, una delle più indignate, sceglieva di disinfettare lo scranno parlamentare del leghista. Intanto Salvini, con aria disincantata, fissa lo sguardo nel vuoto, leggermente infastidito da chi gli chiede spiegazioni; infine, storcendo pigramente la bocca, si limita a dire che “erano solo cori da stadio”.
E si sa che allo stadio non c’è razzismo ma solo un timoroso rispetto per l’avversario. Sarà dunque con questo timore che, nell’ultimo giorno disponibile, Salvini ha scelto di preferire l’europarlamento a Montecitorio, tornando a ricoprire una carica già occupata nel 2004.
E’ nel tentativo di giustificarsi che in Salvini torna a brillare l’originario spirito leghista, quella sorta di gomitata ammiccante alla malizia del compagno, con il quale condividere un sapere, una convinzione, la congiuntura inaccessibile per tutti quelli che dall’esterno non possono capire. Rimane comunque estraneo alla sguaiatezza espressiva tipica della Lega, lo dimostrano paradossalmente i clamori mediatici suscitati dalle uscite più spiacevoli. Salvini somiglia a quel frequentatore di cattive compagnie, che si crede sicuro della propria indipendenza e poi si scopre immischiato nell’orgia di gaiezza e torpore, dimentico di tutto il resto. Anche il più arduo denigratore dell’opposizione tira un sospiro di sollievo squadrando il Salvini perduto nelle ciance da trattoria, in parte soddisfatto di aver temuto un pericolo sopravvalutato, in parte scosso dall’aver intuito un ostacolo potenzialmente valido ma autolesionista, verso il quale è più facile godere dell’obliante sollievo piuttosto che deprimersi nella fortuità del rischio eluso.

Luca Lena

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