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Ecco il regime in atto in Iran, mentre si spengono i riflettori del resto del mondo

luglio 6, 2009 di Redazione 

Sono le ore più difficili. Quelle successive la fine dell’ondata di reazione. Quelle in cui l’eccezionalità del momento post-elettorale lascia il posto alla quotidianità. Emerge il clima da regime che si respira nel Paese, fatto di “squadracce” di intimi- dazione e repressione, controllo di internet, arresti, torture, limitazioni alla vita democratica. Tutto questo mentre l’attenzione del pianeta va scemando. Ce lo racconta la nostra DésIrée Rosadi.

Nella foto, milizie Basij

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di Désirée ROSADI

A tre settimane dalle contestate elezioni iraniane, la repressione governativa nei confronti dei sostenitori riformisti continua. Nonostante l’attenzione dei media internazionali sulla situazione iraniana stia scemando, gli abusi di potere continuano ad imperversare nella capitale. La violenza non è più quella manifesta dei cecchini e delle milizie islamiche, ma striscia e s’insinua nei meandri della città, nella vita privata degli oppositori (o meglio, dei cittadini iraniani). Minacce, pressioni e arresti sono all’ordine del giorno, come è successo ai familiari di Arash Hejazi, il medico iraniano che aveva soccorso la giovane Neda, uccisa “per caso” mentre scendeva dall’automobile bloccata nel traffico, e che ha trovato rifugio in Gran Bretagna.

Un vero e proprio piano di controllo che trova nelle forze paramilitari Basij il mezzo di repressione più efficace. Un po’ come le nostre “squadracce” fasciste, sono impiegate per mantenere la legge e l’ordine pubblico; agiscono sotto il controllo dei Corpi delle guardie rivoluzionarie islamiche, che reclutano uomini e donne nelle scuole, nelle università, nelle istituzioni private e statali, nelle fabbriche e nelle tribù. Un metodo efficace quello dell’utilizzo di forze civili: dietro qualsiasi persona, anche il vicino di casa, può nascondersi un basij, e questo basta a placare gli animi degli iraniani, frenati dalla paura di minacce e aggressioni.

Tuttavia, le azioni violente avvenute in queste settimane non sono cosa nuova. Come è stato riportato dall’ultimo rapporto di Amnesty International sui diritti umani, le autorità governative applicano abitualmente rigide restrizioni alle libertà di espressione, di associazione e di riunione, in particolare ostacolando il lavoro degli attivisti della società civile e dei difensori dei diritti umani. Arresti, detenzioni, torture ed altri maltrattamenti sono all’ordine del giorno e restano impuniti. Addirittura, sono previste sentenze di fustigazione e amputazione degli arti. Nel 2008, Amnesty riporta di almeno 346 esecuzioni capitali, tra cui condannati minorenni.

Le categorie colpite dalle restrizioni sono quella degli studenti e dei giornalisti: il divieto di accesso ad Internet e la censura nella pubblicazione di quotidiani e di bollettini studenteschi colpisce chiunque prenda parte a manifestazioni o a contestazioni delle autorità nazionali. A molti candidati alle scorse elezioni parlamentari, ad esempio, è stato impedito di presentarsi, proprio per le loro opinioni politiche e per appartenenza religiosa. Criteri applicati anche a quanti cercano impiego nel settore pubblico. Inoltre, all’interno della società iraniana si verificano continui disordini tra le principali minoranze etniche, come curdi, azeri e baluci, che vivono emarginati, senza poter usufruire dei loro diritti civili, economici e politici. E i difensori dei diritti umani, come il premio Nobel Shirin Ebadi, sono stati bersagli di crescenti vessazioni, minacce e intimidazioni da parte di organi statali.

Di fronte ad uno scenario talmente drammatico, controllato in tutto e per tutto dal regime di Ahmadinejad e della Guida suprema, è molto difficile parlare di concetti come quello democratico o di diritti dell’uomo. Ed è facile parlare di violazioni e soprusi vivendo da questa parte del mondo. Il vero coraggio è quello dimostrato dagli iraniani che scelgono di continuare a credere in un cambiamento e che non hanno paura di un basij, fratello e nemico allo stesso tempo.

Désirée Rosadi

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