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L’opinione. Quale Pd ho lasciato, quale Pd ritrovo di S. Menichini

luglio 6, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana è il principale centro di elaborazione della nostra politica ed è qui che si ritrovano, come in un club, le maggiori firme del giornalismo politico italiano a latere dei loro impegni con i principali quotidiani cartacei del nostro Paese. Dopo Fabrizio Rondolino, Paolo Guzzanti, Gad Lerner, il Politico.it accoglie a partire da oggi i contributi del direttore di “Europa”, quotidiano del Partito Democratico: Stefano Menichini. Un osservatore ancora particolarmente giovane e ad un tempo autorevole, che ci propone, per cominciare, una sorta di punto della situazione di questa fase pre-congressuale del Pd, con l’analisi del momento di tutte le soluzioni in campo e dei loro leader. Apriamo dunque la settimana facendo il punto (anche) del nostro racconto del congresso Democratico. Con il direttore di “Europa”. Sentiamo.

Nella foto, Stefano Menichini con “Europa”

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di STEFANO MENICHINI

Ho trascorso nove giorni di bellissima vacanza in due posti che amo molto, Stromboli e Sabaudia. Momenti eccezionali – la salita serale al vulcano sempre attivo – e meno. Ustioni di meduse, eritemi solari, punture di tracine, indigestioni… praticamente in vacanza sono peggio di un bambino.
Il lavoro e la politica mi hanno discretamente inseguito: questa non è ancora la vacanza dello “stacco”, quella sarà ai primi di agosto e in un posto veramente distante. Da quello che ho capito, oggi al rientro troverò in casa Pd le seguenti novità.

  1. La campagna di Bersani è partita a tutti gli effetti, nel segno della restaurazione (in senso tecnico, senza accezioni negative) di un modello di partito più tradizionale, solido, e di un modello di alleanze da Prima repubblica: anche qui, senza che il paragone contenga necessariamente un giudizio negativo. Credo che nel Pd ci siano forti nostalgie per quel tipo di assetto politico, giustificate dalla cattiva prova dei nuovismi. Dunque Bersani, che ha molte contraddizioni o per meglio dire “articolazioni” nel proprio campo, ha buoni argomenti e buone possibilità di farcela.
  2. Ha anche però una palla al piede, che si chiama Massimo D’Alema. Continuo a considerarlo il migliore sotto moltissimi punti di vista, e ho per lui una grande stima e una autentica simpatia umana che poggia su esperienze concrete. D’Alema è stato per me una enorme speranza, e una dozzina di anni fa ha addirittura cambiato il mio modo di concepire l’essere di sinistra. Adesso mi pare però travolto da se stesso e dal rancore, fino a perdere di lucidità. Ha la testa perennemente rivolta all’indietro. Non è possibile che una personalità come lui valuti la situazione politica su un unico metro: se io vengo o no chiamato in funzioni dirigenti, quanto conta Veltroni in questo momento. È proprio un dolore, vederlo auto-limitarsi in questo modo. Chiaro che è il dalemismo l’ala marciante di Bersani, ma non sono sicuro che sia la sua ala più forte.
  3. Lo stesso Veltroni si è riaffacciato, ha fatto capire che è tutt’altro che fuori gioco (io continuo a vederlo di nuovo candidato a palazzo Chigi fra qualche anno), ha posto la sua ipoteca su Franceschini. La sua linea politica e la sua idea di partito continuano a convincermi più di quelle di D’Alema e Bersani per un motivo banale: “guardano” all’intera società italiana e non solo alla cerchia dei fedeli. Ma non si può saltare il problema centrale: entrambe, messe alla prova e dotate anzi dopo le primarie di un consenso popolare senza precedenti, hanno fallito. Veltroni, speculare al suo ex compagno di scalata nel Pci-Pds-Ds, è convinto che la colpa sia tutta di D’Alema. A parte gli amici stretti di Veltroni, tutti gli altri pensano che la colpa principale invece sia stata la sua, una autentica lack of leadership. Anche lui legato al passato, è un altro che così si rende poco utile, direi pure dannoso, alla causa del Pd di adesso.
  4. È tornato sulla scena anche Rutelli, e ne sono contento perché mi intristiva vederlo auto-confinato in un ruolo ultraminoritario e insensato, nella sola compagnia di qualche teodem interessante e molto rispettabile, ma vagamente fanatico. Mi pare che stia riprendendo non dico il controllo, ma almeno le fila di una componente liberal che da lui si era distaccata a ragione sempre di più (o meglio, era accaduto il contrario). Insomma, ci ha messo un annetto buono, ma Rutelli s’è ripreso dalla botta romana. Chiaro che non possa pretendere di dettare legge, l’importante è che recuperi credibilità. Le “condizioni” che ha posto a Franceschini per appoggiarlo sono abbastanza ovvie – venature liberal nella linea politica, posti di comando nelle regioni – per come funzionano i partiti: nessuno scandalo, casomai il dubbio su quante divisioni siano rimaste ai suoi comandi. I giornali gli danno spazio e appoggio, il che è importante. Certo, quando in particolare i miei amici del Foglio hanno dato appoggio a qualcuno non è mai andata molto bene, ma questo attiene al sovrannaturale più che alla politica.
  5. Franceschini ha fatto scoprire tutti gli altri, questa settimana dovrebbe decidersi a parlare. Sarà interessante vedere come e su cosa si distinguerà dai suoi concorrenti. Lo aspettano al varco gli ex amici del Ppi, che ovviamente sono con lui ma non sopportano il nuovismo e tutto sommato neanche tanto il nuovo. Segnalo che a fine settimana ci sarà un altro outing importante: Piero Fassino si considera e si muove come il king-maker, il vero padrone di casa della candidatura Franceschini. Per gli appassionati del genere, sarà spassoso tornare sulle tracce del suo rapporto coi vecchi fratelli coltelli post-comunisti.
  6. Salutato dall’entusiasmo dell’Unità, è sceso in campo Ignazio Marino. Io penso che faccia bene a candidarsi e che sarà utile, a parte l’elemento di indubbio coraggio personale. Chiunque sfidi gli establishment va applaudito, compreso il mio amico Mario Adinolfi. Ho però l’impressione che intorno a Marino ci siano un paio di equivoci. Il primo è che la sua popolarità è legata a un duello rusticano sulla bioetica che io considero – chiunque lo vinca – un disastro non per il Pd, ma per la civiltà umana. Riconosco equilibrio nelle sue posizioni, ma trovo allarmante che un grande partito possa scegliersi come leader una personalità legata a una singola issue, e così controversa. Marino è un po’ il figlio, venuto bene per carità, di una spirale neo-ideologica che per qualche anno ci ha devastati tutti, su temi che secondo me non possono contemplare schieramenti rigidi. L’altro dubbio su Marino è che l’uomo – come si capisce del resto dai ritratti che gli vengono dedicati sui giornali – è tutt’altro che un naif della politica. Non vorrei che fosse scambiato, e premiato, come il tanto atteso ariete anti-sistema. Intanto il suo mentore e sostenitore è Goffredo Bettini, del quale è legittimo almeno ipotizzare che si muova per contrattare nella dinamica congressuale, nella seconda fase, il peso di questo terzo candidato con uno degli altri due: è il suo modo di far politica, niente da contestare. Tutto meno che nuovo, però. E poi lo stesso Marino ha un alto senso di sé come uomo politico, oltre che meritatamente come chirurgo: non va dimenticato che il famoso caso della sua sostituzione alla commissione sanità (con Dorina Bianchi) “nacque” dalla sua scelta di andare a presiedere un’altra importante commissione di inchiesta, sempre sulla sanità. Destinata a quest’ultimo incarico – e ci rimase male per il cambio di programma – era Livia Turco, cioè colei che nelle biografie di Marino è descritta come la sua compagna di formazione politica giovanile. Insomma, il terzo candidato non è nato ieri: va rispettato ma anche conosciuto.
  7. In conclusione, tutto sommato farei meglio a rimanere in vacanza.

STEFANO MENICHINI

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