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Honduras, domenica Zelaya prova rientro Ecco come si è sviluppato colpo di Stato

luglio 2, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana fa il punto sulla vicenda della presa del potere da parte dell’esercito. Un vulnus per la democrazia nel mondo e in partico- lare in Sudamerica, che infatti tutti i grandi Paesi democratici del mondo si sono affrettati a condan- nare. Il servizio è di Gianni Galleri.

Nella foto, Manuel Mel Zelaya

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di Gianni GALLERI

Sono lontani i tempi in cui Honduras significava Guerra del Futbol e a narrarne le vicende era Ryszard Kapuscinski. Di quelle eco nobili ed epiche a Tegucicalpa non è rimasto niente. È rimasto soltanto l’imbarazzo di una politica internazionale costretta ancora una volta a condannare l’ennesima rottura del quadro costituzionale. Da qualsiasi parte lo si voglia osservare, l’intervento dei militari e della Corte Suprema non può che essere ridotto a un golpe, nonostante alcune grandi testate europee – con interessi in America Latina – abbiano avuto molte difficoltà a scrivere questa parola.

Ma andiamo con ordine. Manuel Mel Zelaya è il presidente eletto dell’Honduras, e il suo mandato è in scadenza. L’uomo politico nasce sui banchi della destra come liberale, ma poi si sposta a sinistra, andando a percorrere il solco integrazionista tracciato in primis da Hugo Chavez, Fidel Castro e Evo Morales. Per domenica 28 giugno era stato indetto un referendum non vincolante per chiedere alla popolazione honduregna se desiderasse o meno una nuova costituzione. Il referendum in caso di volere popolare positivo si sarebbe potuto risolvere con l’indizione, a novembre nell’election day, anche delle elezioni per la costituente. Come già accaduto in Venezuela, Bolivia ed Equador, il popolo honduregno poteva dotarsi di una nuova carta che, con ogni probabilità, avrebbe riscritto il futuro dell’Honduras in chiave maggiormente partecipativa.

Una parte dell’esercito e la Corte suprema però non la vedevano così. Leggevano negli intenti di Zelaya il volere di ricandidarsi nuovamente, cosa preclusagli per costituzione. O forse non volevano cedere e concedere nuovi poteri alle classi emergenti e ai movimenti sociali. Fatto sta che l’esercito, nella figura del generale Vasquez, si è rifiutato di consegnare le urne e le tessere elettorali nei seggi del Paese. Il presidente ha così destituito il militare per procedere regolarmente dopo l’insubordinazione. E qui accade il fatto nuovo della vicenda, che aggiunge una tessera alla storia delle rivolte in America Latina e Centrale. I movimenti sociali, ultimi rimasti accanto al Presidente, hanno conquistato la base militare dell’Aeroporto di Tecontin e si sono impossessati del materiale elettorale iniziando loro stessi a distribuirlo.

Domenica si è iniziato a votare, ma nelle prime ore del mattino i militari, spalleggiati dalla Corte, hanno arrestato Zelaya e, dopo avergli chiesto di firmare le dimissioni, l’hanno portato via. E qui inizia la battaglia mediatica, già vista e rivista ad esempio nei giorni subito successivi al colpo di stato contro Hugo Chavez. I golpisti chiudono tutte le televisioni e le radio lasciando aperto solo un canale dal quale descrivono la situazione come pacifica e le elezioni come un fiasco. Niente di più falso, almeno stando ai racconti delle voci dissonanti – i cooperanti sociali attivi in centroamerica – che raccontano di un paese in mobilitazione nonostante lo stato di guerriglia. Le elezioni diventano così il mezzo per rispondere al golpe e condannarlo, ma l’aria è davvero pesante e uscire è pericoloso.

La storia forse ha insegnato qualcosa, oppure i tempi sono cambiati, oppure si vogliono vedere tutte le evoluzioni, fatto sta che a differenza di otto anni fa, unanime e chiaro arriva il coro delle condanne all’azione violenta. Stati Uniti, Unione Europea, Colombia, Brasile, Osa (Organizzazione degli Stati Americani), tutti uniti a deprecare il putsch. Nel frattempo le notizie dall’Honduras si fanno sempre più razionate, vuoi per il blocco, vuoi per la mancanza di elettricità che alla lunga non permette di ricaricare i cellulari. Si parla di due o tre morti, si parla anche di una parte dell’esercito che sembra essersi ribellata e in seguito unita ai movimenti. Fatto sta che entrambe le notizie mancano di ufficialità e non si possono dare per certe. Il Presidente Zelaya è passato per gli Usa all’Onu e ha dichiarato che giovedì rientrerà in Honduras. Per i golpisti, che nel frattempo hanno nominato il successore ad interim, un certo Micheletti, di chiare origini italiane, si prospettano due posizioni: accettare il rientro e risolvere il golpe in un fuoco di paglia o arrestare Mel Zelaya non appena mette piede a Tegucicalpa, inimicandosi però tutta l’opinione pubblica. Se il mondo avrà tempo di distrarsi dall’Iran e interessarsi anche di questo golpe di serie B, presto sapremo come sarà andata a finire.

Gianni Galleri

Commenti

One Response to “Honduras, domenica Zelaya prova rientro Ecco come si è sviluppato colpo di Stato”

  1. amedeo on luglio 2nd, 2009 23.57

    Ogni azione o idea perpretata per l’interesse di molti a discapito di pochi eletti viene vista come una minaccia da sedare fin dalla sua nascita.
    Oltre l’indignazione di facciata credo che il mondo occidentale non vada ed ecco che un nuovo regime usa si insidia in Honduras…. Ma finché c’è speranza dico: Forza Zelaya!

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