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Diario politico. Scontro su cena premier- giudici. Bersani: “L’innovazione nei fatti”

luglio 1, 2009 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La prima firma è Gabriele Canarini. Vi aggiorniamo sulle ultime dal disastro di Viareggio, con il numero delle vittime fermo a 16 e 27 feriti tra i quali alcuni molto gravi. Matteoli riferisce in Parlamento. Ma al centro del confronto politico di oggi c’è l’interrogazione presentata da Antonio Di Pietro per fare luce sull’in- contro a casa del giudice della Corte costituzionale Mazzella al quale parteciparono Berlusconi, Letta, Alfano e un altro giudice della Consulta, Paolo Maria Napolitano. Il leader Idv: “Cena carbonara e piduista”. Vito: “Non si è parlato del Lodo Alfano”, sulla cui costituzionalità i due giudici dovranno decidere. E c’è dell’altro, che vi raccontiamo. Ma in Parlamento oggi si è discusso e votato anche sul ddl sicurezza. Infine, la presentazione della candidatura dell’ex ministro dello Sviluppo economico alla segreteria Democratica. Il racconto.

Nella foto, Antonio Di Pietro durante l’interrogazione di oggi

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di Gabriele CANARINI

Il giorno dopo il tragico incidente nella stazione di Viareggio, il numero delle vittime continua, tristemente, a peggiorare, ed è stato il Ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, il cui dicastero ha la principale competenza in materia, a riferire in Senato questo pomeriggio, intorno alle 16, sull’attuale stato della vicenda: «Al momento le vittime certe sono 16 ed i feriti 27, alcuni dei quali molto gravi, purtroppo, e dislocati in vari ospedali italiani». Matteoli ha voluto fare questa precisazione sul numero delle vittime, che poi ha subito dovuto aggiornare, allorché un’agenzia di stampa ha dato notizia di una diciassettesima vittima. Il ministro ha così ripetuto l’intervento che aveva già fatto questa mattina nell’Aula di Montecitorio e ha di nuovo ringraziato i Vigili del fuoco «che ancora una volta hanno mostrato efficienza ed abnegazione. Vedere questi uomini, in una situazione delicata ed anche di pericolo, lavorare con efficienza e spirito di sacrificio mi fa pensare che tutti noi li dobbiamo ringraziare e probabilmente dovremo fare tutti insieme qualche cosa di più». Sul numero ufficiale e definitivo delle vittime, poi, si è espresso anche il sindaco di Viareggio Luca Lunardini: «Una lista ufficiale delle vittime non c’è, anche perché l’identificazione ufficiale delle salme non è stata fatta. In particolare 4-6 cadaveri non sono stati identificati affatto e servirà l’esame del Dna e per gli altri c’è stata una identificazione, ad esempio grazie al riconoscimento di un braccialetto, ma serve una precisazione». Il primo cittadino viareggino ha spiegato, infine, quanto sia difficile anche capire quanti sono i dispersi: «I nominativi di coloro che avevano domicilio nella zona disastrata e che al momento non sono stati rintracciati sono 26 e oggi verrà fatto un incrocio con l’anagrafe sanitaria».

Cena a casa Mazzella. Ad accendere gli animi in Parlamento, però, ci ha pensato il caso sollevato nei giorni scorsi da “L’Espresso”. Il settimanale di punta del gruppo editoriale di De Benedetti, ha, infatti, pubblicato, il 25 giugno scorso, un articolo di Peter Gomez in cui si riferiva di una cena avvenuta, nel mese di maggio, a casa del giudice della Corte Costituzionale Luigi Mazzella. A tale cena hanno partecipato il premier Berlusconi, il Ministro della Giustizia Angiolino Alfano, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Carlo Vizzini, oltre ad un altro giudice della Corte Costituzionale, il magistrato Paolo Maria Napolitano. Come si legge nell’articolo di Gomez, «più fonti concordano nel riferire che uno degli argomenti al centro della riunione è quello delle riforme costituzionali in materia di giustizia. Sul punto infatti Berlusconi e Mazzella la vedono allo stesso modo. Non per niente il giudice padrone di casa è stato, per scelta del Cavaliere, prima avvocato generale dello Stato e poi, nel 2003, ministro della Funzione pubblica, in sostituzione di Franco Frattini, volato a Bruxelles come commissario europeo». Gomez, quindi, spiega quale sia, in particolare, il nodo centrale al centro della discussione che riguarda, a suo dire, principalmente Berlusconi e Mazzella: «Berlusconi sembra un fiume in piena e ripropone, tra l’altro, ai presenti una sua vecchia ossessione: quella di riuscire finalmente a riformare la giustizia abolendo di fatto i pubblici ministeri e trasformandoli in “avvocati dell’accusa”. L’idea, con Mazzella e Napolitano, sembra trovare un terreno particolarmente fertile. Il giudice padrone di casa non ha mai nascosto il suo pensiero su come dovrebbero funzionare i tribunali. Più volte Mazzella, come hanno in passato scritto i giornali, ha ipotizzato che «la funzione di pm fosse svolta dall’avvocatura dello Stato». Secondo il giornalista dell’ Espresso, la cena avrebbe avuto, dunque, un immediato risvolto concreto: «”L’Espresso” ha infatti potuto leggere una bozza di riforma costituzionale consegnata a Palazzo Chigi un paio di giorni dopo il vertice. Una bozza che adesso circola nei palazzi del potere ed è anche arrivata negli uffici del Senato in attesa di essere trasformata in un articolato e discussa. Si tratta di quattro cartelle, preparate da uno dei due giudici, in cui viene anche rivisto il titolo quarto della carta fondamentale, quello che riguarda l’ordinamento della magistratura. Nove articoli che spazzano via una volta per tutte gli “odiati” pubblici ministeri che dovrebbero essere sostituiti da funzionari reclutati anche tra gli avvocati e i professori universitari». Tutto questo ha indotto il leader dell’Idv Antonio Di Pietro a presentare, oggi, un question time alla Camera a riguardo, per far luce su quanto accaduto, in particolare in relazione al fatto che, il prossimo 6 ottobre, la Corte Costituzionale dovrà stabilire se il Lodo Alfano, che prevede l’immunità per le quattro più alte cariche dello Stato, rispetti o meno i principi di costituzionalità. All’interrogazione ha risposto il Ministro per i Rapporti con il Parlamento, Elio Vito, confermando, da un lato, l’esistenza di tale cena, ma svuotandola di qualsivoglia sussistenza politica: «Molte settimane prima della data indicata, a maggio, il presidente Berlusconi, il sottosegretario Gianni Letta, Alfano, Vizzini e il giudice Napolitano hanno ricevuto un invito a cena con le rispettive consorti dal giudice costituzionale Mazzella. Si trattava di un incontro conviviale, che è conseguenza di rapporti di conoscenza intima e di stima antica, organizzato nella prima metà del mese di maggio. In ogni caso antecedente al 26 giugno, quando la Consulta ha fissato al 6 ottobre la data di inizio della sua discussione sul lodo Alfano nominando il relatore». Vito ha poi chiarito che l’incontro «non ha avuto in alcun modo ad oggetto i temi relativi all’agenda della Corte costituzionale né ipotesi di riforma del Titolo IV della Costituzione. Tale riforma compete al Parlamento, anche se su iniziativa del governo». Il ministro, infine, ha voluto dare rassicurazioni sulla linea che il governo terrà in merito alla giustizia: «Tranquillizzo gli onorevoli interroganti: le iniziative del governo in materia di Giustizia saranno rispondenti al programma presentato al corpo elettorale e che gli elettori hanno premiato». La risposta di Vito, però, è stata ritenuta, dall’ex pm Di Pietro, «insoddisfacente e inaccettabile». Il leader dell’Idv ha alzato i toni dello scontro, parlando di una «cena carbonara e piduista», nella quale «è stata compromessa la credibilità della Corte costituzionale, che invece deve essere talmente indipendente che non dovrebbe in alcun modo essere oggetto di interferenze. Si è così infangata la sacralità della Corte, e qualsiasi decisione presa il 6 ottobre non sapremo mai se sarà frutto di indipendenza o esito della cena piduista». Di Pietro ha quindi chiesto le dimissioni del ministro Alfano, e dei due giudici Mazzella e Napolitano, trovando il sostegno anche del collega Lanfranco Tenaglia: «La cena getta un’ombra di grave inopportunità sul comportamento dei due giudici costituzionali Mazzella e Napolitano». Le parole del leader dell’Idv hanno fatto infuriare il Ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi, che già più volte, mentre Di Pietro parlava, aveva allargato le braccia e sbuffato, mostrando tutto il suo disappunto. Quando, poi, l’ex pm ha apostrofato Mazzella e Napolitano come dei «giudici spregiudicati che infangano la Corte», Bondi è sbottato, alzandosi e gridando «Vergognati! Vergognati!», per poi inveire contro tutti i banchi dell’Idv. Avvicinato dai commessi, Bondi ha deciso, infine, infuriato, di lasciare l’Aula. Ma non è stato il solo Bondi, nella maggioranza, a mostrare indignazione per la presa di posizione dell’Idv e del suo leader. Il senatore del Pdl Giancarlo Giovanardi, infatti, ribaltato le accuse: «Gli onorevoli Tenaglia e Di Pietro sono sicuri vincitori del premio “sepolcro imbiancato” per l’anno in corso. Nelle polemiche sulla cena, i due illustri ex magistrati dimenticano i rapporti organici fra una parte della magistratura italiana ed i partiti della sinistra, con tanto di riunioni comuni nelle sedi dell’allora Pci per orientare e condizionare i processi. L’onorevole Violante giustamente e prudentemente tace, perché ci vuole una bella faccia tosta per sostenere che nel nostro Paese una cena è condannabile, come se politici e governanti della sinistra non si fossero mai seduti a tavola con magistrati e giudici costituzionali». Sulla stessa linea dei dipietristi, invece, si sono assestati anche i membri del Pd, in particolare il capogruppo al Senato Angela Finocchiaro: «Può dire ciò che vuole, ma io trovo che decisamente non stia bene invitare qualcuno a casa propria, sul quale si è chiamati a decidere. Un magistrato, soprattutto se sta alla Corte Costituzionale, non dovrebbe mai farlo». Alla Finocchiaro ha così risposto il vicepresidente dei senatori Gaetano Quagliariello: «Il lodo Alfano non è un provvedimento su Berlusconi, né la Corte Costituzionale è un tribunale chiamato a pronunciarsi sulla colpevolezza o sull’innocenza del presidente del Consiglio, come invece parrebbe di capire leggendo le parole della senatrice Finocchiaro. Il lodo Alfano è una norma di diritto e di civiltà, rispetto alla quale la consulta è chiamata soltanto a stabilire l’osservanza del dettato costituzionale e la rispondenza ai rilievi formulati nel 2004 dalla corte stessa, rispondenza su cui in autorevoli sedi si sono avute già indicazioni piuttosto chiare. E’ evidente che rispetto a tutto questo un invito a cena è del tutto ininfluente».

Ddl sicurezza. Ma quest’oggi in Parlamento si è votato anche sul decreto sicurezza già approvato, nel mese di maggio, alla Camera. Sul decreto il governo ha posto la questione di fiducia, ottenendo il sì sia per il primo articolo che per il secondo. L’articolo 1, infatti, ha fatto registrare 164 sì, 124 no e tre astenuti, mentre l’articolo 2 ha ottenuto 162 sì, 127 no e 4 astenuti. Domattina, dalle 9,30, si inizierà a votare sul terzo articolo, mentre fra le 12 e le 13 vi saranno, in diretta tv, le dichiarazioni di voto ed il voto finale. La decisione del governo di porre la fiducia sul decreto ha, però, suscitato le reazioni dell’opposizione, la quale ha sottolineato come la questione di fiducia sia stata posta per evitare delle possibili spaccature all’interno della maggioranza stessa. A queste polemiche ha risposto Elio Vito, spiegando che si è arrivati alla decisione di porre la fiducia perché «il governo attribuisce grande importanza a questo provvedimento». A spiegare, poi, perché si sia deciso di non ricorrere ad un ulteriore maxiemendamento sulla sicurezza, ci ha pensato il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri: «Il testo è arrivato già molto articolato dalla Camera, dove vi sono stati tre voti di fiducia, poiché vi sono stati tre articoli che hanno accorpato per analogia di materia le norme che riguardano la sicurezza». Sul tema della sicurezza, però, vi è da registrare una critica presa di posizione del Presidente della Camera Fini, che invita a pensare anche a politiche di più largo respiro: «Non si può pensare di risolvere la questione dell’immigrazione solo con misure di carattere domestico sulla sicurezza. E’ come pensare di coprire con un francobollo una parete di migliaia di chilometri». Fini si è espresso così, nel corso del suo intervento per la presentazione del Rapporto sull’Italia della Fondazione Farefuturo, della quale è presidente. In questo stesso intervento, l’ex leader di An non si è risparmiato una battuta con la quale ha ribadito la diversità di approccio alla politica fra lui e il premier Berlusconi: «Mi fa sorridere il tentativo di contrapporre la politica del fare con quella del pensare, anche perchè mi pare che prima si pensa a cosa si può fare e poi si agisce, di solito. Sono due cose che si possono fare contemporaneamente».

Bersani. Oggi, infine, è stato il giorno della presentazione della candidatura di Pierluigi Bersani a segretario del Pd. Dal teatro Ambra Jovinelli di Roma, Bersani ha lanciato le linee guida della sua candidatura: «Io voglio un partito con il profilo popolare, dovrà essere un partito del lavoro e che dovrà essere laico, laico». In prima fila, ad ascoltare l’ex Ministro dello Sviluppo, vi sono Massimo D’Alema, Enrico Letta e Rosy Bindi; a loro, ma soprattutto alla linea espressa da Franceschini nel video, pubblicato sul suo sito, con cui si è presentato, sono rivolte le parole di Bersani: «Se impostiamo il dibattito su categorie inafferrabili, come vecchio o nuovo, giovane o vecchio, con la cravatta o senza cravatta, l’Italia volterà la faccia dall’altra parte e noi forse perderemo anche il partito». Seguendo questo filone del discorso, e delle nuove prospettive aperte dai “piombini”, Bersani espone così la propria posizione: «La nuova generazione è in campo, non c’è bisogno di inventarsela o rappresentarla per simboli, ma di aprirle la strada perché possa prendere in mano il Paese. Il partito sarà aperto a ogni livello ai giovani. E’ quel che mi impegno a fare, perché voglio un partito nel quale ci sia rispetto, rispetto anche per la generazione precedente, che apra la strada ai giovani». Però, dal canto suo, Bersani non ci sta a passare per il “vecchio”: «Vedo che si cerca di mettere una patina di grigio sulla mia candidatura, ma posso dire che mi sono sempre preso la briga di cambiare qualcosa: non ho mai lasciato le cose come le ho trovate. Se dell’innovazione ne parliamo a chiacchiere non mi piace, ma se ne parliamo a fatti io credo di aver qualcosa da dire». Chiaro, in questo passaggio, il riferimento alle parole di Debora Serracchiani, che, nell’esprimere il proprio sostegno alla candidatura di Franceschini «perché è simpatico», si è tirata addosso le reazioni critiche di molti membri del partito. Bersani, però, si è riferito anche a Romano Prodi, per illustrare la propria linea di pensiero in materia di alleanze: «Voglio salutare Romano Prodi che è riuscito a sfondare nel campo altrui. Ma l’Ulivo non può solo essere richiamato in funzione evocativa: va riconosciuta l’autonomia delle altre forze del centrosinistra, da soli non si può fare nulla. Vocazione maggioritaria non può essere dargli un ruolo esclusivo». Infine, sulle primarie, Bersani ha promesso un cambio di rotta rispetto all’esperienza fatta con l’elezione di Veltroni: «No a meccanismi di leadership mediatica o comunicativa. Sì alle primarie per le elezioni negli enti locali e per le politiche, e le primarie dovranno essere di coalizione e non solo del Pd. E’, poi, urgente correggere la costituzione formale del partito cambiando lo statuto: la sovranità dovrà appartenere agli iscritti, che sulla base di regole, la delegano». In sostanza, il neo candidato alla segreteria del Pd, ha sancito, così, la fine delle primarie “aperte” a tutti i simpatizzanti.

Gabriele Canarini

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