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Pd a congresso. L’illusione del nuovo, il peso del vecchio di Carmine Finelli

luglio 1, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana vi propone questo commento di una delle sue firme migliori, sulla riunione del Lingotto di sabato scorso e sulla dialettica giovani-”vecchi” all’interno del Partito Democratico. Sentiamo.

di Carmine FINELLI

Il palco rimanda la mente alla fondazione del Partito Democratico. Il luogo è lo stesso: il Lingotto di Torino. Lo scenario è diverso. Alle spalle una serie di cocenti sconfitte, di fronte il grado massimo di incertezza. Non era mai successo nella breve storia del Partito Democratico che un gruppo, una corrente prendesse l’iniziativa e riunisse tutti i maggiorenti in un incontro che ha il sapore di un congresso anticipato. Eppure, la “Woodstock Democratica” come ama definirla il suo principale promotore Giuseppe Civati, sembra aver disatteso tutti i propositi della vigilia.
Di fatti, al Lingotto sarebbe dovuto pervenire il “lamento della base” l’insofferenza di sostenitori del partito di fronte ad una classe dirigente incapace di realizzare nella sostanza il progressismo che ormai è solo formale. Né Veltroni, né tantomeno Franceschini sono riusciti ad arginare una propensione all’autodistruzione che i giovani “piombini” hanno provato ad eliminare. Purtroppo senza esito.
Il clima è quello della quiete prima della tempesta: da un lato l’attuale segretario, che dal palco invoca una nuova squadra fatta dai presidenti dei circoli, dagli amministratori locali, dall’altra l’ex ministro Pierluigi Bersani, il quale invita a fare attenzione, poiché il rinnovamento, ha detto, non può avvenire eliminando i “vecchi”. Nel mezzo il padrone di casa: il sindaco di Torino Sergio Chiamparino che molti avrebbero voluto come il terzo nome candidato al congresso. Ed i piombini? Stanno alla finestra. Guardano nascosti dietro un vetro ciò che succede nell’arena. Indecisi se scendere in campo o appoggiare qualche gladiatore impavido già immerso nel campo di battaglia, i giovani democratici hanno perduto una grande occasione. Avrebbero potuto con il loro impegno sparigliare le carte in tavola, al contrario hanno preferito stare seduti al tavolo a giocare compostamente con le carte che i croupier hanno loro fornito.
A ben analizzare il consesso di sabato scorso sembrerebbe che il vero protagonista non sia il rinnovamento, da molti paventato. Bensì, a farla da padrone l’insostenibile peso del vecchio che ritorna e si auto perpetra con il consenso inconsapevole dei giovani, che intanto guardano con sguardo curioso, ma senza agire.
Di fatti, appare incomprensibile a molti la scelta di non esprimere un proprio candidato. Sarebbe stato il segno del fermento, il segno che il Pd è ancora vivo. Sarebbe stato il momento migliore anche per un’altra ragione, forse la più importante: le sollecitazioni della base nei confronti dei “piombini”. Una spinta non trascurabile, perché il gruppo dei piombini incarna alla perfezione tutto ciò che la base vorrebbe: una politica fatta di volti nuovi, cresciuti lontani dalle contrapposizione della prima repubblica e capaci di realizzare il progetto riformista.
Tuttavia, c’è da trarre una amara conclusione. Il Lingotto ha rappresentato per il Partito Democratico l’ennesima illusione. L’illusione del “nuovo” che avanza, schiacciato dalla pesantissima tradizione, la quale stenta a cedere il passo nonostante la sua manifesta inadeguatezza.

Carmine Finelli

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