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Pd, intervista ad Alicata: “Debora sbaglia. Sì a ticket Marino-Civati”

luglio 1, 2009 di Redazione 

Prosegue il dibattito pre-congres- suale del Partito Democratico. E dopo avervi raccontato i “piom- bini” nel loro percorso verso il Lingotto, il giornale della politica italiana dà spazio oggi ad una delle grandi protagoniste della giornata di Torino: la giovane esponente del movimento, autrice di uno degli interventi più applauditi nella sala dei 500. “Voglio bene alla Serracchiani, ma come farà Franceschini ad accontentare lei e noi e, insieme, Fioroni?”. L’ha intervistata Ginevra Baffigo.
L’illusione del nuovo di C. FINELLI

Nella foto, Cristiana Alicata

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di Ginevra BAFFIGO

Cristiana Alicata, partiamo dalla notizia del giorno: Debora Serracchiani non si candida e sosterrà Franceschini nella corsa alla segreteria. Che ne pensa?
«Voglio bene a Debora. Mi piace. Lo dico sul serio e senza pelosità. E’ una che ti risponde sempre, una pulita e determinata. Ma secondo me sta ingenuamente credendo al rinnovamento franceschiniano. Ha visto Fioroni? Ha subito detto che nel PD non esiste un problema di laicità. Roba da urlo. Come possono convivere queste due visioni così diverse, quando il congresso dovrebbe essere uno scontro proprio su questo? Se non ci dividiamo sui programmi come possiamo pensare di fare un congresso serio? E l’antidalemismo è come l’antiberlusconismo. Devi offrire un’alternativa. Altrimenti i due resteranno ancora lì per molto.
Come farà Franceschini ad accontentare noi e Debora ed anche (ricordate il manchismo veltroniano? Siamo di nuovo qui….) Fioroni e Rutelli? A questo punto spero che Marino corra per la segreteria in ticket con Civati. Una candidatura chiara, che metterà bene in chiaro una posizione. E’ l’unico a questo punto che può farlo. Conto che spacchi gli equilibri che si stanno delineando e che i vari secondi livelli (Zingaretti, Bresso, ecc.) vengano con noi senza paura di perdere le loro prossime elezioni. Forse qualcuno dovrebbe dire loro che non sono eletti perchè D’Alema fa scattare i voti con una telefonata, ma perchè sono bravi!
E poi, la cosa importante non è la segreteria ma chi sarà premier nel 2013. Pensi a questo: Franceschini o un altro segretario e poi Civati o Serracchiani candidati premier nel 2013. E una bella squadra di ministri. In Spagna è accaduto questo quando il PSE era ai minimi storici.
L’obiettivo è cambiare l’Italia. Dare una visione, un progetto. Il partito, la segreteria, sono uno strumento. Strumento, certo, imbavagliato nelle mani di tanta autoreferenzialità, non solo dei vecchi, ma anche di tanti giovani in attesa di cooptazione e che non si sognano mai di alzarsi e dire: non sono d’accordo».
Lingotto, invece: quali sono le sue conclusioni?
«Le mie conclusioni sul Lingotto sono positive. E’ mancata, però, secondo me la capacità di includere alcune realtà geografiche che stanno ovunque spingendo per il rinnovamento, forse per mancanza di tempo, ed è mancata la capacità di dire chiaramente che non volevamo essere dei “giovani” diversi da altri “giovani”.
Mi è spiaciuto leggere su molti blog o su alcuni giornali la rabbia di alcuni “altri” giovani. Certo essere criticati è il rischio che corre chi “fa”, chi ci “prova”. E una cosa di noi non si può dire: che non ci stiamo provando. Qualcuno si sente sempre escluso, ma noi dobbiamo essere capaci di dire che non esisteva un tempo per esserci, una scadenza. Tutti sono ancora in tempo per venire a darci una mano. Lo dico soprattutto ai ragazzi che hanno la tessera dei Giovani Democratici con i quali a Roma stiamo collaborando per fare alcuni eventi LGBT. Dobbiamo contaminarci. Siamo la stessa cosa, seppur da provenienze diverse. L’importante è pensare a quale Paese. Non a quale poltrona. Ci è mancata, forse, la capacità di dire, in modo chiaro, a tutto il PD che non lo stavamo facendo per noi, ma per tutti. Resta il fatto e ci tengo a sottolinearlo sempre che non è l’età anagrafica, come non lo è la provenienza, a fare il rinnovamento».
Il suo intervento a Torino ha avuto un grandissimo successo. Si sarebbe aspettata una simile reazione del popolo di internet?
«Ne sono lusingata, ma è la vittoria di una causa, non di una persona. Ci tengo davvero a dire che le persone sono degli strumenti, dei veicolatori di energia. Ma l’apprezzamento, come anche era accaduto a Debora, è per le cose dette chiare, con il cuore».
Con il suo discorso di sabato scorso non solo ha animato la platea, ma, rivolgendosi a Franceschini e Bersani presenti in sala, si è fatta interprete dei molti dubbi che affliggono l’elettorato del Pd. Ha avuto risposte?
«Sarò sintetica. Bersani non mi ha nemmeno calcolato. Non una parola sul Pride o sull’omofobia. Forse per non fare dispiacere a Bindi e Rutelli che lo appoggeranno? Spero di no. Franceschini se penso da dove viene è stato fin troppo coraggioso. Ovviamente non basta. Voto: 5½ con speranza di miglioramento alla prossima sessione. Ha assicurato il voto al disegno di legge contro l’omofobia e spedito una delegazione al pride, dove c’era anche la sindachessa del PD e molti di noi. Certo siamo molto, molto lontani da quello che vorrei sentirmi dire: sì al matrimonio gay come battaglia di civiltà di tutto il partito. Ma il fatto che abbia con sè Debora Serracchiani che appoggia questa battaglia è meglio di un Bersani che va con la Bindi ed è ancora ferma a dire che i nostri sono diritti individuali. Lo dice anche La Russa, questo».
Un altro passaggio-chiave del suo applauditissimo discorso al Lingotto è quello sulle scelte compiute dal partito nella capitale.
«Candidare Rutelli fu un errore. Perché lo aveva già fatto e perché, purtroppo, alla fine del suo secondo mandato cominciò una parabola politica che la gente non capì. Era il 2000. Veltroni, futuro candidato sindaco, sfilava al WorldPride 2000 e Rutelli andava a pranzo dal Papa. Niente di male, ma se questo poi condiziona la tua politica che era quella, all’epoca, di diventare premier! Rutelli perse, lo ricordiamo? In Europa, chi perde, si fa da parte, non va a dirigere partiti e nemmeno capitali. E la sua posizione sul Pride non gli servì a vincere. Non voglio certo ridurre la sconfitta di Rutelli alla questione omosessuale. Ma alla questione laica sì. Io raccolsi le firme per chiedergli di non candidarsi. Il tutto fu boicottato dalla stampa, persino dall’Unità di allora. In due giorni quasi 500 firme. Censurate opportunamente. Al ballottaggio annullai la scheda, persino io, che ho la tessera di questo partito. Ma prima il Paese, dopo il partito. E a chi mi accusa di avere consegnato la città nelle mani di Alemanno, dico: gliela abbiamo consegnata noi, sbagliando a candidare Rutelli. Semplice e lineare».
Sabato ha proposto l’esportazione del modello torinese a Roma. E magari all’intero partito.
«Sarebbe bellissimo. Torino è una città esaltante, viva, colorata, aperta e tollerante. Un modello di integrazione e di efficienza. Ora qualcuno sicuramente avrà da ridire, ma è chiaro che sto facendo il paragone con Roma o con Milano. Ci sono criticità anche qui, come ovunque.
Il bello di Torino è che la città è palcoscenico di cultura. A Roma abbiamo costruito cattedrali chiuse dove contenere musica e gastronomia, uccidendo la città, togliendo alla strada il primato di essere veicolo culturale e integrativo. Eppure abbiamo le più belle piazze del mondo. Sogno una Roma a cielo aperto, che rinasce, che si mischia. Roma sta morendo. E’ sporca. Decadente. Le scuole cadono a pezzi. Io le ho viste e vissute. Ci sono laboratori professionali con l’amianto da bonificare. Le strade. I parchi. I giardini. Non è possibile che tutto questo sia accaduto in un anno. Non è nemmeno colpa di Veltroni. Il fatto è, che non si può tenere il potere per 15 anni. E’ sbagliato. Logorante. E’ nell’alternanza che vive la democrazia. Non rinnego nulla del periodo veltroniano. Ma dopo di lui ci voleva qualcuno, di noi, che avesse una visione ancora più innovativa, che prendesse quell’eredità per evolverla e non solo per gestirla. La candidatura di Rutelli è sembrata uno scambio di poltrona. Roma l’ha vissuta così. Non so come abbiano fatto i nostri dirigenti romani a non capirlo. Lo sapevano anche i sampietrini, si dice a Roma.
Ho vissuto in moltissime città d’Italia, al nord e al centro. Torino, Bergamo, Roma, Treviso. Ho visto le piccole “toscane” per lavoro, nel loro tessuto imprenditoriale. E ho origini palermitane. Ho fatto l’operaia, l’insegnante e ora sono manager della più grande azienda italiana. Credetemi se vi dico che Chiamparino ha saputo, insieme alla sua squadra, aprire la città a tutti. Quanto ai giovani non è quello il problema. La candidatura di Chiamparino sarebbe dovuta essere equilibrata facendo fare un ticket con qualcuno del sud. O di Roma. Di quelli che stanno cercando di cambiare le cose, lì. Per non fare credere che sia una candidatura del nord. Se Zingaretti avesse coraggio, sarebbe stato un ticket formidabile».
A 40 anni dai fatti di Stonewall, si verifica un paradosso: mentre all’ONU si cerca di depenalizzare l’omosessualità, ‘reato’ in più di 80 Paesi e per il quale è prevista la pena capitale in Mauritania, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Yemen, Sudan, Iran, Nigeria, Somalia ed Afghanistan, in Italia c’è un certo vuoto legislativo in materia di diritti civili. A cosa crede sia dovuta questa anomalia?
«Paura. Solo paura. I nostri vecchi leader sono convinti che esista un voto cattolico. Esiste il voto del buon senso. Gli italiani non sono idioti e votano Berlusconi perché noi non sappiamo fare altro che fare gli anti-berlusconi e non siamo mai, mai, un’alternativa valida. Quando metti qualcuno di davvero alternativo, la gente lo capisce. Vedi la vittoria della Serracchiani. Parla da sola, contro tante analisi da politologi con il master negli USA. A votare ci va la gente, non i politologi. A volte mi sembra che anche loro non sappiano più come è fatta l’Italia».
Crede che la stampa faccia la sua parte non raccontando abbastanza la realtà LGBT?
«Sì, penso che ci sia un arrendevolezza mediatica sul tema. I giornalisti non hanno ancora capito che ciò che a loro e a noi sembra scontato, per il lettore ancora non lo è. Così Repubblica ha trattato in nazionale il Pride di Roma con un trafiletto che invece di riportare la gente che c’era ha riportato il Cristo Sadomaso che non rappresentava nessuno, anzi!».

Ginevra Baffigo

Commenti

One Response to “Pd, intervista ad Alicata: “Debora sbaglia. Sì a ticket Marino-Civati””

  1. Ginevra on luglio 3rd, 2009 17.31

    te la prendi con la serracchiani che sta con fioroni e voi state con il candidato di goffredo bettini?

    ahahahahahaha, fate ridere

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