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Pd a congresso. Intervista a Marta Meo: “Sparigliare questo gioco di ex”

giugno 26, 2009 di Redazione 

Ultima puntata dell’inchiesta del giornale della politica italiana sui cosiddetti ”piombini”, il gruppo di giovani Democratici che punta a sostituire l’attuale dirigenza per produrre un cambiamento radicale, e che domani si ritrova a (pre)congresso al Lingotto, a Torino. Attilio Palmieri ha sentito Marta Meo, altra esponente di spicco della componente. Meo frena rispetto alla possibilità che già domani possa uscire una “terza candidatura”, ma conferma la necessità di far uscire il confronto dai vecchi schemi. Sentiamo.

Nella foto, Marta Meo

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di Attilio PALMIERI

Meo, sabato sarà la vostra grande giornata al Lingotto: come vi collocate all’interno del partito? La vostra è una corrente o qualcosa di diverso?
“Ci collochiamo come quelli che invece di giocare alla lotteria dei nomi per l’ennesima conta interna credono sia più importante provare a rimettere il dibattito politico al centro della vita del Pd. In un partito così nuovo che ha visto già due leader e due tornate elettorali che hanno visto la destra prima vincere e poi avanzare ulteriormente, credo sia doveroso aprire una fase in cui ci si rende disponibili a mettersi un po’ in discussione anche per levarsi di dosso l’immagine di quelli che continuano a perdere ma non smettono di impartire lezioni agli italiani”.
Si dice spesso che una delle chiavi per pesare all’interno del partito è il radicamento sul territorio e dunque la presenza nei circoli, come vi ponete rispetto a questa questione?
“La cosa interessante è che in questo progetto si sono incontrate persone che hanno ruoli e modi di vivere la vita di partito anche molto diversi. Ci sono parlamentari, amministratori locali, militanti, semplici elettori, coordinatori di circolo, persone che hanno come principale attività la politica e altre che la fanno con grandi sacrifici rubando tempo alla vita di tutti i giorni. Il radicamento sul territorio è importante, la riunione del Lingotto ha anche questo senso, incontrare, dare voce e stabilire un contatto con le persone. Al Lingotto ci saranno rappresentanze da 40 province italiane che per un gruppo senza una struttura organizzativa come il nostro mi sembra un buon inizio”.
Torniamo solo per una attimo alle elezioni Europee e amministrative. Dalle ultime politiche il Pd ha perso 7 punti e le amministrazioni che hanno cambiato colore sono 32, tra le quali nessuna a favore del Pd. Lei come commenta questi dati? Non pensa che ci sia stata poca autocritica da parte del gruppo dirigente?
“Rispetto all’ultima fase Veltroni abbiamo recuperato e questo merito va riconosciuto a Franceschini, tuttavia penso che prima di buttarsi nella battaglia congressuale questo risultato andrebbe studiato ed approfondito ed in particolare in riferimento al nord. E’ chiaro che qualcosa deve succedere, sarebbe un peccato non cogliere questa come l’occasione per segnare un cambio di passo rispetto a scelte che ci hanno portato fin qui. Vede io non sono tra quelli che si aspettano di assistere al processo di autocritica o di autoassoluzione collettiva da parte del gruppo dirigente, ma mi aspetto una presa d’atto seria e conseguente del fatto che stiamo sparendo dal nord e che anche le cosiddette “roccaforti” non sono più tali perché, come diceva un mio amico l’altro giorno, non è che siamo stati traditi dagli elettori, forse siamo noi che li abbiamo traditi”.
Debora Serracchiani ha ottenuto un risultato sorprendente alle Europee e afferma spesso che il suo successo è dovuto in buona parte alla rete. Tuttavia Ivan Scalfarotto, che con la rete ha fatto di necessità virtù, nonostante si sia mosso moltissimo nei vari canali telematici ha ottenuto un risultato nettamente inferiore. Siamo sicuri che la rete sia discriminante?
“Credo che il primo veicolo del messaggio di Debora Serracchiani sia stata la rete dove è nato il “caso”, ma subito dopo a farla conoscere agli elettori ci ha pensato la televisione che resta l’unico modo, assieme alla mobilitazione del partito, per far arrivare così capillarmente agli elettori un messaggio. Ivan è stato supportato dalla rete che conosce e che lo conosce da anni ma non ha avuto forti appoggi dentro il partito e nei media, del resto la Lombardia aveva degli europarlamentari uscenti molto forti e un capolista fortemente voluto da Roma”.
Abbiamo sentito che al congresso Veltroni sosterrà la candidatura di Franceschini e si è parlato anche di Debora Serracchiani come suo vice. Crede che basti per attuare un profondo rinnovamento all’interno del Pd?
“Operazioni di maquillage della vecchia classe dirigente attraverso qualche sporadica quanto innocua presenza “giovanile” ne sono state fatte tante in passato. Credo che oggi se il Pd non vuole essere relegato ai margini della vita politica italiana si debba mettere rapidamente al passo con il paese: con chi lavora, con chi ha dei figli, con chi produce. Usare i cosiddetti giovani come maquillage può servire solo a una classe politica oramai inadeguata e autoreferenziale a continuare a stare saldamente ancorata alla poltrona. Debora Serracchiani ne è perfettamente consapevole ed è intelligente e sono sicura che farà di tutto affinché la cosa non abbia questo epilogo. Le faccio un esempio: con il congresso andremo ad eleggere i segretari regionali questo significa che un candidato leader del Pd che voglia puntare sul serio sul rinnovamento dovrebbe cominciare fin da subito ad “esplorare” quali sono le realtà in cui ringiovanire il partito, in che modo e con che uomini (e donne, naturalmente!)”.
La vicenda privata di Berlusconi è diventata un fatto politico a tutti gli effetti, ci sono ombre sui trasferimenti di denaro, le inchieste aumentano di giorno in giorno e si è parlato anche di droga. “Repubblica” è stata la prima a spingere su questo tasto e il lavoro sembra dare i suoi frutti. Non pensa che in questo momento, il Pd, ed in particolare i candidati al congresso, dovrebbero incalzare Berlusconi su questo tema?
“No, chi esegue delle indagini deve essere lasciato lavorare, i media facciano il loro e la politica (che in questo paese purtroppo si deve preoccupare molto anche dei media) faccia il suo di mestiere: faccia politica. Occupiamoci del paese e dei suoi problemi, continuare ad interessarsi delle vicende personali dell’uomo pubblico Berlusconi (che stanno assumendo tratti preoccupanti, non dico di no) ci ha impedito di parlare di Europa, di crisi, di globalizzazione. La stella di Berlusconi non ha più brillato, è vero, ma ad informare gli elettori su chi sia il nostro premier ci pensavano già i giornali facendo il loro mestiere, dico questo perché credo che gli elettori non abbiano gradito il fatto che noi per parlar di Noemi abbiamo rinunciato a fare politica per un mese”.
Ma torniamo al congresso. Debora Serracchiani ha affermato di voler recitare un ruolo di rilievo al congresso. Pensa sia eticamente corretto, specie nei confronti dei propri elettori, essere eletti al parlamento europeo (tra l’altro con un successo non indifferente) e poi occuparsi di qualcosa che potrebbe essere in contraddizione?
“Fare politica che sia a Roma o a Bruxelles non credo sia in contraddizione, non dimentichiamoci che lei è stata candidata dopo che aveva posto con franchezza, freschezza e convinzione una questione di rinnovamento. Oggi mi sembra non solo legittimo ma doveroso che lei si interessi attivamente alla fase nella quale il partito sta entrando e se poi dovesse arrivare per lei il momento di fare delle scelte tra Roma e Bruxelles sono certa che metterebbe al primo posto il valore della fiducia che le è stata accordata dagli elettori”.
C’è una grossa fetta della base del Pd che chiede fortemente il rinnovamento e sarebbe molto delusa da un congresso ridotto al confronto Bersani-Franceschini, cosa che potrebbe compromettere in modo irrimediabile la credibilità del partito. Voi presenterete un candidato? E se lo farete, l’annuncio potrebbe venire già sabato al Lingotto?
“Guardi: Bersani mi risulta essere candidato, ancorché non formalmente da mesi (se non da anni), Franceschini ha dovuto annunciare la sua candidatura affinché oggi si mettesse al primo posto del dibattito politico non tanto il risultato elettorale quanto il dibattito precongressuale. Io non credo che dal Lingotto, almeno in questa fase usciranno dei nomi, è una questione che non è all’ordine del giorno del 27 giugno, ma è chiaro che a questo eterno dualismo D’Alema e Veltroni arriverà una risposta.
Sono sicura che qualcosa si muoverà presto e non sarà necessariamente una candidatura “generazionale”, ma piuttosto qualcosa che nasce per sparigliare questo gioco di ex e dare nuovo respiro al partito”.
Matteo Renzi ha dimostrato che le primarie vere possono portare a degli ottimi (e veri) risultati. Ha dimostrato che si può ottenere la maggioranza interna anche senza schierarsi con gli apparati. Fermo restando il suo mandato di sindaco di Firenze, che ruolo potrebbe avere nella politica nazionale del Pd dei prossimi anni?
“Con Matteo credo potrei non essere d’accordo su molte cose, ma ho seguito fin dall’inizio la sua candidatura con grande interesse ammirandone il coraggio e la determinazione. Renzi è sicuramente uno di quelli che dovrà dire la sua in questo congresso e io credo che ci si debba parlare e che vada ascoltato con grandissima attenzione. Fare il sindaco di città complesse ed impegnative come Firenze (che per molti aspetti mi ricorda la mia città: Venezia) ti impone di pensare alla politica in modo necessariamente originale, ti impone di fare della tua città un laboratorio politico d’avanguardia: esattamente quello che ci piacerebbe fosse il Pd”.

Attilio Palmieri

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