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Il ritratto del personaggio della settimana. L’amico Sandro Bondi

giugno 26, 2009 di Redazione 

Secondo “affresco” dal nostro vicedirettore. Il “pretesto” sono le dichiarazioni polemiche rivolte dal coordinatore Pdl a “Repubblica” e la diatriba con Eugenio Scalfari. Il risultato è un altro grande ritratto, anche stavolta accompagnato dalla straordinaria illustrazione di Pep Marchegiani, in esclusiva per il Politico.it. Un pezzo da scaricare e conservare, un disegno da collezione. Dopo D’Alema, dunque, ecco il ministro Bondi. Solo sul giornale numero uno.

Nell’illustrazione di Pep Marchegiani, Sandro Bondi. Da salvare e collezionare

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di Luca LENA

Ci sono politici dall’aria apparentemente indecifrabile. Spesso lavorano in sordina, nascosti all’occhio delle telecamere, come anonimi operai a cui spetta il lavoro sporco. Si infilano furtivi in parlamento, nell’indistinguibile ondata di gessati neri, intruppati nella corrente di partito ne seguono il corso, ed infine ristagnano a valle, laddove si erano destinati. E questa consapevolezza anticipatrice ricalca l’approccio ortodosso ma necessario della politica, che indirizza se stessa attraverso le sue ideologie, all’inseguimento di uno scopo, per mezzo di un lavoro comune, in una sorta di etica dell’intenzione verso un ideale prestabilito. Politici al servizio della politica, dunque, sacrificati sulla croce di un movimento, di un congegno che li sostiene ed al quale si sentono inevitabilmente riconoscenti, come lancette che scelgono di muoversi per rispettare un criterio, a prescindere dall’ora da segnare. Eppure, l’onorevole martirio intellettuale al quale centinaia di parlamentari si presta con dovizia professionale non lascia cicatrici, non lede la fisicità e la ragione, poiché si appoggia sulla condivisione del lavoro tra azzimati politici della stessa razza, sradicando qualsiasi propensione alla ribellione, al relativismo, alla duplicità di visuale.
Ma per quanto sottostimati e quasi eroici questi paladini dell’anonimato istituzionale rimangono scherniti e quasi vergognosi di fronte alle versioni elaborate della politica moderna. Quest’ultima scioltasi sotto un antropocentrismo incipiente ha pescato nella raccolta dei suoi adepti alcuni frutti inaspettati, come se venti stranieri avessero trasportato da terre sconosciute semenze novelle, resesi fertili quaggiù, dall’attrattiva condizionante del nuovo clima. Non sarà dunque un caso se Sandro Bondi, tra i vari appellativi attribuitigli, è stato soprannominato “ravanello pallido”, ovvero “rosso fuori ma bianco, bianchissimo dentro”. In qualche angolo segreto, sotto il suolo che la politica marcescente calpesta ogni giorno, si è concentrato un incrocio di personalità, di culture, di ripudi e nostalgici sensi di colpa, di malinconiche attese, e di speranze vessate dal passato ineludibile. La storia di Sandro Bondi, oggi Ministro dei Beni e delle Attività Culturali del governo Berlusconi, ammassa un variegato quanto drammaturgico reticolo di deviazioni formative e rappresenta l’unicità emotiva di un uomo dalla mente sensibile alla poetica, alle parole sublimi, alla ricerca della perfezione utopica, inserita nel contrappasso cinereo degli scranni politici, tra gli effluvi poco edificanti dell’aula di Montecitorio e nelle kafkiane sedute di Consiglio. Ma è proprio la politica a concedergli quell’aura di trasognante intellettualismo, simile alla curiale atarassia dei devoti in convento.
Lo stesso rispetto che offre alla famiglia e all’arte, per un coincidente gioco del destino, Bondi lo assolve prima di tutto verso Silvio Berlusconi, suo mentore, figura ispiratrice di rime e versi, ben lontano dal semplice datore di lavoro al quale consegnare la propria disponibilità. Anche se a suo dire non può evitare di dargli del “lei”, nonostante si conoscano da quindici anni, poiché il rispetto per la bellezza e l’elevatezza, così come nella poesia, acuiscono silentemente l’inesprimibile bisogno confidenziale ed il rispetto intimidito dell’adulazione.
Ciò che distingue Sandro Bondi dalla marea dei politici indecifrabili non è dunque la maggiore esposizione mediatica sguainata in pergamene di probi madrigali, ma la condizione unica e naturale che, nella metamorfosi politica, si è trovato a ricoprire. L’adorazione stentorea, quasi sprezzante, a volte biliosa nei confronti di chi sembra non condividere il medesimo ossequio, si innalza ad un livello poco adeguato allo sciame istituzionale perché lontano da sofismi di circostanza, da rovesciamenti interpretativi e dalle amoralità senza ritegno. Sandro Bondi riflette una tangibile disposizione d’animo per Silvio Berlusconi ed ogni manifestazione di stima nei suoi confronti assume il profilo di un gesto di commozione doveroso, tipico di una dimensione della realtà che si fatica a credere vera. Gli è stato chiesto in passato di trovare almeno un difetto al proprio leader, forse lo si voleva mettere di fronte ad un precipizio attraverso l’onestà di chi ha il coraggio di scorgere il vuoto; eppure Bondi tentenna, si guarda attorno, rimugina qualcosa, incespica sui pensieri che non trovano le parole e infine si scioglie in un laconico “mi spiace ma non saprei proprio”. E viene voglia di credergli, tale è radicato il rispetto incondizionato per il Cavaliere.
Sin da quando Berlusconi lo raccolse alla sua corte nel lontano 1994, si poteva già intuire che tra i due non vi sarebbe stato solo un tradizionale rapporto lavorativo. E questo nonostante la storia che il ministro si lasciava alle spalle: cresciuto in una famiglia d’ispirazione socialista, militante sin da giovane nel PCI, collaboratore con il quotidiano “Il Tirreno”. Infine si laurea in Lettere e Filosofia e nel 1990 viene eletto sindaco di Vivizzano. Ma dopo l’incontro che folgorerà definitivamente la sua coscienza politica e umana, Bondi ebbe modo di gettare ombre sulla reale fedeltà al Partito Comunista, affermando di non essere mai stato d’accordo sul “compromesso storico”, ed ora si ritrova a definire traditori coloro che ancora non ripudiano le tradizioni rosse. Ed, infatti, l’eventuale ma inconcepibile apostasia vi sarebbe oggi, nell’impronosticabile circostanza in cui rinnegasse Berlusconi; quella che invece rifilò al PCI e che oggi ancora non gli perdonano definendolo voltagabbana, riflette a suo dire il tentativo di alleggerirsi le spalle da una colpa commessa in passato che non potrà mai essere cancellata del tutto.
Nel 1999, decide di trasferirsi ad Arcore dove viene incaricato di curare la corrispondenza personale del Cavaliere, avvicinandosi a lui come uomo, esacerbando l’adorazione incalzante e scoprendo in lui le sembianze estrose di un uomo vincente, solidale e attraente come un magnete. Diventa suo confidente, uno degli elementi più fidati per Berlusconi, tanto che deciderà di assegnargli la compilazione del libro fotografico sulla sua vita personale in occasione della campagna elettorale del 2001.
A quel punto, l’iniziale cerimoniosa titubanza nei confronti dell’onorato superiore si trasforma in elogio incessante anche attraverso manifestazioni di affetto in poesia. Ed è nel linguaggio aulico, docilmente accompagnato dalla ritmica balbettante del sentimentalismo profondo, che Bondi scaglia i suoi messaggi e deterge gli imbarazzi che circondano Berlusconi, poiché per lui, come disse in un’intervista, andrebbe anche in prigione.
In questo modo ricopre di vessilli il proprio principale, non accorgendosi di mitizzarne spesso la comparsa, trasformando il linguaggio comune in un galoppante stendardo di prosaicità solenne, tipica dei cortigiani di un tempo; così il coordinamento al vertice del PDL per Bondi diventa la chiamata nella troika di partito, l’agonia del PD si trasforma nell’implosione di una Supernova che continua a far luce pur essendo già morta. E come in un gioco di influenze reciproche perfino gli avversari più riottosi si ritrovano a masticare vocaboli verseggianti, ad esempio Eugenio Scalfari pochi giorni fa, quando ha definito lo stesso Bondi un castigo di Dio come la grandine, dopo che quest’ultimo aveva accusato “La Repubblica” di attentare alla democrazia. Oppure come quando Sgarbi si avventurò in una descrizione antropologica della personalità bondiana, alludendo ad un incrocio tra Don Abbondio e Massimo Boldi, senza specificare se l’ironia risiedesse nell’associazione con un comico o con un personaggio immaginario.
Ma ormai è lo stesso Bondi a non rispondere più agli umorismi di comici e scrittori di turno che si divertono a dileggiare la rotazione gravitazionale attorno a Berlusconi. In passato aveva provato a motivare la sue scelte, peraltro assolutamente naturali, dicendo di essere stato spesso in disaccordo con il principale, ma aggiungendo con la calma più serafica “che in quelle occasioni Berlusconi ha preso posizioni che poi ho dovuto ammettere giuste”. Ed è sinceramente difficile credere il contrario considerando che, tra dichiarazioni, stralci di saggi e poesie del politico cantore, viene fuori un Berlusconi erede delle stimmate di De Gasperi per il rapporto con gli USA, di Obama per il carisma, ed infine sembra rappresentare il risultato “biopolitico” dell’incrocio tra Einaudi, Don Sturzo e Rosselli.
Ma se Sandro Bondi deve molto a Silvio Berlusconi è però altrettanto vero il contrario. Non sarebbe un azzardo dire che l’attuale ministro rappresenti una sorta di inconscio freudiano per il leader del PDL. La bocca di fuoco che solitamente nel Cavaliere si trasforma in sorriso, in Bondi ribolle ogni pulsante venatura polemica, ogni più istintuale voluttuosità caratteriale. Ciò che coscientemente Berlusconi non potrebbe affermare in pubblico senza perdere di vista l’etica del dialogo, rimane confinata nelle viscere rotonde e caldeggianti di Bondi, il quale trova sfogo nelle aggressioni verbali in cui sovente incappa, incapace di contenere la traboccante bile repressa dal Cavaliere, e apre la strada alla composta e serena riflessione del leader, che può godere della pacatezza con la quale donarsi all’ammirazione collettiva, mentre dietro gli spalti, lontano dalle telecamere, aleggia commossa la figura dell’amico Bondi.

Luca Lena

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